Appendice I: Le denominazioni del denaro
Nell'alto tedesco antico il termine «scaz» prende generalmente il posto della nostra parola denaro. In gotico si impiega la parola «skatts», benché Ulpilas traduca la parola ἀργύριον (che compare in Marco, 14, 11, dove si riferisce al denaro in generale) con «faihu» (bestiame, denaro). La parola alto-tedesca antica «gelt» si trova in un glossario della Bibbia del decimo secolo con il significato di «pagamento», «riscatto» o «ammenda», come traduzione della parola latina «aes». In antico norreno, invece, la parola «giald» era già comunemente usata nel senso del nostro odierno termine denaro. In medio alto tedesco il termine «gelt» era abitualmente usato per designare «pagamento» (genere e oggetto del pagamento), «ricchezza» o «reddito», ma era anche spesso usato con il significato odierno di «denaro» — da Hugo von Langenstein, per esempio, nella Martina (a cura di Adelbert von Keller, Bibliothek des Litterarischen Vereins in Stuttgart, Stuttgart, 1856, XXXVIII, 543), dove egli impiega la forma «ze gelte keren» (misurare in denaro); e da Peter Suchenwirt, Werke (a cura di Alois Primisser, Wien, 1827, pp. 29, 115 e passim, spec. p. 329). (Si veda E.G. Graff, Althochdeutscher Sprachschatz, Berlin, 1838, IV, 191; G.F. Benecke e Wilhelm Müller, Mittelhochdeutsches Wörterbuch, Leipzig, 1854, I, 522ss.; Lorenz Diefenbach, Vergleichendes Wörterbuch der gothischen Sprache, Frankfurt am Main, 1851, II, 403.)
È interessante considerare come altri popoli designino il denaro. I Greci, gli Ebrei e, secondo un certo modo di dire, anche i Romani usavano la parola argento (αργψριον, keseph, argentum) per indicare il denaro. I Francesi fanno altrettanto ancora oggi (argent). Gli Inglesi, gli Spagnoli e i Portoghesi e, secondo un altro modo di dire, anche gli Ebrei, i Greci e i Francesi, impiegano parole che significano moneta per designare il denaro (money, moneda, moeda, maoth, νομισμα, monnaie). Gli Italiani e i Russi parlano di pezzi di metallo monetario (denari) quando vogliono designare il denaro in generale (danaro, dengi), e lo stesso vale per gli Spagnoli e i Portoghesi secondo un modo di dire alternativo. I Polacchi, i Cechi e gli Sloveni designano il denaro con i centesimi, ossia pezzi di metallo monetario (pienadze, penize, penize), e i Croati, i Bosniaci e i Dalmati fanno lo stesso. Anche i Danesi, gli Svedesi e i Magiari parlano di pezzi di metallo monetario, ossia centesimi, quando vogliono designare il denaro (penge, penningar, penz). Gli Arabi fanno lo stesso, poiché la loro parola per denaro, “fulus”, significa in realtà “monete”. Nella lingua dei Bari, che vivono lungo il corso superiore del Nilo, la parola “naglia” significa tanto perle di vetro quanto denaro (Friedrich Müller, “Die Sprache der Bari,” Sitzungsberichte der Kaiserlichen Akademie der Wissenschaften zu Wien, Philosophisch-Historische Classe, XLV ³¹, 117). Presso i Nubiani, il denaro metallico è chiamato “shongir”, che significa conchiglia con lettere (cioè una conchiglia di ciprea con lettere impresse su di essa — coniazione!).
Nella maggior parte delle lingue esiste un legame tra le designazioni del denaro e quelle del bestiame, il più antico mezzo di scambio. In antico norreno la parola “naut” significa tanto vacca quanto denaro, e in antico frisone la parola “sket” significa tanto bestiame quanto denaro. Il gotico “faihu”, l’anglosassone “feoh”, il northumbrico “feh” e le espressioni corrispondenti in tutti gli altri dialetti germanici erano usati indistintamente per designare bestiame, ricchezza, denaro, ecc. (Vedi Wilh. Wackernagel, “Gewerbe, Handel und Schiffahrt der Germanen,” Zeitschrift für deutsches Alterthum, IX 1853, 549, nota 101; Diefenbach, op. cit., I, 350ss. e II, 758; e l’interessante nota in Richard C. Trench, A Select Glossary of English Words Used formerly in Senses Different from their Present, London, 1873, p. 30.) Nella Lex Frisionum, Additio Sapientium, Tit. X, (in Monumenta Germaniae Historica, Hannover, 1863, XV, 695) leggiamo “equum . . . vel quamlibet aliam pecuniam”; e nella Glossa Cassellanae leggiamo “pecunia fihu” (in Johann Georg Eckhart, Commentarii de Rebus Franciae Orientalis et Episcopatus Wirceburgensis, Frankfurt, 1729, I, 853-855). L’antica parola slava “skotum”, che significa “bestiame”, è usata nella sua forma diminutiva lituana, “skatikas” o “skatiks”, nel senso di soldo (vedi Georg H.F. Nesselmann, Wörterbuch der littauischen Sprache, Königsberg, 1850). La derivazione delle parole latine pecunia, peculium, ecc., dalla parola pecus (bestiame) è stata spesso indicata. Allo stesso modo, è stata spesso citata una leggenda menzionata da Giulio Polluce, secondo la quale il più antico denaro degli Ateniesi era chiamato βονζ, designazione che si dice sia stata conservata nel proverbio βονζ επιγλωστζ. È noto inoltre che i termini dekaboion, tesseraboion ed hekatomboion servivano da designazioni per somme di denaro. L’opinione che questi termini provenissero non da un denaro-bestiame un tempo esistente, ma dal più antico denaro metallico che recava un segno animale, si trova già negli scritti di Polluce e di Plutarco, ed è stata ripresa più di recente da Beulé e da altri. Ma io sono incline a considerare più corretta l’opinione alternativa secondo cui, con il graduale passaggio da un consueto standard-bestiame a uno standard metallico, il valore di un animale espresso in metallo costituiva originariamente la denominazione principale della nuova valuta, e quindi quel termine che designava quantità di animali fu trasferito alle monete metalliche e alle somme di tali monete.
I concetti di bestiame e di denaro sono affini anche in arabo. Ne è prova il fatto che la parola “māl” significa proprietà, o bestiame al singolare, e ricchezza o denaro (amwāl) al plurale. (Vedi Georg W. Freytag, Lexicon Arabico-Latinum, Halle, 1837, IV, 221; e Maninski, p. 4225.)