7. La concezione liberale della libertà
Poiché solo il tipo «britannico» o evolutivo di liberalismo ha sviluppato un programma politico definito, un tentativo di esposizione sistematica dei principi del liberalismo dovrà concentrarsi su di esso, e le concezioni del tipo «continentale» o costruttivistico saranno menzionate solo occasionalmente per contrasto. Questo fatto richiede anche il rifiuto di un'altra distinzione frequentemente tracciata sul Continente, ma inapplicabile al tipo britannico, quella tra liberalismo politico e liberalismo economico (elaborata specialmente dal filosofo italiano Benedetto Croce, come la distinzione tra liberalismo e liberismo). Per la tradizione britannica i due sono inseparabili, perché il principio fondamentale della limitazione dei poteri coercitivi del governo all'applicazione di regole generali di giusta condotta priva il governo del potere di dirigere o controllare le attività economiche degli individui, mentre il conferimento di tali poteri dà al governo un potere essenzialmente arbitrario e discrezionale che non può non restringere perfino la libertà nella scelta degli scopi individuali che tutti i liberali vogliono garantire. La Libertà sotto la legge implica la libertà economica, mentre il controllo economico, in quanto controllo dei mezzi per tutti gli scopi, rende possibile una restrizione di ogni libertà.
È in questo contesto che l'apparente accordo dei diversi tipi di liberalismo sulla richiesta della libertà dell'individuo, e sul rispetto della personalità individuale che essa implica, cela un'importante differenza. Durante il periodo di massimo splendore del liberalismo questo concetto di libertà aveva un significato abbastanza definito: significava in primo luogo che la persona libera non era soggetta a coercizione arbitraria. Ma per l'uomo che vive in società la protezione contro tale coercizione richiedeva una restrizione su tutti gli uomini, privandoli della possibilità di coartare gli altri. La libertà per tutti poteva essere conseguita solo se, nella celebre formula di Immanuel Kant, la libertà di ciascuno non si estendeva oltre quanto fosse compatibile con un'eguale libertà per tutti gli altri. La concezione liberale della libertà era pertanto necessariamente quella di una libertà sotto una legge che limitava la libertà di ciascuno in modo da garantire la medesima libertà per tutti. Essa non significava ciò che talvolta è stato descritto come la «libertà naturale» di un individuo isolato, ma la libertà possibile in società e ristretta da quelle regole che erano necessarie a proteggere la libertà degli altri. Il liberalismo sotto questo aspetto va nettamente distinto dall'anarchismo. Esso riconosce che, se tutti devono essere il più liberi possibile, la coercizione non può essere interamente eliminata, ma solo ridotta a quel minimo che è necessario per impedire a individui o gruppi di coartare arbitrariamente gli altri. Era una libertà entro un dominio circoscritto da regole note, che rendeva possibile all'individuo di evitare di essere coartato finché si manteneva entro questi limiti.
Questa libertà poteva inoltre essere assicurata solo a coloro che erano capaci di obbedire alle regole intese a garantirla. Solo gli adulti e i sani di mente, presunti pienamente responsabili delle proprie azioni, erano considerati pienamente titolari di tale libertà, mentre vari gradi di tutela erano ritenuti appropriati nel caso dei bambini e delle persone non in pieno possesso delle proprie facoltà mentali. E con la violazione delle regole intese a garantire la medesima libertà a tutti, una persona poteva come pena perdere quell'esenzione dalla coercizione di cui godevano coloro che vi obbedivano.
Questa libertà così conferita a tutti coloro che erano giudicati responsabili delle proprie azioni li rendeva inoltre responsabili del proprio destino: mentre la protezione della legge doveva assistere tutti nel perseguimento dei loro scopi, non si supponeva che il governo garantisse agli individui particolari risultati dei loro sforzi. Mettere l'individuo in grado di usare le proprie conoscenze e capacità nel perseguimento degli scopi da lui stesso scelti era considerato sia come il più grande beneficio che il governo potesse garantire a tutti, sia come il modo migliore per indurre questi individui a dare il massimo contributo al benessere degli altri. Far emergere i migliori sforzi a cui un individuo era reso capace dalle sue particolari circostanze e capacità, di cui nessuna autorità poteva avere conoscenza, era ritenuto il principale vantaggio che la libertà di ciascuno avrebbe conferito a tutti gli altri.
La concezione liberale della libertà è stata spesso descritta come una concezione meramente negativa, e a ragione. Come la pace e la giustizia, essa si riferisce all'assenza di un male, a una condizione che apre opportunità ma non assicura benefici particolari; sebbene ci si attendesse che accrescesse la probabilità che i mezzi necessari ai fini perseguiti dai diversi individui fossero disponibili. La richiesta liberale di libertà è dunque una richiesta di rimozione di tutti gli ostacoli creati dall'uomo agli sforzi individuali, non la pretesa che la comunità o lo Stato debbano fornire beni particolari. Essa non esclude un'azione collettiva di tal genere ove questa appaia necessaria, o quanto meno un modo più efficace per assicurare certi servizi, ma la considera una questione di opportunità e, in quanto tale, limitata dal principio fondamentale di eguale libertà sotto la legge. Il declino della dottrina liberale, iniziato negli anni Settanta del XIX secolo, è strettamente connesso a una reinterpretazione della libertà come disponibilità dei mezzi per il conseguimento di una grande varietà di fini particolari, e di norma come fornitura di tali mezzi da parte dello Stato.
8. La concezione liberale della legge
Il significato della concezione liberale della libertà sotto la legge, ovvero dell'assenza di coercizione arbitraria, dipende dal senso che in questo contesto si attribuisce ai termini «legge» e «arbitrario». È in parte a causa di differenze nell'uso di queste espressioni che all'interno della tradizione liberale esiste un conflitto tra coloro per i quali, come per John Locke, la libertà poteva esistere solo sotto la legge («poiché chi potrebbe essere libero, se il capriccio di ogni altro uomo potesse dominarlo?»), mentre per molti liberali continentali e per Jeremy Bentham, come quest'ultimo la espresse, «ogni legge è un male, perché ogni legge è una violazione della libertà».
È naturalmente vero che la legge può essere usata per distruggere la libertà. Ma non ogni prodotto della legislazione è una legge nel senso in cui John Locke o David Hume o Adam Smith o Immanuel Kant o i successivi Whig inglesi consideravano la legge come una salvaguardia della libertà. Ciò che essi avevano in mente quando parlavano della legge come dell'indispensabile salvaguardia della libertà erano soltanto quelle regole di giusta condotta che costituiscono il diritto privato e penale, e non ogni comando emanato dall'autorità legislativa. Per qualificarsi come legge, nel senso in cui il termine era usato nella tradizione liberale britannica per descrivere le condizioni della libertà, le regole imposte dal governo dovevano possedere certi attributi che una legge come la Common Law inglese possedeva di necessità, ma che i prodotti della legislazione non devono necessariamente possedere: esse devono essere regole generali di condotta individuale, applicabili a tutti allo stesso modo in un numero ignoto di casi futuri, che definiscono il dominio protetto degli individui e quindi essenzialmente di natura proibitiva piuttosto che di comandi specifici. Esse sono perciò anche inseparabili dall'istituzione della proprietà privata. Era entro i limiti determinati da queste regole di giusta condotta che l'individuo doveva essere libero di usare la propria conoscenza e le proprie capacità nel perseguimento dei propri scopi nel modo che a lui apparisse più appropriato.
I poteri coercitivi del governo dovevano dunque essere limitati all'applicazione di quelle regole di giusta condotta. Ciò, salvo per un'ala estrema della tradizione liberale, non escludeva che il governo dovesse rendere anche altri servizi ai cittadini. Significava soltanto che, qualunque altro servizio il governo potesse essere chiamato a fornire, esso poteva a tali fini usare unicamente le risorse poste a sua disposizione, ma non poteva coartare il privato cittadino; ovvero, in altre parole, la persona e la proprietà del cittadino non potevano essere usate dal governo come mezzo per il conseguimento dei suoi fini particolari. In questo senso un atto della legislatura debitamente autorizzata poteva essere altrettanto arbitrario quanto l'atto di un autocrate; anzi, qualunque comando o divieto rivolto a persone o gruppi particolari, e non derivante da una regola di applicabilità universale, sarebbe stato considerato arbitrario. Ciò che rende dunque arbitrario un atto di coercizione, nel senso in cui il termine è usato nell'antica tradizione liberale, è che esso serve un fine particolare del governo, è determinato da uno specifico atto di volontà e non da una regola universale necessaria al mantenimento di quell'ordine complessivo delle azioni che si genera da sé, e che è servito da tutte le altre regole di giusta condotta imposte.
9. La legge e l'ordine spontaneo delle azioni
L'importanza che la teoria liberale attribuiva alle regole di giusta condotta si fonda sull'intuizione che esse sono una condizione essenziale per il mantenimento di un ordine delle azioni dei diversi individui e gruppi che si genera da sé, o spontaneo, ciascuno dei quali persegue i propri fini sulla base della propria conoscenza. Quanto meno i grandi fondatori della teoria liberale nel XVIII secolo, David Hume e Adam Smith, non presupponevano un'armonia naturale degli interessi, ma sostenevano piuttosto che gli interessi divergenti dei diversi individui potessero essere conciliati mediante l'osservanza di appropriate regole di condotta; ovvero, come lo espresse il loro contemporaneo Josiah Tucker, che «il movente universale della natura umana, l'amor proprio, possa ricevere una tale direzione [...] da promuovere l'interesse pubblico attraverso quegli sforzi che esso compie nel perseguire il proprio». Quegli scrittori del XVIII secolo erano in effetti tanto filosofi del diritto quanto studiosi dell'ordine economico, e la loro concezione della legge e la loro teoria del meccanismo di mercato sono strettamente connesse. Essi compresero che solo il riconoscimento di certi principi di diritto, principalmente l'istituzione della proprietà privata e l'applicazione dei contratti, avrebbe assicurato un tale reciproco adeguamento dei piani d'azione dei singoli individui da consentire a tutti di avere buone possibilità di realizzare i piani d'azione che avevano formato. Fu, come la successiva teoria economica mise più chiaramente in luce, questo reciproco adeguamento dei piani individuali a permettere alle persone di servirsi a vicenda mentre impiegavano la loro diversa conoscenza e le loro diverse capacità al servizio dei propri fini.
La funzione delle regole di condotta non era dunque quella di organizzare gli sforzi individuali per fini particolari concordati, bensì quella di assicurare un ordine complessivo delle azioni entro il quale ciascuno potesse trarre il massimo beneficio possibile dagli sforzi degli altri nel perseguimento dei propri fini. Le regole favorevoli alla formazione di un tale ordine spontaneo erano considerate il prodotto di una lunga sperimentazione nel passato. E sebbene fossero ritenute suscettibili di miglioramento, si pensava che tale miglioramento dovesse procedere lentamente e passo dopo passo, man mano che una nuova esperienza ne mostrasse l'opportunità.
Il grande vantaggio di un tale ordine che si genera da sé era ritenuto consistere non soltanto nel fatto che esso lasciava gli individui liberi di perseguire i propri scopi, fossero questi egoistici o altruistici. Consisteva anche nel fatto che esso rendeva possibile l'utilizzo della conoscenza ampiamente dispersa di particolari circostanze di tempo e luogo, che esiste solo come conoscenza di quei diversi individui e non potrebbe in alcun modo essere posseduta da una qualche singola autorità direttiva. È questo utilizzo di una maggiore conoscenza di fatti particolari di quanta sarebbe possibile sotto qualsiasi sistema di direzione centrale dell'attività economica che produce un prodotto aggregato della società tanto grande quanto possa essere prodotto con qualsiasi mezzo conosciuto.
Ma se lasciare la formazione di un tale ordine alle forze spontanee del mercato, operanti sotto il vincolo di appropriate regole di diritto, assicura un ordine più ampio e un adattamento più completo alle circostanze particolari, ciò significa anche che i contenuti particolari di questo ordine non saranno soggetti a un controllo deliberato, ma sono lasciati in larga misura al caso. Il quadro delle regole di diritto, e tutte le varie istituzioni speciali che servono alla formazione dell'ordine di mercato, possono determinarne soltanto il carattere generale o astratto, ma non i suoi effetti specifici su particolari individui o gruppi. Sebbene la sua giustificazione consista nell'accrescere le possibilità di tutti e nel rendere la posizione di ciascuno in larga misura dipendente dai propri sforzi, esso lascia comunque l'esito per ciascun individuo e gruppo dipendente anche da circostanze imprevedibili che né essi né alcun altro possono controllare. Sin da Adam Smith il processo mediante il quale le quote degli individui sono determinate in un'economia di mercato è stato perciò spesso paragonato a un gioco in cui i risultati per ciascuno dipendono in parte dalla sua abilità e dal suo sforzo e in parte dalla sorte. Gli individui hanno motivo di accettare di partecipare a questo gioco perché esso rende il fondo da cui sono tratte le quote individuali più grande di quanto possa essere reso con qualsiasi altro metodo. Ma al tempo stesso esso rende la quota di ciascun individuo soggetta a ogni sorta di casualità e certamente non assicura che essa corrisponda sempre ai meriti soggettivi o alla stima da parte degli altri degli sforzi individuali.
Prima di considerare ulteriormente i problemi della concezione liberale della giustizia che ciò solleva, è necessario considerare certi principi costituzionali nei quali la concezione liberale della legge giunse a incarnarsi.
10. I diritti naturali, la separazione dei poteri e la sovranità
Il principio liberale fondamentale di limitare la coercizione all'applicazione di regole generali di giusta condotta è stato raramente enunciato in questa forma esplicita, ma ha solitamente trovato espressione in due concezioni caratteristiche del costituzionalismo liberale: quella dei diritti inalienabili o naturali dell'individuo (descritti anche come diritti fondamentali o diritti dell'uomo) e quella della separazione dei poteri. Come la Dichiarazione francese dei Diritti dell'Uomo e del Cittadino del 1789, al contempo l'enunciazione più concisa e più influente dei principi liberali, lo espresse: «Ogni società in cui la garanzia dei diritti non è assicurata, e la separazione dei poteri non è determinata, non ha costituzione».
L'idea di garantire specificamente certi diritti fondamentali, quali «la libertà, la proprietà, la sicurezza e la resistenza all'oppressione», e, più precisamente, libertà come quelle di opinione, di parola, di riunione, di stampa, che fanno la loro comparsa per la prima volta nel corso della rivoluzione americana, è tuttavia soltanto un'applicazione del principio liberale generale a certi diritti che si riteneva fossero particolarmente importanti e, essendo limitata a diritti enumerati, non va tanto lontano quanto il principio generale. Che essi siano soltanto applicazioni particolari del principio generale risulta dal fatto che nessuno di questi diritti fondamentali è trattato come un diritto assoluto, ma che essi tutti si estendono soltanto fin dove non sono limitati da leggi generali. Eppure, poiché secondo il principio liberale più generale ogni azione coercitiva del governo deve essere limitata all'applicazione di tali regole generali, tutti i diritti fondamentali elencati in uno qualsiasi dei cataloghi o delle dichiarazioni dei diritti protetti, e molti altri mai incarnati in tali documenti, sarebbero assicurati da un'unica clausola che enunci quel principio generale. Come è vero per la libertà economica, tutte le altre libertà sarebbero assicurate se le attività degli individui non potessero essere limitate da divieti specifici (o dalla richiesta di permessi specifici) ma soltanto da regole generali ugualmente applicabili a tutti.
Anche il principio della separazione dei poteri nel suo senso originario è un'applicazione del medesimo principio generale, ma solo nella misura in cui, nella distinzione tra i tre poteri della legislazione, della giurisdizione e dell'amministrazione, il termine «legge» è inteso, come indubbiamente lo era dai primi sostenitori del principio, nel senso ristretto di regole generali di giusta condotta. Finché la legislatura poteva emanare soltanto leggi in questo senso ristretto, i tribunali potevano soltanto ordinare (e l'esecutivo soltanto applicare) la coercizione al fine di assicurare l'obbedienza a tali regole generali. Ciò, tuttavia, sarebbe vero soltanto nella misura in cui il potere della legislatura fosse confinato all'emanazione di tali leggi in senso stretto (come, secondo l'opinione di John Locke, dovrebbe essere), ma non se la legislatura potesse impartire all'esecutivo qualsiasi ordine ritenesse opportuno, e se qualsiasi azione dell'esecutivo così autorizzata fosse considerata legittima. Là dove l'assemblea rappresentativa, chiamata legislatura, è divenuta, come è avvenuto in tutti gli Stati moderni, la suprema autorità di governo che dirige l'azione dell'esecutivo su questioni particolari, e la separazione dei poteri significa soltanto che l'esecutivo non deve fare nulla che non sia così autorizzato, ciò non assicura che la libertà dell'individuo sia limitata soltanto da leggi nel senso stretto in cui la teoria liberale usava il termine.
La limitazione dei poteri della legislatura implicita nella concezione originaria della separazione dei poteri implica anche un rifiuto dell'idea di qualsiasi potere illimitato o sovrano, o quanto meno di qualsiasi autorità di un potere organizzato di fare ciò che gli aggrada. Il rifiuto di riconoscere un tale potere sovrano, molto chiaro in John Locke e ricorrente più e più volte nella successiva dottrina liberale, è uno dei punti principali in cui essa si scontra con le concezioni ora predominanti del positivismo giuridico. Essa nega la necessità logica della derivazione di ogni potere legittimo da un'unica fonte sovrana, o da una qualche «volontà» organizzata, sulla base del fatto che una tale limitazione di ogni potere organizzato può essere realizzata da uno stato generale dell'opinione che rifiuta fedeltà a qualsiasi potere (o volontà organizzata) che compia un'azione di un tipo che questa opinione generale non autorizza. Essa ritiene che persino una forza quale l'opinione generale, pur non essendo capace di formulare atti specifici di volontà, possa nondimeno limitare il potere legittimo di tutti gli organi di governo ad azioni dotate di certi attributi generali.
11. Il liberalismo e la giustizia
Strettamente connessa con la concezione liberale della legge è la concezione liberale della giustizia. Essa differisce da quella ora largamente sostenuta sotto due importanti aspetti: si fonda sulla convinzione della possibilità di scoprire regole oggettive di giusta condotta indipendenti da interessi particolari; e si occupa soltanto della giustizia della condotta umana, o delle regole che la governano, e non dei risultati particolari di tale condotta sulla posizione dei diversi individui o gruppi. Specialmente in contrapposizione al socialismo si può dire che il liberalismo si occupa della giustizia commutativa e non di ciò che viene chiamata giustizia distributiva o, ora più di frequente, giustizia «sociale».
La convinzione dell'esistenza di regole di giusta condotta che possono essere scoperte ma non create arbitrariamente poggia sul fatto che la grande maggioranza di tali regole sarà in ogni tempo accettata senza discussione, e che qualsiasi dubbio circa la giustizia di una regola particolare deve essere risolto nel contesto di questo corpo di regole generalmente accettate, in modo tale che la regola da accettare risulti compatibile con le altre: vale a dire, essa deve servire alla formazione del medesimo tipo di ordine astratto delle azioni a cui servono tutte le altre regole di giusta condotta, e non deve confliggere con i requisiti di nessuna di queste regole. La prova della giustizia di una qualsiasi regola particolare è dunque se la sua applicazione universale sia possibile, in quanto essa si dimostri coerente con tutte le altre regole accettate.
Si afferma spesso che questa convinzione del liberalismo in una giustizia indipendente da interessi particolari dipenda da una concezione di un diritto di natura che è stata definitivamente respinta dal pensiero moderno. Eppure essa può essere rappresentata come dipendente da una convinzione in un diritto di natura solo in un senso del tutto particolare di questo termine, un senso nel quale non è affatto vero che essa sia stata efficacemente confutata dal positivismo giuridico. È innegabile che gli attacchi del positivismo giuridico abbiano molto contribuito a screditare questa parte essenziale del tradizionale credo liberale. La teoria liberale è in effetti in conflitto con il positivismo giuridico riguardo all'affermazione di quest'ultimo secondo cui ogni legge è o deve essere il prodotto della volontà (essenzialmente arbitraria) di un legislatore. Eppure, una volta accettato il principio generale di un ordine che si mantiene da sé fondato sulla proprietà privata e sulle regole del contratto, si renderanno necessarie, all'interno del sistema di regole generalmente accettate, risposte particolari a questioni specifiche – rese necessarie dalla logica dell'intero sistema – e le risposte appropriate a tali questioni dovranno essere scoperte piuttosto che inventate arbitrariamente. È da questo fatto che scaturisce la legittima concezione secondo cui «la natura del caso» richiederà certe regole particolari piuttosto che altre.
L'ideale della giustizia distributiva ha frequentemente attratto i pensatori liberali, ed è divenuto probabilmente uno dei principali fattori che ha condotto tanti di loro dal liberalismo al socialismo. La ragione per cui esso deve essere respinto dai liberali coerenti è duplice: non esistono principî generali di giustizia distributiva riconosciuti o scopribili, e, anche se su tali principî si potesse trovare un accordo, essi non potrebbero essere posti in atto in una società la cui produttività riposa sulla libertà degli individui di impiegare le proprie conoscenze e capacità per i propri fini. L'assicurazione di particolari benefici a particolari persone quali ricompense corrispondenti ai loro meriti o ai loro bisogni, comunque valutati, richiede un tipo di ordine sociale del tutto diverso da quell'ordine spontaneo che si forma da sé se gli individui sono limitati soltanto da regole generali di giusta condotta. Esso richiede un ordine del genere (descritto al meglio come un'organizzazione) in cui gli individui sono indotti a servire una comune gerarchia unitaria di fini, e tenuti a fare ciò che è necessario alla luce di un piano d'azione autoritativo. Mentre un ordine spontaneo in questo senso non serve alcun singolo ordine di bisogni, ma fornisce semplicemente le migliori opportunità per il perseguimento di una grande varietà di bisogni individuali, un'organizzazione presuppone che tutti i suoi membri servano il medesimo sistema di fini. E il tipo di organizzazione unica e onnicomprensiva dell'intera società, che sarebbe necessaria per garantire che ciascuno ottenga ciò che una qualche autorità ritiene egli meriti, deve produrre una società in cui ciascuno deve anche fare ciò che la medesima autorità prescrive.
12. Liberalismo e uguaglianza
Il liberalismo esige soltanto che, nella misura in cui lo Stato determina le condizioni in cui gli individui agiscono, esso lo faccia secondo le medesime regole formali per tutti. Esso si oppone a ogni privilegio giuridico, a ogni conferimento da parte del governo di vantaggi specifici ad alcuni che esso non offra a tutti. Ma poiché, senza il potere di una coercizione specifica, il governo può controllare soltanto una piccola parte delle condizioni che determinano le prospettive dei diversi individui, e questi individui sono necessariamente assai diversi, sia nelle loro capacità e conoscenze individuali sia nel particolare ambiente (fisico e sociale) in cui si trovano, l'eguale trattamento secondo le medesime leggi generali deve risultare in posizioni assai diverse delle diverse persone; mentre, per rendere uguale la posizione o le opportunità delle diverse persone, sarebbe necessario che il governo le trattasse in modo diverso. Il liberalismo, in altre parole, esige soltanto che la procedura, ossia le regole del gioco, mediante le quali si determinano le posizioni relative dei diversi individui, siano giuste (o quanto meno non ingiuste), ma non che i particolari risultati di questo processo per i diversi individui siano giusti; perché questi risultati, in una società di uomini liberi, dipenderanno sempre anche dalle azioni degli individui stessi e da numerose altre circostanze che nessuno può, nella loro interezza, determinare o prevedere.
Nel periodo di massimo splendore del liberalismo classico, questa esigenza veniva comunemente espressa con il requisito che tutte le carriere dovessero essere aperte ai talenti, o, più vagamente e imprecisamente, come «uguaglianza delle opportunità». Ma ciò significava in effetti soltanto che dovevano essere rimossi quegli ostacoli all'ascesa verso posizioni più elevate che erano l'effetto di discriminazioni giuridiche tra le persone. Non significava che con ciò le possibilità dei diversi individui potessero essere rese uguali. Non soltanto le loro diverse capacità individuali, ma soprattutto le inevitabili differenze dei loro ambienti individuali, e in particolare la famiglia in cui sono cresciuti, renderebbero comunque assai diverse le loro prospettive. Per questa ragione l'idea che si è rivelata tanto attraente per la maggior parte dei liberali, ossia che soltanto un ordine in cui le possibilità iniziali di tutti gli individui sono le medesime in partenza possa essere considerato giusto, è incapace di realizzazione in una società libera; essa richiederebbe una deliberata manipolazione dell'ambiente in cui operano tutti i diversi individui, che sarebbe del tutto inconciliabile con l'ideale di una libertà in cui gli individui possono impiegare le proprie conoscenze e abilità per plasmare tale ambiente.
Ma sebbene vi siano limiti rigorosi al grado di uguaglianza materiale conseguibile con metodi liberali, la lotta per l'uguaglianza formale, ossia contro ogni discriminazione fondata sull'origine sociale, sulla nazionalità, sulla razza, sul credo, sul sesso, ecc., è rimasta uno dei caratteri più marcati della tradizione liberale. Sebbene essa non credesse che fosse possibile evitare grandi differenze nelle posizioni materiali, sperava di rimuoverne il pungiglione mediante un progressivo aumento della mobilità verticale. Lo strumento principale con cui ciò doveva essere assicurato era la predisposizione (ove necessario con fondi pubblici) di un sistema universale di istruzione che ponesse quanto meno tutti i giovani ai piedi della scala lungo la quale essi sarebbero stati poi in grado di salire in conformità alle loro capacità. Fu dunque mediante la fornitura di determinati servizi a coloro che non erano ancora in grado di provvedere a sé stessi che molti liberali si sforzarono quanto meno di ridurre le barriere sociali che vincolavano gli individui alla classe in cui erano nati.
Più dubbiamente compatibile con la concezione liberale dell'uguaglianza è un'altra misura che pure guadagnò ampio sostegno nei circoli liberali, vale a dire l'uso della tassazione progressiva quale mezzo per attuare una ridistribuzione del reddito a favore delle classi più povere. Poiché non si può trovare alcun criterio mediante il quale tale progressione possa essere fatta corrispondere a una regola che si possa dire essere la medesima per tutti, o che limiti il grado dell'onere supplementare gravante sui più abbienti, sembrerebbe che una tassazione genericamente progressiva sia in contrasto con il principio dell'uguaglianza dinanzi alla legge, e così essa fu in generale considerata dai liberali nel diciannovesimo secolo.
13. Liberalismo e democrazia
Mediante l'insistenza su una legge che sia la medesima per tutti, e la conseguente opposizione a ogni privilegio giuridico, il liberalismo finì per associarsi strettamente al movimento per la democrazia. Nella lotta per il governo costituzionale nel diciannovesimo secolo, il movimento liberale e quello democratico furono in effetti spesso indistinguibili. Tuttavia, col passare del tempo, la conseguenza del fatto che le due dottrine si occupavano in ultima istanza di questioni diverse divenne sempre più evidente. Il liberalismo si occupa delle funzioni del governo e in particolare della limitazione di tutti i suoi poteri. La democrazia si occupa della questione di chi debba dirigere il governo. Il liberalismo esige che ogni potere, e perciò anche quello della maggioranza, sia limitato. La democrazia finì per considerare l'opinione corrente della maggioranza come l'unico criterio della legittimità dei poteri del governo. La differenza tra i due principî risalta nel modo più chiaro se consideriamo i loro opposti: nel caso della democrazia esso è il governo autoritario; nel caso del liberalismo esso è il totalitarismo. Nessuno dei due sistemi esclude necessariamente l'opposto dell'altro: una democrazia può ben esercitare poteri totalitari, ed è quanto meno concepibile che un governo autoritario possa agire secondo principî liberali.
Il liberalismo è dunque incompatibile con la democrazia illimitata, proprio come è incompatibile con tutte le altre forme di governo illimitato. Esso presuppone la limitazione dei poteri anche dei rappresentanti della maggioranza, richiedendo un vincolo a principî o esplicitamente fissati in una costituzione o accolti dall'opinione generale in modo da circoscrivere efficacemente la legislazione.
Così, sebbene l'applicazione coerente dei principî liberali conduca alla democrazia, la democrazia preserverà il liberalismo soltanto se, e finché, la maggioranza si astenga dall'usare i propri poteri per conferire ai propri sostenitori vantaggi speciali che non possano essere offerti analogamente a tutti i cittadini. Ciò potrebbe essere conseguito in un'assemblea rappresentativa i cui poteri fossero circoscritti all'approvazione di leggi nel senso di regole generali di giusta condotta, sulle quali è probabile che esista un accordo tra una maggioranza. Ma è assai improbabile in un'assemblea che abitualmente dirige le misure specifiche del governo. In una tale assemblea rappresentativa, che combina veri poteri legislativi con poteri di governo, e che pertanto, nell'esercizio di questi ultimi, non è limitata da regole che non può modificare, è improbabile che la maggioranza si fondi su un vero accordo sui principî, ma probabilmente consisterà in coalizioni di vari interessi organizzati che si concederanno reciprocamente vantaggi speciali. Là dove, come è quasi inevitabile in un organo rappresentativo dotato di poteri illimitati, le decisioni si raggiungono mediante un baratto di benefici speciali ai diversi gruppi, e dove la formazione di una maggioranza capace di governare dipende da tale baratto, è in effetti quasi inconcepibile che questi poteri vengano usati soltanto nei veri interessi generali.
Ma mentre, per queste ragioni, sembra pressoché certo che la democrazia illimitata abbandonerà i principî liberali in favore di misure discriminatorie a beneficio dei vari gruppi che sostengono la maggioranza, è anche dubbio se a lungo andare la democrazia possa preservare sé stessa qualora abbandoni i principî liberali. Se il governo assume compiti troppo estesi e complessi per essere efficacemente guidati da decisioni a maggioranza, sembra inevitabile che i poteri effettivi si trasferiscano a un apparato burocratico sempre più indipendente dal controllo democratico. Non è perciò improbabile che l'abbandono del liberalismo da parte della democrazia conduca a lungo andare anche alla scomparsa della democrazia. In particolare, vi può essere ben poco dubbio che il tipo di economia diretta verso cui la democrazia sembra tendere richieda, per la sua efficace conduzione, un governo dotato di poteri autoritari.
14. Le funzioni di servizio del governo
La rigorosa limitazione dei poteri governativi all'applicazione di regole generali di giusta condotta, richiesta dai principî liberali, si riferisce soltanto ai poteri coercitivi del governo. Il governo può inoltre rendere, mediante l'uso dei mezzi posti a sua disposizione, molti servizi che non implicano alcuna coercizione, eccetto che per la raccolta dei mezzi mediante la tassazione; e, a parte forse alcune ali estreme del movimento liberale, la desiderabilità che il governo intraprenda tali compiti non è mai stata negata. Essi erano, tuttavia, nel diciannovesimo secolo ancora di importanza minore e principalmente tradizionale, e poco discussi dalla teoria liberale, la quale si limitava a sottolineare che tali servizi era meglio lasciarli nelle mani delle amministrazioni locali piuttosto che del governo centrale. La considerazione guida era il timore che il governo centrale divenisse troppo potente, e la speranza che la concorrenza tra le diverse autorità locali controllasse e indirizzasse efficacemente lo sviluppo di questi servizi lungo linee desiderabili.
La crescita generale della ricchezza e le nuove aspirazioni la cui soddisfazione fu da essa resa possibile hanno da allora condotto a un'enorme crescita di tali attività di servizio, e hanno reso necessario un atteggiamento assai più netto nei loro confronti di quanto il liberalismo classico abbia mai assunto. Non può esservi dubbio che vi siano molti di tali servizi, noti agli economisti come «beni pubblici», che sono altamente desiderabili ma non possono essere forniti dal meccanismo di mercato, perché se vengono forniti gioveranno a tutti e non possono essere circoscritti a coloro che sono disposti a pagarli. Dai compiti elementari della protezione contro il crimine o della prevenzione della diffusione di malattie contagiose e altri servizi sanitari, fino alla grande varietà di problemi che i grandi agglomerati urbani sollevano nel modo più acuto, i servizi richiesti possono essere forniti soltanto se i mezzi per coprirne i costi vengono raccolti mediante la tassazione. Ciò significa che, se questi servizi devono essere forniti del tutto, quanto meno il loro finanziamento, se non necessariamente anche la loro gestione, deve essere posto nelle mani di organismi dotati del potere di tassazione. Ciò non deve significare che al governo venga conferito il diritto esclusivo di rendere questi servizi, e il liberale vorrà che resti aperta la possibilità che, quando si scoprano modi di fornire tali servizi mediante l'impresa privata, ciò possa essere fatto. Egli manterrà anche la preferenza tradizionale che tali servizi siano forniti, per quanto possibile, dalle autorità locali piuttosto che centrali e siano pagati mediante la tassazione locale, poiché in questo modo si preserverà quanto meno una qualche connessione tra coloro che traggono beneficio e coloro che pagano per un particolare servizio. Ma al di là di ciò il liberalismo non ha sviluppato quasi alcun principio definito per guidare la politica in questo vasto campo di importanza sempre crescente.
Il mancato impiego dei principî generali del liberalismo ai nuovi problemi si manifestò nel corso dello sviluppo del moderno Stato sociale. Sebbene sarebbe dovuto essere possibile conseguire molti dei suoi fini all'interno di una cornice liberale, ciò avrebbe richiesto un lento processo sperimentale; eppure il desiderio di conseguirli per la via più immediatamente efficace condusse ovunque all'abbandono dei principî liberali. Mentre sarebbe dovuto essere possibile, in particolare, fornire la maggior parte dei servizi dell'assicurazione sociale mediante lo sviluppo di un'istituzione di vera assicurazione concorrenziale, e mentre persino un reddito minimo assicurato a tutti avrebbe potuto essere creato all'interno di una cornice liberale, la decisione di fare dell'intero campo dell'assicurazione sociale un monopolio statale, e di trasformare l'intero apparato eretto a tale scopo in un grande meccanismo per la ridistribuzione dei redditi, condusse a una progressiva crescita del settore dell'economia controllato dal governo e a un costante restringimento della parte dell'economia in cui i principî liberali ancora prevalgono.
15. I compiti positivi della legislazione liberale
La dottrina liberale tradizionale, tuttavia, non soltanto non riuscì a far fronte adeguatamente ai nuovi problemi, ma non sviluppò mai un programma sufficientemente chiaro per lo sviluppo di una cornice giuridica concepita per preservare un effettivo ordine di mercato. Se il sistema della libera impresa deve operare in modo benefico, non è sufficiente che le leggi soddisfino i criteri negativi delineati in precedenza. È anche necessario che il loro contenuto positivo sia tale da far funzionare in modo soddisfacente il meccanismo di mercato. Ciò richiede in particolare regole che favoriscano la preservazione della concorrenza e contengano, per quanto possibile, lo sviluppo di posizioni monopolistiche. Questi problemi furono alquanto trascurati dalla dottrina liberale del diciannovesimo secolo e furono esaminati sistematicamente soltanto più di recente da alcuni dei gruppi «neoliberali».
È probabile, tuttavia, che nel campo dell'impresa il monopolio non sarebbe mai divenuto un problema serio se il governo non ne avesse favorito lo sviluppo mediante le tariffe doganali, certi tratti del diritto societario e del diritto dei brevetti industriali. È una questione aperta se, al di là di conferire alla cornice giuridica un carattere tale da favorire la concorrenza, siano necessarie o desiderabili misure specifiche per combattere il monopolio. Se lo sono, l'antico divieto della common law delle cospirazioni in restrizione del commercio avrebbe potuto fornire un fondamento per uno sviluppo di tal genere, che tuttavia rimase a lungo inutilizzato. Soltanto in tempi comparativamente recenti, a cominciare dallo Sherman Act del 1890 negli USA, e in Europa per lo più soltanto dopo la Seconda guerra mondiale, furono compiuti tentativi di una deliberata legislazione antitrust e anticartello che, a causa dei poteri discrezionali che essi conferivano di solito agli organismi amministrativi, non erano del tutto conciliabili con gli ideali liberali classici.
Il campo, tuttavia, in cui il mancato impiego dei principî liberali condusse a sviluppi che ostacolarono sempre più il funzionamento dell'ordine di mercato è quello del monopolio del lavoro organizzato, ossia dei sindacati. Il liberalismo classico aveva sostenuto le rivendicazioni dei lavoratori per la «libertà di associazione», e forse per questa ragione in seguito non riuscì a opporsi efficacemente allo sviluppo dei sindacati in istituzioni privilegiate dalla legge a usare la coercizione in un modo non consentito a chiunque altro. È questa posizione dei sindacati che ha reso largamente inoperante il meccanismo di mercato per la determinazione dei salari, ed è più che dubbio se un'economia di mercato possa essere preservata qualora la determinazione concorrenziale dei prezzi non venga applicata anche ai salari. La questione se l'ordine di mercato continuerà a esistere o se sarà sostituito da un sistema economico pianificato centralmente potrebbe ben dipendere dal fatto che si riveli o meno possibile ripristinare in qualche modo un mercato del lavoro concorrenziale.
Gli effetti di questi sviluppi si manifestano già nel modo in cui essi hanno influenzato l'azione del governo nel secondo campo principale in cui si ritiene generalmente che un ordine di mercato funzionante richieda un'azione positiva del governo: la predisposizione di un sistema monetario stabile. Mentre il liberalismo classico presumeva che il gold standard fornisse un meccanismo automatico per la regolazione dell'offerta di moneta e di credito che sarebbe stato adeguato a garantire un ordine di mercato funzionante, gli sviluppi storici hanno in realtà prodotto una struttura creditizia che è divenuta in alto grado dipendente dalla deliberata regolazione da parte di un'autorità centrale. Questo controllo, che per qualche tempo era stato posto nelle mani di banche centrali indipendenti, è stato in tempi recenti in effetti trasferito ai governi, in larga misura perché la politica di bilancio è stata resa uno dei principali strumenti del controllo monetario. I governi sono così divenuti responsabili della determinazione di una delle condizioni essenziali da cui dipende il funzionamento del meccanismo di mercato.
In questa posizione i governi di tutti i paesi occidentali sono stati costretti, al fine di garantire un'occupazione adeguata ai salari sospinti verso l'alto dall'azione sindacale, a perseguire una politica inflazionistica che fa crescere la domanda monetaria più rapidamente dell'offerta di beni. Da ciò essi sono stati spinti verso un'inflazione che accelera, la quale a sua volta essi si sentono obbligati a contrastare mediante controlli diretti dei prezzi che minacciano di rendere il meccanismo di mercato sempre più inoperante. Questo sembra ora divenire il modo in cui, come già indicato nella sezione storica, l'ordine di mercato che è il fondamento di un sistema liberale verrà progressivamente distrutto.
16. Libertà intellettuale e materiale
Le dottrine politiche del liberalismo sulle quali questa esposizione si è concentrata appariranno a molti che si considerano liberali non come l'insieme né come la parte più importante del loro credo. Come è già stato indicato, il termine «liberale» è stato spesso usato, e in particolare in tempi recenti, in un senso in cui descrive principalmente un atteggiamento generale della mente piuttosto che opinioni specifiche sulle funzioni proprie del governo. È pertanto opportuno, in conclusione, ritornare al rapporto fra quei fondamenti più generali di ogni pensiero liberale e le dottrine giuridiche ed economiche, al fine di mostrare che queste ultime sono il risultato necessario dell'applicazione coerente delle idee che condussero alla richiesta di libertà intellettuale, sulla quale concordano tutti i diversi filoni del liberalismo.
La convinzione centrale dalla quale si può dire scaturiscano tutti i postulati liberali è che soluzioni più riuscite dei problemi della società sono da attendersi se non confidiamo nell'applicazione del sapere già dato di chicchessia, ma incoraggiamo il processo interpersonale dello scambio di opinioni dal quale ci si può attendere che emerga un sapere migliore. È la discussione e la critica reciproca delle diverse opinioni degli uomini, derivate da esperienze differenti, che si riteneva facilitasse la scoperta della verità, o almeno la migliore approssimazione alla verità che fosse possibile conseguire. La libertà dell'opinione individuale veniva richiesta proprio perché ogni individuo era considerato fallibile, e la scoperta del miglior sapere ci si attendeva soltanto da quella continua verifica di tutte le convinzioni che la libera discussione assicurava. Oppure, per dirla diversamente, non tanto dal potere della ragione individuale (di cui i genuini liberali diffidavano), quanto dai risultati del processo interpersonale di discussione e critica ci si attendeva un progressivo avanzamento verso la verità. Persino la crescita della ragione e del sapere individuali è considerata possibile soltanto nella misura in cui l'individuo è parte di questo processo.
Che l'avanzamento del sapere, ovvero il progresso, che la libertà intellettuale assicurava, e il conseguente accresciuto potere degli uomini di conseguire i propri fini, fosse eminentemente desiderabile, era uno dei presupposti indiscussi del credo liberale. Talvolta si afferma, non del tutto a ragione, che il suo accento fosse interamente posto sul progresso materiale. Sebbene sia vero che esso si attendeva la soluzione della maggior parte dei problemi dall'avanzamento del sapere scientifico e tecnologico, combinava con ciò una convinzione alquanto acritica, benché probabilmente giustificata sul piano empirico, che la libertà avrebbe recato progresso anche nella sfera morale; sembra almeno vero che durante i periodi di civiltà progrediente vennero spesso accolte più largamente concezioni morali che in periodi anteriori erano state riconosciute soltanto in modo imperfetto o parziale. (È forse più dubbio se il rapido avanzamento intellettuale prodotto dalla libertà abbia condotto anche a una crescita delle sensibilità estetiche; ma la dottrina liberale non rivendicò mai alcuna influenza a questo riguardo.)
Tutti gli argomenti a sostegno della libertà intellettuale si applicano tuttavia anche al caso della libertà di fare le cose, ovvero della libertà di azione. Le esperienze variegate che conducono alle differenze di opinione dalle quali origina la crescita intellettuale sono a loro volta il risultato delle diverse azioni intraprese da persone diverse in circostanze diverse. Come nella sfera intellettuale, così in quella materiale la concorrenza è la procedura di scoperta più efficace, quella che condurrà a trovare modi migliori per il perseguimento dei fini umani. Soltanto quando molti modi diversi di fare le cose possono essere sperimentati esisterà una tale varietà di esperienza, di sapere e di abilità individuali che una continua selezione dei più riusciti condurrà a un costante miglioramento. Poiché l'azione è la fonte principale del sapere individuale sul quale si fonda il processo sociale dell'avanzamento del sapere, l'argomento a favore della libertà di azione è altrettanto forte quanto l'argomento a favore della libertà di opinione. E in una società moderna fondata sulla divisione del lavoro e sul mercato, la maggior parte delle nuove forme di azione sorge nel campo economico.
Vi è tuttavia ancora un'altra ragione per cui la libertà di azione, specialmente nel campo economico così spesso rappresentato come di minore importanza, è in realtà tanto importante quanto la libertà della mente. Se è la mente a scegliere i fini dell'azione umana, la loro realizzazione dipende dalla disponibilità dei mezzi richiesti, e qualsiasi controllo economico che conferisca potere sui mezzi conferisce anche potere sui fini. Non vi può essere libertà di stampa se gli strumenti di stampa sono sotto il controllo del governo, né libertà di riunione se i locali necessari sono così controllati, né libertà di movimento se i mezzi di trasporto sono un monopolio governativo, e così via. È questa la ragione per cui la direzione governativa di ogni attività economica, intrapresa spesso nella vana speranza di fornire mezzi più abbondanti per tutti gli scopi, ha invariabilmente recato severe restrizioni dei fini che gli individui possono perseguire. È probabilmente la lezione più significativa degli sviluppi politici del ventesimo secolo che il controllo della parte materiale della vita abbia conferito al governo, in ciò che abbiamo imparato a chiamare sistemi totalitari, poteri di vasta portata sulla vita intellettuale. È la molteplicità di agenzie diverse e indipendenti pronte a fornire i mezzi che ci consente di scegliere i fini che perseguiremo.