Saggio · Scuola austriaca · 1915

Eugen von Böhm-Bawerk

Tempo di lettura
15 min
Pubblicato
1915
Riassunto

Il necrologio di Carl Menger per Eugen von Böhm-Bawerk (1851-1914), apparso nel 1915 nell'Almanacco dell'Imperiale Accademia delle Scienze di Vienna e qui ampliato con annotazioni tratte da testi di Schumpeter. La prima parte ne ripercorre il percorso di vita: gli studi a Vienna, l'abilitazione nel 1880, la cattedra a Innsbruck, le ripetute cariche di ministro austriaco delle finanze e, da ultimo, la presidenza dell'Accademia. La seconda parte rende omaggio all'opera scientifica, dallo scritto d'esordio sui diritti e i rapporti, attraverso la teoria del valore dei beni, fino all'opera principale Storia e teoria dell'interesse del capitale. Menger riassume in modo conciso la teoria positiva dell'interesse (ragioni psicologiche e tecniche della preferenza dei beni presenti rispetto a quelli futuri) e colloca la critica internazionale, talora aspra, senza per questo vederne sminuita l'importanza di Böhm-Bawerk.

As a polemicist, he was one of the best, quick to concede his opponent's good points, but ever ready to destroy with dazzling displays of irrefutable logic the house of error constructed by antagonists. Surely the controversial nature of Austrian theory demanded such a skill if it were to be firmly established. (B. B. SELESMAN)

Tanto in politica quanto nella scienza si confermò il medesimo carattere: la stessa padronanza di sé e intensità, lo stesso elevato standard nell'adempimento del dovere, che si imprime nei subordinati come negli allievi, la stessa capacità di guardare in modo assai acuto negli uomini e nelle cose senza diventare freddo e pessimista, di combattere senza astio, di rinunciare senza debolezza – di tenere fermo, attraverso tutte le risacche e le tempeste, a un piano di vita al tempo stesso grande e semplice.

Böhm-Bawerk's work in economic theory resembles that of Ricardo in both aim and method. In his case, however, the gifts of the originator were supplemented by the gifts of the critic. (J. A. SCHUMPETER)

Si può respingere l'intera base sulla quale egli ha costruito la sua teoria dell'interesse – anch'io non ritengo convincenti le celebri tre ragioni, così come in generale non depone a favore di una teoria il fatto che, per essere difesa, abbia richiesto scritti tanto vasti –, eppure la fama e l'importanza scientifica di Böhm non ne risultano scosse. (O. WEINBERGER)

Eugen v. Böhm-Bawerk nacque il 12 febbraio 1851 a Brünn, figlio del consigliere aulico v. Böhm, vicepresidente della Luogotenenza morava, città dove frequentò anche la scuola elementare e il ginnasio. Dopo aver concluso gli studi di giurisprudenza e di scienze dello Stato1 presso l'Università di Vienna, entrò (nel 1872) come praticante nel servizio finanziario austriaco, senza tuttavia interrompere gli studi di economia politica, per i quali aveva acquisito già all'università un interesse particolare. Dopo aver conseguito (nel 1875) il grado di dottore presso l'Università di Vienna, proseguì (dal 1875 al 1877) i suoi studi economici a Heidelberg, Lipsia e Jena (sotto Knies, Roscher e Br. Hildebrand)2. Nel 1880 ottenne la libera docenza, sulla base del suo scritto «Diritti e rapporti dal punto di vista della dottrina economica dei beni», come libero docente di economia politica presso l'Università di Vienna. Quasi immediatamente dopo fu chiamato all'Università di Innsbruck, dove occupò la cattedra di economia politica3. Nel 1889 lasciò questo incarico e accolse una chiamata a Vienna come consigliere ministeriale presso il Ministero delle Finanze austriaco. Nominato ministro delle Finanze nel 1895, ricoprì tale carica solo per breve tempo. Dal novembre 1897 al marzo 1898 fu ministro delle Finanze per la seconda volta, dal 1900 al 1904 per la terza volta. Dopo le sue dimissioni assunse una cattedra di economia politica presso l'Università di Vienna, dove operò come maestro ricco di spirito e stimolante fino alla sua morte4.

La sua instancabile e straordinaria attività politica e scientifica ha trovato ampio riconoscimento da parte di Sua Maestà l'Imperatore e di numerosi organismi scientifici e politici. Fu effettivo Consigliere Segreto, membro della Camera dei Signori del Consiglio dell'Impero austriaco, Gran Croce di diversi alti ordini, possessore della Decorazione d'onore per le Arti e le Scienze, membro effettivo e in seguito (dal 1907 al 1911) vicepresidente e (dal 1911 al 1914) presidente dell'Imperiale Accademia delle Scienze di Vienna, dottore honoris causa in filosofia dell'Università di Heidelberg, cittadino onorario della città di Spittal a.D. e altro ancora.

Böhm-Bawerk era sposato (dal 1880) con Paula baronessa v. Wieser (figlia dell'effettivo Consigliere Segreto, capo di sezione Leopold barone v. Wieser), una dama dalle eminenti qualità di spirito e d'animo; il suo matrimonio rimase senza figli5.

Morì il 27 agosto 1914, durante un soggiorno di vacanza a Kramsach presso Brixlegg in Tirolo, nel 64° anno di vita, in modo inatteso, a causa di una malattia insidiosa (per una trombosi venosa). Lo scomparso fu dapprima sepolto nel luogo del decesso, per esservi poi (nel novembre 1915) traslato nella tomba d'onore dedicatagli dal Grande Comune di Vienna nel Cimitero Centrale di Vienna.

Böhm-Bawerk aveva un aspetto gradevole, modi cortesi e un comportamento sempre uniformemente amichevole; i suoi tratti del volto rispecchiavano benevolenza, intelligenza e una misura non comune di energia operativa, qualità che, unite a una grande saggezza pratica, gli conquistavano rapidamente l'affetto e la fiducia di tutti coloro con i quali veniva a contatto. Apparteneva a quel genere di persone che hanno sempre in serbo una buona dose di zelo, energia e benevolenza, per metterle prontamente al servizio degli interessi pubblici e di coloro che hanno bisogno del loro sostegno. Per quanto fosse una natura combattiva e incessantemente coinvolto in polemiche, aveva sì numerosi avversari, ma di certo non un solo nemico.

Una valutazione delle realizzazioni di Böhm, se non vuole incorrere nel rimprovero di unilateralità, non può limitarsi alle sue pubblicazioni scientifiche. Egli ha ripetutamente diretto, e per giunta in circostanze difficili, le finanze austriache, e in questa funzione ha portato a termine con successo grandi e importanti azioni. I suoi meriti come ministro delle Finanze6 basterebbero da soli ad assicurargli un posto d'onore nella storia dell'Austria.

Per quanto in alto si vogliano stimare le realizzazioni di Böhm come ministro delle Finanze, il compito principale della sua operosa vita Böhm lo ha trovato nei suoi lavori scientifici e nella professione dell'insegnamento, ai quali si sentiva sempre di nuovo attratto e a cui faceva ritorno, quando aveva soddisfatto i doveri delle cariche di grande responsabilità che gli erano state affidate.

Come studioso Böhm ha dispiegato un'attività letteraria oltremodo feconda. Un'opera sistematica, abbracciante l'intero campo della teoria economica, non l'ha tuttavia pubblicata. Si è limitato alla pubblicazione di monografie, in parte non piccola di quelle il cui tema era strettamente delimitato. Ha però saputo elevare le sue indagini monografiche a un'importanza inconsueta grazie all'acutezza e all'universalità con cui le affrontava. Nell'esame del più esiguo problema parziale egli ha messo in campo tutto l'arsenale della sua erudizione, della sua acutezza e della sua padronanza della teoria economica, per non lasciare inesaminato alcun punto in qualche modo connesso al problema da lui trattato, per non lasciare senza risposta alcuna possibile obiezione alle sue esposizioni. È probabilmente soprattutto per questa ragione che dai suoi numerosi avversari scientifici gli è stata spesso rimproverata una prolissità eccessiva, anzi estenuante, mentre i suoi non meno numerosi ammiratori riconoscevano proprio in questo, nell'esposizione oltremodo chiara e incisiva che preveniva fin dall'inizio ogni obiezione, un pregio fondamentale delle sue pubblicazioni, e in parte non piccola persino la spiegazione del loro grande successo.

Nel primo scritto pubblicato da Böhm (nel 1881): «Sui diritti e i rapporti dal punto di vista della dottrina economica dei beni», egli esaminò il problema se fosse giustificata l'opinione dottrinale, sostenuta in molti casi soprattutto nell'economia politica tedesca, secondo cui, accanto ai beni materiali e alle prestazioni di lavoro, anche diritti e rapporti (dunque diritti di credito, di monopolio e di brevetto, ditte, clientele ecc.) andassero intesi come una particolare categoria di beni in senso economico, oppure se qui la scienza seguisse soltanto una parvenza esteriore. Essi, secondo l'autore (p. 147), non sono beni in sé, non sono beni in senso oggettivo, bensì soltanto relazioni di soggetti (operanti economicamente) con determinati beni e complessi di beni. Riconoscere i diritti e i rapporti, dunque mere relazioni dei soggetti economici con i beni, e al tempo stesso però riconoscere come beni anche questi ultimi, sarebbe un'erronea «doppia computazione». Non si può, ad esempio, mettere in conto come «bene» tanto il «credito del creditore» quanto, contemporaneamente, l'oggetto del credito che si trova nelle mani del debitore. La dottrina economica dei beni, «il concetto economico di bene», doveva dunque essere depurata da questa categoria di pseudo-beni.

Il piccolo scritto, l'opera prima di Böhm, contiene una ricchezza di pensieri stimolanti, soprattutto di impostazioni di problemi che hanno seria importanza per il successivo sviluppo della teoria economica. Il tentativo di Böhm di risolvere il problema sopra menzionato ha trovato negli ambienti degli economisti solo un consenso diviso, a causa della palese artificiosità della costruzione teorica, ma in particolare a causa della contraddizione in cui la concezione fondamentale di Böhm si trova rispetto all'esperienza.

Tanto maggiore fu il successo della sua seconda pubblicazione «Lineamenti della teoria del valore economico dei beni», apparsa nei diffusissimi Annali di economia politica e statistica di Conrad (nel 1886).

Chi segue attentamente lo sviluppo della dottrina economica del valore, soprattutto della teoria del valore d'uso, a partire da Adam Smith, sa quali difficoltà incontrarono quegli autori che si adoperarono per conquistare a questa dottrina la posizione importante che le spettava nella scienza economica. Adam Smith e la maggioranza dei suoi allievi (eccettuato forse Malthus!) hanno toccato il fenomeno del valore d'uso solo di sfuggita, in parte non lo hanno affatto toccato. Singoli autori che già nel XVIII, ma soprattutto all'inizio e fino alla metà del XIX secolo, avevano segnalato questa sensibile lacuna nella teoria economica e avevano tentato di colmarla, erano rimasti incompresi e inascoltati. Solo a partire dall'inizio degli anni Settanta del secolo trascorso compaiono, in punti dell'Europa assai distanti tra loro (in Austria, in Inghilterra e nella Svizzera francese), quasi contemporaneamente singoli economisti, e in seguito gruppi più o meno grandi di essi, i quali richiamarono in modo energico l'attenzione sull'insufficienza dei tentativi sin lì compiuti per spiegare numerosi, e per giunta, in parte non piccola, proprio i più importanti fenomeni economici, nonché sul significato fondamentale di una teoria del valore d'uso per l'economia politica scientifica, e si accingono a riformare le teorie smithiane sulla base della dottrina soggettiva del valore.

Fu proprio in questa lotta delle idee, in cui occorreva superare, e in parte occorre ancora superare, non soltanto fraintendimenti e travisamenti di vario genere, ma soprattutto il peso dell'esistente, del consueto, che Böhm intervenne in modo tanto brillante quanto efficace a favore del nuovo indirizzo della scienza economica, dapprima con il suo trattato sui «Lineamenti del valore economico dei beni» e in seguito anche nei suoi scritti posteriori. Böhm, benché si discosti sotto più di un riguardo dai suoi predecessori, ha ripetutamente colto l'occasione per respingere la pretesa di originalità della sua concezione della dottrina del valore. Se tuttavia la nuova teoria economica, edificata sulla base psicologica del valore d'uso, guadagna incessantemente importanza e diffusione in tutti i paesi civili, e la sua vittoria finale sulle insufficienti teorie più antiche oggi non è quasi più in discussione, allora all'energico e brillante intervento di Böhm a favore della nuova dottrina (Böhm ha accolto nella sua esposizione della dottrina del valore numerosi elementi della dottrina più antica!) va certamente riconosciuta una parte essenziale in questo successo.

Il nome di Böhm era già divenuto assai noto, con grande onore, negli ambienti dei suoi colleghi di disciplina grazie alla sua magistrale esposizione della dottrina del valore.

L'opera con la quale egli fondò la sua fama di studioso e scrittore, estesa ben oltre i confini dell'Austria e della Germania, fu tuttavia la sua Storia e teoria dell'interesse del capitale (due volumi, dal 1884 al 1889). In questa sua opera principale, nella quale intraprese a risolvere il difficile problema di una spiegazione dell'interesse del capitale, tutti i pregi dell'individualità scientifica di Böhm-Bawerk, la sua accuratezza, la sua erudizione, la sua brillante capacità espositiva e la sua forza polemica, giunsero alla loro più piena affermazione. L'opera, che tratta un problema specifico dell'economia politica teorica in due, e infine (nella terza edizione, dal 1909 al 1915) in tre poderosi volumi per complessive quasi 2000 pagine a stampa, ha conosciuto, malgrado questa estensione inconsueta per un'esposizione monografica nel campo della teoria economica, tre edizioni già in vita dell'autore e ha trovato, dovunque si pratichi l'economia politica scientifica, la più seria attenzione.

Non lo stesso, unanime riconoscimento ha trovato il tentativo di una soluzione positiva del tanto controverso problema dell'interesse del capitale, pubblicato da Böhm dapprima nel 1889 in un volume, e nella terza edizione in due volumi (dal 1909 al 1912). Questa pubblicazione è divenuta, in misura maggiore di forse qualsiasi altra degli ultimi decenni, oggetto di una vivace discussione scientifica nella letteratura economica di tutti i paesi civili, e in particolare anche di quella americana. Il suo contenuto principale può essere riassunto brevemente (con l'aderenza più rigorosa possibile alle parole dell'autore) nelle seguenti proposizioni:

Un insieme di ragioni, in parte psicologiche e in parte tecniche, concorre a conferire ai beni presenti, nella stima degli uomini e quindi nei prezzi che da tali stime risultano, una certa preferenza rispetto ai beni futuri della medesima specie e quantità. Le ragioni psicologiche affondano le loro radici principalmente nell'incertezza del futuro e nella minore attenzione che la maggior parte degli uomini riserva alla provvista dei bisogni futuri; le ragioni tecniche dipendono soprattutto da determinati rapporti della produzione, segnatamente dal fatto che i metodi di produzione tecnicamente più fecondi sono quelli nei quali è possibile concedersi produzione indiretta di ampio respiro e che richiede tempo (la fabbricazione preparatoria di idonei prodotti intermedi, strumenti, mezzi ausiliari e simili). Ora, in quanto tali percorsi indiretti che richiedono tempo possono essere intrapresi soltanto da chi disponga già fin d'ora di una somma di denaro o di beni sufficiente a far fronte ai fabbisogni produttivi di un periodo così lungo, la disponibilità di somme presenti di beni acquista nella produzione un'importanza accresciuta, rispetto alla quale le somme future di beni, che naturalmente non possono rendere quei servizi, devono passare in second'ordine.

In conseguenza di tutte queste circostanze, tra beni presenti e beni futuri si determina un rapporto di stima e di scambio che è regolarmente a favore dei primi, in modo tale che, ad esempio, 100 marchi presenti o quintali di frumento presenti vengono considerati di pari valore non con 100, bensì con circa 105 marchi o quintali di frumento dell'anno successivo (disponibili o pagabili nell'anno seguente).

Da questo fatto fondamentale derivano, secondo Böhm, »l'interesse del capitale e le sue diverse forme di manifestazione«.

La teoria dell'interesse del capitale di Böhm-Bawerk qui brevemente riassunta ha suscitato ovunque non poco scalpore fra gli economisti eruditi, e ciò non solo fra coloro che avevano trattato l'interesse del capitale in forma monografica, ma anche fra i numerosi autori di compendi, manuali, sistemi ecc. di economia politica, i quali avevano tutti, ex professo, esposto il problema dell'interesse del capitale. Tutti costoro, qualunque fosse il punto di vista da essi assunto, si videro contrapposti, già dopo la comparsa del primo volume dell'opera di Böhm — dunque prima ancora di conoscere il tentativo di soluzione dell'autore —, a una critica incisiva delle loro dottrine. La tensione con cui si attendeva la comparsa della teoria positiva dell'interesse del capitale di Böhm era, in tali circostanze, altrettanto comprensibile quanto la copiosa ondata di attacchi che si riversò, dopo la comparsa dell'opera, sul capo dell'ardito innovatore. A ciò si aggiunse la circostanza che la teoria di Böhm offriva in effetti più di un appiglio a una critica fondata. Eminenti economisti, in particolare dell'Inghilterra e dell'America, hanno definito la critica di Böhm alle teorie precedenti come unilaterale, e il suo proprio tentativo di soluzione come artificioso e privo di base empirica, anzi come in contrasto con l'esperienza, trascurando peraltro in molti casi gli importanti elementi di verità contenuti nella teoria da loro combattuta.

Il valore dell'opera principale di Böhm è stato solo in piccola misura intaccato dalle numerose ostilità che essa suscitò7. Ciò che infatti nessuno poté mettere in dubbio fu il poderoso stimolo e l'approfondimento della ricerca economica che da quest'opera e dal suo combattivo autore presero le mosse, la rettitudine dell'aspirazione scientifica di Böhm e la piena dedizione della sua personalità al progresso della scienza, al cui servizio egli si era posto.

Note:

Quellen:

C. Menger, Necrologio di Eugen von Böhm-Bawerk, »Almanach der Kaiserlichen Akademie der Wissenschaften zu Wien«, vol. 65 (1915), ampliato con alcune annotazioni tratte da J. A. Schumpeter, Das Wissenschaftliche Lebenswerk Eugen von Böhm-Bawerks, in: »Zeitschrift für Volkswirtschaft, Socialpolitik und Verwaltung«, vol. 23 (1914) e J. A. Schumpeter, Eugen von Böhm-Bawerk, in: Neue Österreichische Biographie, vol. II, Vienna 1925

Letteratura:

  • F. X. Weiss, Eugen von Böhm-Bawerk, in: Deutsches Biographisches Jahrbuch 1914 bis 1916, Stoccarda 1925
APPARATUS

Note

Footnotes

  1. Furono soprattutto ragioni esteriori a risultare decisive per la scelta degli studi giuridici e con ciò per la sistematica conoscenza dell'economia politica. Così alla Facoltà di Giurisprudenza di Vienna seguì lo Schottengymnasium. Conformemente alla consuetudine austriaca, coltivata segnatamente nelle famiglie di funzionari, egli entrò nel 1872, dopo aver superato gli esami di Stato in giurisprudenza, nel servizio finanziario della Bassa Austria, per essere ben presto chiamato al Ministero delle Finanze, dove subito attirò su di sé gli occhi dei suoi superiori.

  2. Diversamente da Marshall, egli non fu condotto alla scienza dal desiderio di spiegare i problemi sociali, e diversamente da Marx non dalla volontà di un'azione riformatrice. Egli voleva analizzare per amore dell'analizzare, della comprensione, della ricerca stessa. Con la spontanea adozione dell'idea fondamentale di Menger — che egli avrebbe poi sviluppato e difeso con classica perfezione, come si può difendere soltanto ciò che è proprio — si unì subito la propria grande idea fondamentale. Essa risuona già nel suo primo lavoro, con il quale nel 1880 conseguì la libera docenza in economia politica presso l'Università di Vienna e che un anno più tardi fu pubblicato in forma alquanto modificata, ma che era già nato negli anni delle peregrinazioni scientifiche.

  3. In quegli anni l'economia politica si trovava al nadir delle proprie prestazioni e del proprio prestigio. Il grande slancio dei primi decenni del diciannovesimo secolo ne aveva fatto una scienza e aveva precisato, fondato, sistematizzato e sviluppato le sue conquiste del diciottesimo secolo. Poi l'impulso produttivo si era spento. Né a Ricardo né a Thünen erano succeduti continuatori di pari valore. L'eredità decadeva nelle mani di una schiera di epigoni, i cui migliori — e ciò vale persino per John St. Mill — non avevano altro da offrire se non una più o meno perfetta esposizione e interpretazione della dottrina dei maestri, che parlava dal punto di vista di un sistema ormai consolidato. Ciò era tanto più grave in quanto già i primi entrati in campo avevano subito applicato la conoscenza appena acquisita e di gran lunga sopravvalutata nella sua portata a questioni di politica economica e sociale del tempo, legando così la scienza in modo apparentemente inscindibile a una determinata presa di posizione di politica economica, al liberalismo economico — cosa che, già di per sé più che azzardata, divenne del tutto insopportabile per via dell'infecondo, pedante dottrinarismo dei successori di un'epoca che si distoglieva da quel sistema di politica economica. Accadde così che l'economia politica di allora non solo soddisfaceva sempre meno le esigenze scientifiche degli spiriti più vivaci, ma poteva valere, per cerchie più ampie e perfino per specialisti il cui interesse era rivolto non alle questioni scientifiche fondamentali della teoria, bensì ai problemi che la vita presentava, semplicemente come una cassetta degli attrezzi dell'argomentazione liberale. La gioventù fuggiva le aride formule, e i più giovani studiosi di professione di allora non si davano nemmeno più la pena di penetrare nel senso interiore di quelle dottrine o di lavorare alla loro riforma — condannavano il »sistema classico« in blocco e si volgevano, segnatamente in Germania, al lavoro di storia economica o agli interessi della riforma sociale. In ampie cerchie divenne per così dire ufficiale la concezione secondo cui una scienza economica nel senso di un sistema di verità di validità universale non esisteva affatto e secondo cui ogni sistema di tal genere era, nel migliore dei casi, una formulazione delle idee di politica economica del proprio tempo. Tale era la situazione intellettuale di fronte alla quale si trovavano i tre uomini ai quali riuscì una ricostruzione dell'antico edificio dottrinale: Jevons, Menger e Walras. Ogni innovazione scientifica presuppone la forza di rompere attraverso abitudini di pensiero ormai offerte e consolidate, e ciò fecero questi tre.

  4. Solo dopo il 1904 ebbe inizio quell'attività che a tutti noi resterà indimenticabile … e quella serie di discussioni seminariali nei semestri estivi. Inoltre, in questo periodo egli tenne l'uno, quello teorico, dei tre corsi principali di cui si compone il curriculum di economia politica in Austria — come del resto anche in Germania. A suo tempo, a Innsbruck, anche gli altri due. Egli resistette sempre alle insistenze dei suoi amici di pubblicare quelle lezioni. Come nessun altro sarebbe stato chiamato a dare un'esposizione in forma di manuale della teoria del valore marginale, e ciò avrebbe reso accessibile a cerchie più ampie il contenuto essenziale delle sue lezioni. Egli non predilige alcuna parte favorita. Non mette in risalto alcuna propria opinione o prestazione. Non parla mai al di sopra delle teste degli ascoltatori. Li guida con sicurezza e badando solo a loro attraverso la prima tappa del cammino.

  5. Sia qui ricordata l'unione che offrì all'uomo, per altri versi così tanto affidato a se stesso, l'atmosfera vitale che per lui, come ricercatore e come uomo di Stato, ebbe un valore difficilmente definibile, che circondò il suo lavoro proteggendolo e favorendolo e che creò il terreno per la rettilinearità e l'unità della sua vita e della sua opera: nel 1880 egli sposò la sorella del suo amico, la baronessa Paula von Wieser, e fino alla morte godette la felicità di una casa quale può crearla una mano femminile altruista, e di uno stile di vita che con tanta felicità e con tanto profitto per l'opera intrecciava serenità e interessi di ogni sorta con le ore di lavoro condotte con fermezza.

  6. Il suo nome è indissolubilmente legato a una legislazione feconda, alla migliore tradizione dell'amministrazione finanziaria austriaca, ai più grandi successi e all'epoca più felice della politica finanziaria austriaca. E la sua opera politica reca esattamente la medesima impronta di quella scientifica. Nella scienza si scelse il compito più difficile nelle circostanze temporali più difficili, senza riguardo al plauso e al successo; nella vita pubblica si misurò con il compito più difficile e ingrato della politica, il compito di sostenere sani principi finanziari — un compito che è dappertutto difficile e ingrato, anche là dove un'opinione pubblica di alto livello sostiene il ministro, anche là dove egli poggia su una salda organizzazione di partito, anche là dove l'idea dello Stato è nazionale e il grido »lo Stato ne ha bisogno« è perciò un alleato sempre vittorioso — ma che in Austria è quasi sovrumano. In politica come in scienza sono le medesime alte doti che lo aiutarono alla vittoria: la medesima originalità e forza costruttiva, il medesimo sguardo chiaro per la realtà e per il possibile, il medesimo flusso costante di energia, all'altezza di ogni compito e che senza esitazione, dubbio e dispersione di forze padroneggia il lavoro di ogni giorno, la medesima calma e la medesima lama affilata — poiché il grande polemista era anche un temuto disputante, al quale più di un avversario tributò il più alto complimento che un uomo possa tributare a un altro, ossia quello di evitare il combattimento con lui. E in politica come in scienza si confermò il medesimo carattere: il medesimo autocontrollo e la medesima intensità, il medesimo elevato standard nell'adempimento del dovere, che si imprime tanto nei subordinati quanto negli allievi, la medesima capacità di guardare molto acutamente negli uomini e nelle cose senza diventare freddo e prossimistico, di combattere senza astio, di rinunciare senza debolezza — di tenersi fermo, attraverso tutte le risacche e le tempeste, a un piano di vita al tempo stesso grande e semplice. Così la sua vita fu un tutto unitario, l'espressione di una personalità una con sé e in sé, che non poteva mai perdersi, e che ovunque, da sé e senza sforzo, dava prova della propria superiorità — un'opera d'arte le cui severe linee erano dorate da un'infinita, delicata, riservata e assai personale amabilità.

  7. Schumpeter rese omaggio alla prestazione scientifica con le seguenti parole: la teoria del processo economico sociale si dispiega nelle pagine di Böhm-Bawerk per la prima volta come un tutto organico di valutazioni e di fatti »oggettivi«. In nessun luogo l'immagine del maestro è così chiaramente avvolta dallo splendore del genio come nell'ultima sezione della sua opera. In nessun luogo egli mostra così chiaramente di che cosa la teoria fosse capace nelle sue mani. È al contempo sorprendente con quale sicurezza e correttezza egli si serva qui di forme di pensiero essenzialmente matematiche, senza peraltro applicare mai un simbolo o adottarne la tecnica. Tale tecnica gli era infatti estranea, quelle forme di pensiero non le aveva mai apprese — con lo sguardo infallibile del ricercatore nato per le necessità logiche e la simmetria logica della cosa, in modo del tutto inconsapevole, le trovò da sé. A questo sguardo per la correttezza e la bellezza logiche egli univa un istinto altrettanto forte per il concreto e per ciò che è praticamente importante per la nostra conoscenza. Come non scivolò mai sul suo cammino, così seppe anche dirigerlo là dove vi sono problemi concreti da risolvere, e la sua opera è una sola grande indicazione di tesori che possono essere sollevati con i suoi metodi. Fra l'altro, per via della peculiarità del suo procedimento di pensiero, egli ha — non voglio dire avvicinato a noi, ma comunque collocato nell'ambito di speranze discutibili — la possibilità di una concreta apprensione numerica dei processi dell'economia capitalistica mediante l'inserimento di dati corrispondenti nelle forme teoriche. Non so se egli stesso abbia mai pensato a questa possibilità. Per quanto ne so, non si è espresso in proposito. Ma questa possibilità un giorno diverrà realtà, e sarà soprattutto la sua opera ad avercela condotta.

APA
Chicago
Stile storico tedesco