La voce enciclopedica ripercorre la storia del liberalismo politico dalle sue origini nell'Inghilterra del XVII secolo fino al suo rinnovamento nel XX secolo. Hayek distingue due filoni: la tradizione inglese dei Whig, che egli definisce attraverso i tre principi della libertà di opinione, del primato del diritto e della proprietà privata, e il liberalismo razionalistico della Rivoluzione francese, che sostituisce la fiducia nell'ordine sociale evolutosi spontaneamente con la fiducia in un piano escogitato dalla ragione. Una sezione a parte tratta del breve liberalismo politico in Germania e del suo declino sotto Bismarck. La parte conclusiva descrive il tramonto del liberalismo fino alla Prima guerra mondiale e la sua rinascita ad opera di autori come Mises, Lippmann, Röpke ed Eucken, il cui nuovo liberalismo sottolinea il nesso tra ordine economico e ordine politico. Questo articolo, tratto dallo Handwörterbuch der Sozialwissenschaften (1959), costituisce la precedente e concisa esposizione di Hayek; nel 1973 egli scrisse per la Enciclopedia del Novecento una versione inglese autonoma e nettamente ampliata («Liberalism»), non una traduzione di questo articolo, bensì una trattazione successiva e più estesa del tema.
La tradizione liberale dei Whig
Sebbene le radici intellettuali del liberalismo politico risalgano all'antichità classica e i suoi ideali riaffiorino con il Rinascimento in Italia, l'inizio del suo sviluppo continuo non può tuttavia essere collocato molto prima che nell'Inghilterra del XVII secolo. Là e in Olanda l'atteggiamento spirituale, che si era già manifestato negli scritti di uomini come Erasmo e Montaigne, trovò per la prima volta la sua espressione in movimenti politici; e benché sotto alcuni aspetti, forse cronologicamente, lo sviluppo in Olanda sia stato precedente, gli avvenimenti e le discussioni in Inghilterra ebbero un effetto di gran lunga più vasto (e anche l'influsso dello sviluppo nei Paesi Bassi è ancora troppo poco chiarito), al punto che le lotte politiche in Inghilterra tra il 1603 e il 1688 devono essere considerate come la vera fonte della moderna idea liberale dello Stato. Fu poi il partito della vittoriosa "gloriosa rivoluzione" del 1688, i Whig, che fino alla rivoluzione francese rimase il portatore di quegli ideali, i quali trovarono la loro espressione classica nelle opere di John Locke, furono teoricamente elaborati dai filosofi sociali scozzesi da David Hume a Dugald Stewart e infine ottennero ampia diffusione attraverso i loro discepoli, soprattutto nella «Edinburgh Review».
Il complesso di ideali che caratterizzava questa tradizione può essere riassunto nel modo più appropriato sotto i tre princìpi strettamente connessi della "libertà di opinione", della "signoria della legge" e della "proprietà privata" e della relativa economia di concorrenza ad essa collegata.
Di questi tre princìpi, sotto più di un aspetto, quello della libertà di opinione è il più importante. Tanto la convinzione che solo la libera discussione conduca al graduale superamento dell'errore e che anche ciò che oggi appare alla grande maggioranza (o persino agli "esperti") come un errore indubitabile possa recare in sé il germe di una futura nuova conoscenza, quanto la connessa consapevolezza del potere delle idee come forza decisiva che plasma la società, sono certamente gli elementi più caratteristici e di più ampia portata della tradizione liberale. Iniziando con la lotta per la libertà religiosa e di coscienza (con Roger Williams nelle colonie americane come suo più importante precursore precoce), il principio generale si è gradualmente affermato come libertà di stampa, libertà di parola e di riunione e come libertà accademica di insegnamento. Dalle formulazioni classiche di John Milton nel XVII secolo fino alla poco nota, ma sotto il profilo oggettivo probabilmente più soddisfacente, sintesi dell'argomentazione liberale ad opera di Samuel Bailey e più tardi di John Stuart Mill e Walter Bagehot, in questo campo vi fu in Inghilterra uno sviluppo continuo che l'Europa continentale recuperò soltanto negli esplosivi prorompimenti delle rivoluzioni del 1789 e del 1848. La sua conseguenza più importante è la convinzione, profondamente radicata nei paesi di antica tradizione liberale, che ogni mutamento dell'ordine sociale debba essere preceduto da un mutamento delle opinioni dominanti e che pertanto ogni movimento di riforma che prometta successo debba essere impostato sul lungo periodo, e soprattutto che, praticamente sotto qualunque forma di governo, sia in ultima istanza l'opinione pubblica a determinare la politica.
Appena meno fondamentale di questo primo principio e strettamente connesso ad esso è quello della signoria della legge o dello "Stato di diritto". L'essenziale sta qui in un rigoroso vincolo di ogni esercizio del potere e in regole salde, che escludano ogni arbitrio, regole che trovino applicazione in egual modo su tutti i membri della società e che nel singolo caso vincolino i governi non meno dei governati. Lo scopo del principio è l'eliminazione di tutti i privilegi creati dall'ordinamento giuridico, cioè l'uguaglianza formale davanti alla legge, e al tempo stesso, come già John Locke espresse con tutta chiarezza, la generale diminuzione del potere che gli uomini esercitano sugli uomini. Ad esso sta a fondamento il desiderio di ampliare il più possibile l'ambito della libertà di decisione dell'individuo, di rendere il più possibile prevedibili gli interventi del potere statale mediante il vincolo a regole salde e al tempo stesso di limitarli a quei casi in cui essi non siano destinati a favorire persone determinate, bensì a offrire a tutti occasioni più favorevoli, lasciando però al singolo l'uso che ne fa. Non sempre si riconosce che questo principio, in un primo momento puramente formale, racchiude in sé in realtà una limitazione materiale assai vasta dell'estensione dell'attività statale consentita: se lo Stato deve trattare in egual modo uomini diversi nonostante la diversa indole e posizione, il risultato deve essere ineguale; e per assicurare, ad esempio, a persone ineguali nelle loro capacità le medesime possibilità, esso dovrebbe trattarle in modo ineguale. Proprio ciò, però, esclude il principio dell'uguaglianza davanti alla legge.
Il terzo elemento fondamentale è in parte una conseguenza e al tempo stesso un presupposto del precedente: il riconoscimento della proprietà privata, in particolare anche sui mezzi di produzione, e con essa della responsabilità propria del singolo per il loro impiego e per la provvista del proprio sostentamento. "Life, Liberty, and Property" era la formula classica degli inglesi amanti della libertà del XVII e XVIII secolo, e persino il gruppo socialmente più radicale della guerra civile inglese, i "Levellers" (spesso a torto considerati precursori del socialismo), fece dell'inviolabilità della proprietà privata uno dei punti centrali del proprio programma. In effetti la libertà di proprietà e di contratto è connessa nel modo più intimo con la signoria della legge: l'una non è possibile senza l'altra. La rivendicazione consapevole della libertà economica fu però propriamente avanzata soltanto dopo che la sua ampia realizzazione effettiva ne ebbe mostrato i vantaggi. La lotta contro i privilegi e per la limitazione del potere del re era stata condotta dapprima nell'interesse della parità di diritti dei cittadini; e fu una conseguenza di ciò che l'influsso dell'amministrazione sull'economia fu ridotto al minimo. Adam Smith non ebbe in fondo che da perorare l'estensione al commercio estero di un principio largamente vigente e di successo all'interno, e a tal fine da mostrare perché la libertà economica si fosse rivelata tanto efficace.
È importante notare che le dottrine di questo liberalismo più antico si estendevano essenzialmente solo all'oggetto dell'attività statale, ma non alla forma di governo. Dalla sua generale avversione verso ogni impiego della forza, sia all'interno sia nei rapporti esterni degli Stati, derivava certamente che il liberalismo più antico, nella questione di chi dovesse esercitare il potere di governo, dovesse propendere per l'unico metodo noto di una decisione pacifica, quello della decisione a maggioranza: "Meglio contare le teste che spaccarle." Ma in fondo gli premeva più ridurre l'importanza delle decisioni politiche che stabilire chi le esercitasse.
Il liberalismo razionalistico della rivoluzione francese
Il liberalismo originariamente inglese non era in sé né democratico né egualitario, né gli era proprio quel carattere aggressivamente razionalistico e antireligioso che più tardi mostrò il liberalismo europeo continentale. Questa trasformazione è strettamente connessa con l'influsso degli scrittori francesi, i quali nel XVIII secolo dapprima (nella generazione di Voltaire e Montesquieu) interpretarono per il continente le idee inglesi e più tardi (nella generazione di Jean-Jacques Rousseau e dei fisiocrati) rielaborarono costruttivamente quei risultati di una lunga esperienza politica secondo "princìpi della ragione". Sotto molti aspetti ciò significò non molto meno di un rovesciamento delle idee originarie. Al posto della fiducia nella forza creatrice del libero sviluppo sociale subentrò la fiducia nel potere di un piano escogitato dalla ragione. Al posto della preoccupazione per la limitazione del potere subentrò la preoccupazione che esso venisse esercitato dalla sede giusta, per cui ogni limitazione di tale potere appariva superflua, indifferentemente che la fonte della ragione, che doveva dominare tutti, venisse cercata in un'élite intellettuale o nell'infallibile saggezza della maggioranza. E al posto della consapevolezza che, a parità di condizioni formali, uomini (o famiglie) ineguali per talento avrebbero conseguito successi assai diversi e avrebbero di conseguenza occupato posizioni diverse nella società, subentrò infine la richiesta che lo Stato dovesse trattare in modo ineguale i diversi uomini, allo scopo di correggere l'ineguaglianza altrimenti inevitabile.
Furono le idee di questa seconda specie di liberalismo, rappresentata in primo luogo all'incirca dai nomi di Anne Robert Turgot, Antoine de Condorcet ed Emanuel J. Sieyès, che attraverso la rivoluzione francese divennero predominanti non solo sul continente europeo, ma esercitarono anche un grande influsso nei paesi anglosassoni. William Godwin, Joseph Priestley e Percy B. Shelley in Inghilterra e Thomas Paine e Thomas Jefferson in America appartengono a questa tradizione e non a quella dei Whig; e persino gli utilitaristi, come Jeremy Bentham e James e John Stuart Mill, nonché i successivi radicali inglesi, sono così fortemente influenzati da idee francesi [→Utilitarismo] da occupare piuttosto una posizione intermedia tra le due tradizioni. In Germania vi fu dapprima una certa differenza tra il liberalismo della Germania meridionale, influenzato soprattutto da autori francesi, in particolare Henry-Benjamin Constant, e quello della Germania settentrionale, ispirato più fortemente dall'Inghilterra. Ma, come altrove, anche qui nel corso del XIX secolo le due tradizioni si mescolarono, mentre nel complesso quella francese assunse un influsso sempre maggiore. Come rappresentanti del tipo più antico possono ancora essere citati, per il XIX secolo, Thomas B. Macaulay, Nassau William Senior e soprattutto John E. Acton e Alexis de Tocqueville.
Per lo sviluppo del liberalismo continentale nel XIX secolo fu decisiva e fatale la sua successiva connessione con il movimento democratico, con quello nazionale e infine con quello socialista. Il primo apportò un patrimonio di idee estraneo, ma non incompatibile; il secondo e specialmente il terzo, invece, un patrimonio di idee contrastante con i suoi princìpi fondamentali. Fino agli anni Settanta del XIX secolo sembrò che, nel complesso, le idee liberali si sarebbero affermate. Ma con la guerra franco-tedesca, l'unificazione nazionale della Germania e dell'Italia, la crisi del 1873 e infine il rovesciamento della politica economica tedesca sotto Bismarck nel 1878 giunse la fine.
In parte questo sviluppo è certamente da attribuire alla circostanza che nella prima metà del XIX secolo il movimento liberale sul continente rappresentava meno un determinato programma politico che, del tutto in generale, "il progresso" contro "la tradizione" e perciò riuniva in sé molti elementi di per sé incompatibili; in parte è da ricondurre all'assenza di una borghesia estesa e politicamente esperta, che avrebbe potuto assumere la guida. Decisivo fu però certamente il fatto che qui, fin dall'inizio, l'idea della "sovranità popolare" svolse un ruolo così centrale che il passaggio tanto al nazionalismo quanto al socialismo poté compiersi facilmente. Il periodo in cui partiti liberali organizzati guidarono il governo fu breve in tutti i grandi paesi del continente; e nel complesso qui il liberalismo esercitò probabilmente il suo massimo effetto non come movimento di partito, bensì attraverso la lenta penetrazione dell'opinione pubblica. Ciò nondimeno, già nel 1861 persino Heinrich v. Treitschke dovette ammettere che tutto ciò che di nuovo il XIX secolo aveva creato era opera del liberalismo.
Il liberalismo politico in Germania
Proprio in Germania la dominazione del liberalismo politico organizzato fu particolarmente breve. Fu l'ultimo grande paese in cui esso, nella sua avanzata da occidente, giunse al potere, e il primo in cui cominciò l'inversione, che da qui avanzò verso occidente. È vero che nella prima metà del XIX secolo il liberalismo ebbe in Germania un'importanza decisiva come movimento spirituale, e dopo le riforme di Stein e Hardenberg, pervase da spirito liberale, il liberalismo (di impronta francese) rimase, almeno nella Germania sud-occidentale, nel Baden e nel Württemberg, una potenza politica. Allo stesso modo esso fu probabilmente la forza più potente nel Parlamento di Francoforte del 1848, con il quale per la prima volta comparve il sistema dei partiti nel senso moderno. Un vero e proprio partito liberale appare però solo dopo il 1858, l'inizio della "Nuova Era" in Prussia. Con la fondazione del «Congresso economico-nazionale» nello stesso anno e dell'«Unione nazionale tedesca» (Deutscher Nationalverein) da parte di Rudolf v. Benningsen nel 1859, il liberalismo ottenne una base organizzativa, e dal 1861 fu unito, per brevi sei anni, nel «Partito tedesco del progresso» (Deutsche Fortschrittspartei). Ma già con la scissione di questo partito nel febbraio del 1867 cominciano la decadenza e la tragedia del liberalismo tedesco. Né il gruppo di sinistra, che continuò a chiamarsi Partito del progresso, né il nuovo «Partito nazional-liberale» erano anzitutto liberali. Il primo era principalmente democratico, e per il secondo l'obiettivo principale era l'unificazione della Germania.
«Se confrontiamo il programma del Partito del progresso con il manifesto elettorale (che vale come programma) del Partito nazional-liberale, la differenza nelle loro posizioni risulta evidente: a) enunciazione di principi chiari nel primo, aperta ammissione della volontà di adattarsi alle circostanze del momento nel secondo partito; b) il primo sottolinea la libertà, il secondo l'unità. Il Partito del progresso proseguiva in realtà il classico liberalismo di sinistra con tutte le sue difficoltà; i nazional-liberali imboccarono una via che poteva condurre alla soluzione del problema tedesco, poiché, dato che questo poteva probabilmente essere risolto solo con la forza, ma la forza era a disposizione unicamente della illiberale Prussia, rimaneva una speranza di successo soltanto se (con maggiore comprensione storica) si era arrendevoli nelle questioni di principio che riguardavano la libertà e si sottolineava l'unità» (Federico Federici).
Il resto del ventennale periodo liberale della politica tedesca è essenzialmente la storia del Partito nazional-liberale al traino di Bismarck. Sotto il suo influsso esso si allontanò sempre più dai propri principi, finché, per via della nuova politica sociale e del ritorno al protezionismo, alla fine degli anni Ottanta dell'Ottocento si giunse a una ulteriore scissione e Bismarck infine abbandonò il partito indebolito. La fine della politica economica liberale portò con sé anche la fine del liberalismo politico. Da questo momento in poi, in Germania, il liberalismo fu di nuovo soltanto un movimento spirituale di importanza costantemente decrescente. Le poche grandi personalità che, al tempo del crollo del vecchio Reich nel 1918, erano ancora percepite come liberali, come ad esempio Max Weber o più tardi Gustav Stresemann, possono esservi comprese solo in un'interpretazione assai ampia della parola "liberale".
Decadenza e rinascita
Fino alla fine del XIX secolo, o forse persino fino al 1914, in gran parte dell'Occidente poteva ancora sembrare che il liberalismo politico fosse divenuto una delle conquiste imperdibili della civiltà occidentale e che solo il liberalismo economico si fosse rivelato una fase passeggera. Un'osservazione più acuta avrebbe dovuto suscitare già allora dubbi sul fatto che la separazione di questi due ambiti di applicazione dei principi liberali non fosse artificiale e, alla lunga, irrealizzabile. In effetti, nel campo delle relazioni internazionali il rinnovato sorgere del movimento protezionistico e la conseguente scomparsa del principio della "porta aperta" nelle colonie avevano condotto immediatamente alla nascita dell'imperialismo e a nuovi conflitti di potere. Negli affari interni degli Stati l'allontanamento dal liberalismo economico procedette più lentamente, e le sue conseguenze si mostrarono perciò anche più tardi [→Liberalismo (II)]. Ma lentamente i nuovi principi della politica economica e sociale, che dagli anni Settanta dell'Ottocento avanzavano sempre più rapidamente, hanno condotto a un progressivo scalzamento delle basi politiche della società liberale. Non si comprese che la proprietà privata e l'economia concorrenziale ne costituivano l'indispensabile presupposto; si accettò con indifferenza il lento decadimento del principio dello Stato di diritto, che i crescenti interventi amministrativi dello Stato portavano con sé. La presunta separabilità del liberalismo politico da quello economico fu elevata a dottrina, il cui rappresentante più marcato divenne più tardi Benedetto Croce, che designò le due tendenze persino con nomi particolari ("liberalismo" e rispettivamente "liberismo").
Come tradizione spirituale, il liberalismo autentico era quasi spento alla fine della prima guerra mondiale. Se anche nella pratica esistevano ancora uomini che aderivano ai suoi insegnamenti, il pensiero teorico era tuttavia permeato di idee anti-liberali, in particolare socialiste, in misura tale che lo sviluppo nell'intervallo tra le due guerre mondiali si allontanò in tutti i campi, con grande rapidità, dalle tradizioni liberali. Negli anni Venti esse furono sistematicamente sostenute soltanto da pochissimi economisti, in particolare Ludwig v. Mises. Ma per quanto importanti siano state, per la successiva rinascita spirituale del liberalismo, le discussioni che si ricollegarono in particolare alla critica del socialismo di v. Mises, fu tuttavia solo l'effettivo sviluppo politico a riportare la comprensione di cerchie più ampie sui problemi decisivi. Solo quando l'avanzata delle forme di governo totalitarie mostrò in modo inconfondibile che lo sviluppo iniziato nel campo dell'economia, alla fine, inevitabilmente, minacciava anche la libertà spirituale, cominciò un'inversione in quegli strati intellettuali che erano stati i capofila nell'allontanamento dal liberalismo. Negli anni in cui la minaccia del totalitarismo era massima, gli scritti di Walter Lippmann, Louis Rougier, Wilhelm Röpke, Friedrich A. v. Hayek, Walter Eucken e altri esercitarono allora un effetto di ampia portata, che ai precedenti lavori di v. Mises, ai quali quelli dovevano in gran parte lo spunto, era dapprima rimasto negato.
Il nuovo liberalismo si distingue da quello vecchio anzitutto per il fatto di essere più consapevole della stretta connessione reciproca tra istituzioni economiche e politiche. Le conoscenze fondamentali su cui si basa il nuovo liberalismo sono non solo che la libertà politica è impossibile senza un'economia libera, ma soprattutto anche che il soddisfacente funzionamento dell'economia concorrenziale pone requisiti del tutto determinati riguardo al quadro giuridico. Al posto della formula "Laissez faire", sempre stata fuorviante, subentrò l'esplicito impegno per una configurazione dell'ordinamento giuridico favorevole alla conservazione e al proficuo operare della concorrenza, e che cerca di impedire il sorgere di posizioni di potere private tanto dal lato degli imprenditori quanto da quello dei lavoratori. Era divenuto chiaro che i classici "diritti fondamentali", nei quali avevano trovato la loro principale espressione gli ideali liberali del XIX secolo, non possono essere realmente garantiti per il semplice fatto che le costituzioni li enunciano, bensì che l'intero carattere dell'ordinamento giuridico deve essere configurato conformemente al loro spirito, e che è stata principalmente la legislazione economica e sociale delle ultime due generazioni a minacciare la libertà che quei diritti fondamentali avrebbero dovuto proteggere. Lo scopo del liberalismo risorto, che al momento rappresenta ancora più un movimento intellettuale che politico, è quindi essenzialmente una rivitalizzazione dell'ideale dello Stato di diritto, in cui il principio del rigoroso vincolo dell'esercizio del potere statale da parte della legge e la più ampia possibile riduzione di ogni potere discrezionale sono subentrati alla vaga avversione del liberalismo più antico verso ogni "intervento statale".
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