Saggio · Scuola austriaca · 1896

Sulla conclusione del sistema marxiano

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Pubblicato
1896
Riassunto

In questo scritto polemico pubblicato nel 1896 Eugen von Böhm-Bawerk verifica se il terzo volume del Capitale di Marx, pubblicato postumo, risolva la contraddizione annunciata nel primo volume: che le merci da un lato si scambiano secondo il lavoro in esse incorporato, dall'altro che capitali di pari entità rendono pari profitto. Böhm-Bawerk espone dapprima la dottrina marxiana del valore e del plusvalore, nonché la teoria dei prezzi di produzione, poi smonta quattro argomenti con cui Marx afferma la persistente validità della legge del valore, e giunge alla conclusione che il terzo volume rinnega il primo. Nella quarta parte riconduce l'errore a una derivazione del teorema del valore-lavoro puramente dialettica, recisa dall'esperienza e dall'analisi psicologica. Una parte conclusiva si confronta criticamente con il tentativo di salvataggio di Werner Sombart, che interpreta il valore marxiano come mero fatto concettuale.

PREMESSA

Karl Marx è stato, come scrittore, un uomo invidiabilmente fortunato. Nessuno vorrà sostenere che la sua opera appartenga ai libri di facile lettura e di facile comprensione. Una zavorra considerevolmente minore di difficile dialettica e di estenuanti deduzioni che operano con strumentazione matematica sarebbe diventata, per la maggior parte degli altri libri, un ostacolo insormontabile a farsi strada presso il grande pubblico. Marx è ciononostante divenuto un apostolo per cerchie vastissime, e proprio per quelle cerchie la cui occupazione non è altrimenti la lettura di libri difficili. E ciò sebbene le sue argomentazioni dialettiche non fossero affatto dotate di una forza e di una chiarezza incontestabilmente persuasive. Al contrario: uomini che appartenevano ai pensatori più seri e più degni della nostra scienza, come Carl Knies, avevano sin dal primo momento sollevato l'accusa, certo non facile da liquidare e suffragata da argomenti di peso, che la dottrina marxiana fosse, già nel suo fondamento, gravata da contraddizioni logiche e fattuali di ogni sorta. All'opera marxiana sarebbe dunque potuto facilmente accadere di non trovare buona accoglienza presso alcuna parte del pubblico: non presso il grande pubblico, perché esso non si intendeva affatto della sua difficile dialettica, e non presso gli specialisti, perché essi se ne intendevano fin troppo bene, così come delle sue debolezze. In realtà le cose sono andate diversamente.

Nemmeno la circostanza che essa, in vita dell'autore, sia rimasta un torso fu d'ostacolo all'influenza dell'opera marxiana. Di solito infatti si è soliti — e non a torto — diffidare in modo particolare proprio dei primi volumi isolati di nuovi sistemi. Nelle "parti generali" si possono esporre assai bene i principi generali; ma se essi posseggano realmente la forza risolutiva che il loro autore attribuisce loro, ciò si mette alla prova soltanto nello sviluppo del sistema, soltanto quando vengono confrontati l'uno dopo l'altro con tutti i singoli fatti. E nella storia delle scienze non sono affatto rari i casi in cui a un primo volume mandato fuori con tante speranze e pretese, nonostante la vita e la buona salute dell'autore, non seguì più alcun secondo volume, proprio perché la nuova idea fondamentale non poteva superare la prova del fuoco dei fatti concreti dinanzi allo stesso autore che osservava più da vicino. Karl Marx non ha sofferto di una simile diffidenza. La massa dei suoi seguaci gli anticipò, sulla base del primo volume, una smisurata e credente fiducia anche riguardo al contenuto dei volumi del sistema ancora non scritti.

Questa fede a credito fu messa, in un caso, a una prova particolarmente dura. Marx aveva insegnato nel suo primo volume che ogni valore delle merci si fonda sul lavoro in esse incorporato e che, in virtù della "legge del valore", esse devono dunque scambiarsi in proporzione al lavoro in esse incorporato: che inoltre il profitto o plusvalore che spetta ai capitalisti è il frutto di uno sfruttamento esercitato sui lavoratori, che tuttavia la grandezza del plusvalore non sta in proporzione alla grandezza dell'intero capitale impiegato dal capitalista, bensì soltanto alla grandezza della parte "variabile" del medesimo, cioè di quella impiegata per il pagamento dei salari, mentre il cosiddetto capitale "costante", impiegato per l'acquisto di mezzi di produzione, non può "produrre plusvalore". In realtà però, nella vita, il guadagno di capitale sta in proporzione all'intero capitale investito e, ciò che in misura considerevole è connesso a questo, in realtà nemmeno le merci si scambiano in proporzione alla quantità di lavoro in esse incorporata. Qui vi era dunque una contraddizione tra sistema e fatti, la cui soddisfacente spiegazione sembrava appena possibile. A Marx stesso il contrasto in questione non era sfuggito. A tale proposito egli dice: "Questa legge" — vale a dire che il plusvalore sta in proporzione soltanto alle componenti variabili dei capitali — "contraddice manifestamente ogni esperienza fondata sull'apparenza". Ma egli prosegue dichiarando la contraddizione meramente apparente, la cui soluzione richiede ancora molti anelli intermedi e viene prospettata per i volumi successivi della sua opera. La critica dotta riteneva, è vero, di poter profetizzare con piena certezza che Marx non avrebbe mai potuto mantenere questa promessa, perché la contraddizione era inconciliabile, e cercava di dimostrarlo in modo approfondito. Sulla massa dei suoi seguaci, però, queste deduzioni non fecero alcuna impressione; la mera promessa di Marx valeva per loro più di tutte le controprove logiche.

La tensione crebbe, quando anche il secondo volume della sua opera, pubblicato già dopo la morte del maestro, non portò né il tentativo di soluzione annunciato, che secondo il piano dell'intera opera era riservato al terzo volume, né anche solo il più lieve accenno alla direzione in cui Marx intendeva cercare la soluzione. La prefazione del curatore Friedrich Engels conteneva invece, da un lato, l'ennesimo preciso annuncio che nel manoscritto lasciato da Marx era contenuta la soluzione, dall'altro una pubblica sfida, rivolta dapprima ai seguaci del rivale letterario Rodbertus, a tentare con le proprie forze, nel frattempo fino all'uscita del terzo volume, la soluzione dell'enigma, "come, non solo senza violazione della legge del valore, ma anzi sulla base di essa, possa e debba formarsi un saggio medio di profitto uguale".

Considero uno dei più splendidi omaggi che potessero essere tributati al pensatore Marx il fatto che quella sfida sia stata raccolta in così gran numero, e per giunta da cerchie assai più vaste di quelle a cui era stata dapprima rivolta. Non soltanto seguaci di Rodbertus, ma anche uomini del campo stesso di Marx e perfino economisti che non prestavano seguito ad alcuna di queste due teste della teoria socialista, ma che da Marx sarebbero stati probabilmente bollati come "economisti volgari", si adoperarono a gara per penetrare nel presunto assetto dei percorsi di pensiero marxiani ancora avvolti nel mistero. Si sviluppò, tra il 1885, anno dell'uscita del secondo, e il 1894, anno dell'uscita del terzo volume del Capitale marxiano, una vera e propria letteratura da rebus a premio sui "profitti medi" e il loro rapporto con la "legge del valore". A dire il vero, il premio non lo conquistò nessuno dei concorrenti, come constatò Fr. Engels, ora anch'egli scomparso, nel giudizio che tenne su di essi nella sua prefazione al terzo volume.

Con l'uscita, a lungo ritardata, di questo volume conclusivo del sistema marxiano la questione è infine entrata nello stadio della decisione definitiva. Della mera promessa di una soluzione ognuno poteva fare tanto o poco conto, quanto voleva. Promessa da un lato e ragioni dall'altro erano in certo qual modo incommensurabili. Anche i successi contro tentativi di soluzione altrui, per quanto questi fossero, secondo l'opinione e lo sforzo dei loro autori, tenuti nello spirito della teoria marxiana, non avevano bisogno di essere riconosciuti dai seguaci di quest'ultima: essi potevano sempre ancora appellarsi dalla riproduzione fallita all'archetipo promesso. Ora questo è infine venuto alla luce e con ciò, per la disputa trentennale, è stato conquistato un campo di battaglia saldo, strettamente e chiaramente delimitato, entro il quale entrambe le parti, invece di rimandare di continuo a future rivelazioni o di sviare verso interpretazioni inautentiche che si spostano in modo proteiforme, devono tener testa come si conviene e combattere la questione fino in fondo. Ha Marx stesso risolto il suo enigma? Il suo sistema compiuto è rimasto fedele a se stesso e ai fatti, oppure no?

Capitolo I.

LA TEORIA DEL VALORE E DEL PLUSVALORE

I pilastri portanti del sistema marxiano sono il suo concetto di valore e la sua legge del valore. Senza di essi sarebbe, come Marx ripete spesso, impossibile ogni conoscenza scientifica dei processi economici. Il modo in cui egli deriva entrambi è stato esposto e discusso innumerevoli volte. Per ragioni di collegamento dobbiamo nondimeno ricapitolare brevemente gli anelli più essenziali del suo percorso di pensiero.

Il campo d'indagine che Marx intraprende a esplorare per "rintracciare il valore" (I. 23)1 egli lo limita d'emblée alle merci, per le quali nel suo senso dobbiamo intendere non già tutti i beni economici, bensì soltanto i prodotti del lavoro generati per il mercato⁶. Egli comincia con l'"analisi della merce" (I. 9). La merce è, da un lato, in quanto cosa utile che con le sue proprietà soddisfa bisogni umani di qualche tipo, un valore d'uso; dall'altro essa costituisce il supporto materiale del valore di scambio. A quest'ultimo passa ora l'analisi. "Il valore di scambio appare anzitutto come il rapporto quantitativo, la proporzione, in cui valori d'uso di un tipo si scambiano contro valori d'uso di altro tipo, un rapporto che muta costantemente con il tempo e il luogo." Esso sembra dunque essere qualcosa di casuale. Eppure deve esservi, in questo mutamento, qualcosa di permanente, di cui Marx intraprende la ricerca. Lo fa nella sua nota maniera dialettica. "Prendiamo due merci, ad es. il grano e il ferro. Quale che sia il loro rapporto di scambio, esso è sempre rappresentabile in un'equazione in cui una data quantità di grano viene posta uguale a una qualche quantità di ferro, ad es. 1 quarter di grano a quintali di ferro. Che cosa dice questa equazione? Che in due cose diverse esiste qualcosa di comune della stessa grandezza, in 1 quarter di grano e parimenti in a quintali di ferro. Entrambe sono dunque uguali a una terza cosa, che di per sé non è né l'una né l'altra. Ciascuna delle due, in quanto valore di scambio, deve dunque essere riducibile a questa terza cosa."

"Questo elemento comune" — prosegue Marx — "non può essere una proprietà geometrica, fisica, chimica o altra proprietà naturale delle merci. Le loro proprietà corporee vengono in considerazione, in genere, soltanto nella misura in cui le rendono utili, cioè valori d'uso. D'altra parte, però, il rapporto di scambio delle merci è palesemente caratterizzato dall'astrazione dai loro valori d'uso. Al suo interno un valore d'uso vale esattamente quanto ogni altro, purché sia presente nella debita proporzione. Oppure, come dice il vecchio Barbon: 'Una specie di merce è buona come l'altra, se il loro valore di scambio è uguale. Non esiste alcuna diversità o distinguibilità tra cose di valore di scambio ugualmente grande.' In quanto valori d'uso le merci sono anzitutto di qualità diversa; in quanto valori di scambio possono essere soltanto di diversa quantità, non contengono dunque alcun atomo di valore d'uso."

"Se ora si prescinde dal valore d'uso dei corpi-merce, a essi resta soltanto un'unica proprietà, quella di prodotti del lavoro. Tuttavia anche il prodotto del lavoro ci si è già trasformato tra le mani. Se astraiamo dal suo valore d'uso, astraiamo anche dalle componenti corporee e dalle forme che ne fanno un valore d'uso. Esso non è più tavolo o casa o filo o qualche altra cosa utile. Tutte le sue qualità sensibili sono cancellate. Esso non è più nemmeno il prodotto del lavoro di falegnameria o del lavoro di costruzione o del lavoro di filatura o di qualche altro determinato lavoro produttivo. Con il carattere utile dei prodotti del lavoro scompare il carattere utile dei lavori in essi rappresentati, scompaiono dunque anche le diverse forme concrete di questi lavori; essi non si distinguono più, ma sono tutti insieme ridotti a uguale lavoro umano, a lavoro umano astratto."

"Consideriamo ora il residuo dei prodotti del lavoro. Di essi non è rimasto nulla, se non la medesima spettrale oggettualità, una mera gelatina di lavoro umano indifferenziato, ossia del dispendio di forza-lavoro umana senza riguardo alla forma del suo dispendio. Queste cose non rappresentano più altro se non che nella loro produzione è stata dispendiata forza-lavoro umana, è stato accumulato lavoro umano. In quanto cristalli di questa sostanza sociale a esse comune, esse sono - valori."

Con ciò il concetto di valore è trovato e determinato. Secondo la sua forma dialettica esso non è identico al valore di scambio, ma sta con esso, come desidero già fin d'ora constatare, nella relazione più intima e inscindibile: è una sorta di distillato concettuale ricavato dal valore di scambio. Esso è, per usare le parole stesse di Marx, "ciò che è comune e che si manifesta nel rapporto di scambio o valore di scambio delle merci", così come, viceversa, "il valore di scambio è il necessario modo di espressione o forma di manifestazione del valore" (I. 13).

Dalla determinazione del concetto di valore Marx procede all'esposizione della sua misura e della sua grandezza. Poiché il lavoro è la sostanza del valore, conseguentemente anche la grandezza del valore di tutti i beni viene misurata in base alla quantità di lavoro in essi contenuta, ovvero in base al tempo di lavoro. Ma non in base a quel tempo di lavoro individuale di cui ha avuto bisogno per caso proprio l'individuo che ha confezionato il bene, bensì in base al "tempo di lavoro socialmente necessario", che Marx spiega come il "tempo di lavoro richiesto per produrre un qualsiasi valore d'uso nelle condizioni di produzione socialmente normali esistenti e con il grado sociale di abilità e intensità del lavoro" (I. 14). "Solo la quantità di lavoro socialmente necessario, ossia il tempo di lavoro socialmente necessario per la produzione di un valore d'uso, è ciò che ne determina la grandezza di valore. La singola merce vale qui in generale come esemplare medio della sua specie. Merci che contengono quantità di lavoro uguali, ovvero che possono essere prodotte nel medesimo tempo di lavoro, hanno perciò la medesima grandezza di valore. Il valore di una merce sta al valore di ogni altra merce come il tempo di lavoro necessario alla produzione dell'una sta al tempo di lavoro necessario alla produzione dell'altra. In quanto valori, tutte le merci sono soltanto determinate masse di tempo di lavoro coagulato".

Da tutto ciò si deduce ora il contenuto della grande "legge del valore", che è "immanente allo scambio delle merci" (I. 141, 150) e che governa i rapporti di scambio. Essa afferma, e secondo quanto precede non può affermare altro, che le merci si scambiano tra loro secondo il rapporto del lavoro medio socialmente necessario in esse incorporato (per es. I. 52). Altri modi di espressione della medesima legge sono che le merci "si scambiano ai loro valori" (per es. I. 142, 183, III. 167), oppure che "si scambia equivalente contro equivalente" (per es. I. 150, 183). È vero che nel singolo caso, a seconda delle oscillazioni momentanee dell'offerta e della domanda, compaiono anche prezzi che stanno al di sopra o al di sotto dei valori. Senonché queste "costanti oscillazioni dei prezzi di mercato ... si compensano, si annullano reciprocamente e si riducono esse stesse al prezzo medio quale loro regola interna" (I. 151, nota 37) (MEW 23, p. 180). Alla lunga, nei "rapporti di scambio casuali e sempre oscillanti", si afferma pur sempre "violentemente il tempo di lavoro socialmente necessario come legge naturale regolatrice" (I. 52). Marx designa questa legge come la "legge eterna dello scambio delle merci" (I. 182), come "il razionale", come "la legge naturale dell'equilibrio" (III. 167): i casi, peraltro, come già detto, esistenti, in cui le merci vengono scambiate a prezzi che divergono dai loro valori, sono da considerarsi rispetto alla regola come "casuali" (I. 150, nota 37) e la divergenza stessa come "violazione della legge dello scambio delle merci" (I. 142).

Su queste basi della teoria del valore Marx erige quindi la seconda parte del suo edificio dottrinale, la sua celebre dottrina del "plusvalore". Egli indaga la fonte del profitto che i capitalisti traggono dai loro capitali. I capitalisti immettono una certa somma di denaro, la trasformano in merci e poi trasformano queste - con o senza un processo di produzione interposto - mediante la vendita di nuovo in più denaro. Da dove proviene questo incremento, questa eccedenza della somma di denaro estratta su quella originariamente anticipata, o, come Marx la chiama, il "plusvalore"?

Marx delimita anzitutto, nel modo a lui peculiare dell'esclusione dialettica, le condizioni del problema. Egli espone dapprima che il plusvalore non può scaturire né dal fatto che il capitalista in quanto compratore acquisti regolarmente le merci al di sotto del loro valore, né dal fatto che egli, in quanto venditore, le venda regolarmente al di sopra del loro valore. Il problema si presenta dunque nel modo seguente: "Il nostro ... possessore di denaro deve comprare le merci al loro valore, venderle al loro valore e tuttavia, alla fine del processo, estrarre più denaro di quanto ne abbia immesso ... Queste sono le condizioni del problema. Hic Rhodus, hic salta!" (I. 150 sg.).

La soluzione Marx la trova ora nel fatto che esiste una merce il cui valore d'uso possiede la peculiare proprietà di essere fonte di valore di scambio. Questa merce è la capacità lavorativa o la forza-lavoro. Essa viene offerta in vendita sul mercato sotto la duplice condizione che il lavoratore sia personalmente libero - poiché altrimenti non sarebbe in vendita la sua forza-lavoro, bensì tutta la sua persona, come schiavo -, e che il lavoratore sia privo di "tutte le cose necessarie alla realizzazione della sua forza-lavoro", poiché altrimenti egli preferirebbe produrre per conto proprio e offrire in vendita i propri prodotti anziché la sua forza-lavoro. Mediante il commercio con questa merce il capitalista acquisisce ora il plusvalore. Nel modo seguente.

Il valore della merce "forza-lavoro" si regola, al pari di quello di ogni altra merce, secondo il tempo di lavoro necessario alla sua riproduzione, ossia in questo caso secondo il tempo di lavoro necessario a produrre tanti mezzi di sussistenza quanti ne occorrono per il mantenimento del lavoratore. Se, per es., per la produzione dei mezzi di sussistenza necessari per un giorno occorre un tempo di lavoro sociale di 6 ore, e se al tempo stesso, come vogliamo supporre, il medesimo tempo di lavoro è incorporato in 3 sh. d'oro, allora la forza-lavoro di un giorno sarà acquistabile a 3 sh. Una volta che il capitalista ha concluso questo acquisto, il valore d'uso della forza-lavoro gli appartiene, ed egli lo realizza facendo lavorare il lavoratore per sé. Se egli lo facesse lavorare al giorno soltanto per tante ore quante sono incorporate nella forza-lavoro stessa, e quante egli ha dovuto pagare all'acquisto della medesima, non sorgerebbe alcun plusvalore. Poiché 6 ore di lavoro non possono, secondo l'assunzione, aggiungere al prodotto in cui sono incorporate un valore maggiore di 3 sh.; ma altrettanto ha pagato il capitalista come salario. Ma i capitalisti non agiscono così. Anche se hanno acquistato la forza-lavoro a un prezzo che corrisponde soltanto a un tempo di lavoro di sei ore, fanno lavorare il lavoratore per sé l'intera giornata. Ora nel prodotto creato durante questa giornata sono incorporate più ore di lavoro di quante il capitalista abbia dovuto pagare; esso ha perciò un valore maggiore del salario pagato, e la differenza è "plusvalore", che spetta al capitalista.

Un esempio. Poniamo che un lavoratore possa filare in 6 ore 10 libbre di cotone in filato. Poniamo che questo cotone abbia richiesto per la propria produzione 20 ore di lavoro e possieda di conseguenza un valore di 10 sh. Poniamo inoltre che il filatore consumi, durante le sei ore di lavoro di filatura, tanto utensile quanto corrisponde a un lavoro di quattro ore e rappresenta perciò un valore di 2 sh. - allora il valore complessivo dei mezzi di produzione consumati nella filatura ammonterà a 12 sh., corrispondenti a 24 ore di lavoro. Nel processo di filatura il cotone "assorbe" ancora altre 6 ore di lavoro: il filato finito è perciò complessivamente il prodotto di 30 ore di lavoro e avrà di conseguenza un valore di 15 sh. Nel presupposto che il capitalista faccia lavorare il lavoratore assunto soltanto 6 ore al giorno, la produzione del filato è costata al capitalista anch'essa pieni 15 sh.: 10 sh. per il cotone, 2 sh. per l'usura degli utensili, 3 sh. di salario. Non si manifesta alcun plusvalore.

Tutt'altra cosa se il capitalista fa lavorare il lavoratore 12 ore al giorno. In 12 ore il lavoratore trasforma 20 libbre di cotone, nelle quali sono già in precedenza incorporate 40 ore di lavoro e che valgono perciò 20 sh., consuma inoltre in utensili il prodotto di 8 ore di lavoro del valore di 4 sh., ma aggiunge alla materia prima durante una giornata 12 ore di lavoro, cioè un nuovo valore di 6 sh. Ora il bilancio si presenta nel modo seguente. Il filato prodotto durante una giornata è costato complessivamente 60 ore di lavoro, ha perciò un valore di 30 sh.; le spese del capitalista ammontavano a 20 sh. per il cotone, 4 sh. per l'usura degli utensili e 3 sh. per il salario, dunque in totale soltanto 27 sh.; rimane ora un "plusvalore" di 3 sh.

Il plusvalore è perciò, secondo Marx, una conseguenza del fatto che il capitalista fa lavorare il lavoratore per una parte della giornata per sé, senza pagarlo per questo. Nella giornata lavorativa del lavoratore si possono distinguere due parti. Nella prima parte, il "tempo di lavoro necessario", il lavoratore produce il proprio sostentamento, ovvero il valore di esso; per questa parte del suo lavoro egli riceve un equivalente nel salario. Durante la seconda parte, il "tempo di pluslavoro", egli viene "sfruttato", egli produce il "plusvalore" senza ottenere per esso egli stesso alcun equivalente (I. 205 sgg.). "Ogni plusvalore... è, secondo la sua sostanza, materiatura di tempo di lavoro non pagato" (I. 554).

Molto importanti e caratteristiche del sistema marxiano sono le determinazioni di grandezza del plusvalore che ora seguono. Si può porre la grandezza del plusvalore in relazione con diverse altre grandezze. I rapporti e i numeri di rapporto che ne risultano devono essere tenuti nettamente distinti.

Anzitutto, all'interno del capitale che serve al capitalista per l'appropriazione del plusvalore, vanno distinte due componenti che svolgono, rispetto al sorgere del plusvalore, un ruolo del tutto diverso. Infatti, creare plusvalore realmente nuovo può soltanto il lavoro vivo, che il capitalista fa svolgere dai lavoratori, mentre il valore dei mezzi di produzione consumati viene semplicemente conservato, in quanto riappare in forma mutata nel valore del prodotto, ma non può aggiungere alcun plusvalore. "La parte del capitale, dunque, che si converte in mezzi di produzione, cioè in materia prima, materie ausiliarie e mezzi di lavoro, non muta la sua grandezza di valore nel processo di produzione" - ragion per cui Marx la chiama "capitale costante". "La parte del capitale convertita in forza-lavoro muta invece il suo valore nel processo di produzione. Essa riproduce il proprio equivalente e un'eccedenza al di sopra di esso", appunto il plusvalore. Perciò Marx la chiama la "parte variabile del capitale" o "capitale variabile" (I. 199) (I. p. 244). Il rapporto, ora, in cui il plusvalore sta alla parte variabile del capitale anticipata, in cui questa "si valorizza", Marx lo chiama il saggio del plusvalore. Esso è identico al rapporto in cui il tempo di pluslavoro sta al tempo di lavoro necessario, ovvero il lavoro non pagato sta a quello pagato, e vale perciò per Marx come "l'espressione esatta del grado di sfruttamento del lavoro" (I. 207 sg.). Se, per es., il tempo di lavoro necessario, in cui il lavoratore produce il valore del suo salario giornaliero di 3 sh., ammonta a 6 ore, mentre il tempo di lavoro giornaliero ammonta a 12 ore, in cui il lavoratore durante le seconde 6 ore, come tempo di pluslavoro, produce parimenti un valore di 3 sh. come plusvalore, allora il plusvalore ammonta esattamente a tanto quanto il capitale variabile anticipato per scopi salariali, e il saggio del plusvalore si calcola al 100 %.

Del tutto diverso da ciò è il saggio del profitto. Il capitalista calcola infatti il plusvalore che si appropria non soltanto sulla parte variabile del capitale, bensì sull'intero capitale impiegato. Se, per es., il capitale costante ammonta a 410 lst., quello variabile a 90 lst. e il plusvalore parimenti a 90 lst., allora il saggio del plusvalore è bensì, come sopra, del 100 %, ma il saggio del profitto è soltanto del 18 %, ossia 90 lst. di profitto su un capitale complessivo investito di 500 lst..

È inoltre evidente che una sola e medesima saggio del plusvalore può e deve presentarsi in saggi del profitto molto diversi, a seconda della composizione del capitale in questione: il saggio del profitto sarà tanto più alto quanto più forte è rappresentata la parte variabile e quanto più debole la parte costante del capitale, la quale ultima non contribuisce alla formazione del plusvalore, ma ingrandisce bensì la base sulla quale il plusvalore, determinato unicamente in base alla parte variabile del capitale, deve essere calcolato come profitto. Se per esempio — il che in pratica è peraltro appena possibile — il capitale costante è uguale a zero e il capitale variabile è di 50 lire sterline, e se, secondo l'ipotesi precedente, il saggio del plusvalore è del 100%, allora il plusvalore prodotto ammonta parimenti a 50 lire sterline, e poiché esso deve essere calcolato su un capitale complessivo di sole 50 lire sterline, anche il saggio del profitto si attesterebbe in questo caso al pieno 100%. Se invece il capitale complessivo è composto di capitale costante e variabile nel rapporto di 4 : 1, in altre parole se al capitale variabile di 50 lire sterline si aggiunge un capitale costante di 200 lire sterline, allora il plusvalore di 50 lire sterline, formato con un saggio del plusvalore del 100%, deve essere ripartito su un capitale complessivo di 250 lire sterline e rappresenta per questo soltanto un saggio del profitto del 20%. Se infine il rapporto di composizione fosse di 9 : 1, cioè 450 lire sterline di capitale costante su 50 lire sterline di capitale variabile, allora un plusvalore di 50 lire sterline ricadrebbe su un capitale complessivo di 500 lire sterline, e il saggio del profitto sarebbe soltanto del 10%.

Ciò conduce ora a una conseguenza estremamente interessante e di grande rilievo, e, nel suo ulteriore svolgimento, a una tappa del tutto nuova del sistema marxiano, l'innovazione più importante del terzo volume.

Capitolo II.

LA TEORIA DEL SAGGIO MEDIO DEL PROFITTO E DEI PREZZI DI PRODUZIONE

Quella conseguenza è però la seguente. La "composizione organica" (III. 124) dei capitali è, per ragioni tecniche, necessariamente diversa nelle differenti "sfere di produzione". Nelle diverse industrie, che richiedono appunto manipolazioni tecniche assai differenti, con un medesimo giorno di lavoro si elabora una quantità molto disuguale di materie prime; oppure, se anche, con manipolazioni simili, la quantità delle materie prime è all'incirca uguale, il loro valore può tuttavia essere molto diverso, come per esempio tra il rame e il ferro quali materie prime dell'industria metallurgica; oppure infine, la quantità e il valore degli impianti, degli utensili, delle macchine che ricadono su ciascun operaio occupato possono essere disuguali. Tutti questi momenti di diversità determinano, qualora non si compensino per caso esattamente, in rari casi eccezionali, per i diversi rami di produzione un diverso rapporto tra il capitale costante investito in mezzi di produzione e il capitale variabile impiegato per l'acquisto di lavoro. Ogni ramo di produzione di un'economia nazionale ha quindi la sua peculiare e divergente "composizione organica" del capitale in esso impiegato. Nel senso delle esposizioni finora svolte, dovrebbe e dovrebbe perciò, a parità di saggio del plusvalore, ogni ramo di produzione presentare anche un altro, divergente saggio del profitto, qualora realmente, come Marx ha finora sempre presupposto, le merci si scambiassero "ai loro valori" ovvero in proporzione del lavoro in esse incorporato.

Con ciò Marx giunge dinanzi a quel famoso grande scoglio della sua teoria, la cui aggirabilità ha costituito il più importante punto controverso della letteratura marxiana degli ultimi dieci anni. La sua teoria esige che capitali di uguale grandezza, ma di disuguale composizione organica, presentino profitti disuguali; il mondo reale si mostra però nel modo più evidente dominato dalla legge secondo cui capitali di uguale grandezza, senza riguardo alla loro eventuale diversa composizione organica, rendono uguale profitto. Lasciamo che sia Marx a constatare questo contrasto con le sue stesse parole:

"Abbiamo dunque mostrato: che in diversi rami industriali, conformemente alla diversa composizione organica dei capitali, e, entro i limiti indicati, anche conformemente ai loro diversi tempi di rotazione, dominano saggi del profitto disuguali, e che perciò, anche a parità di saggio del plusvalore, soltanto per capitali di uguale composizione organica — supposti uguali i tempi di rotazione — vale la legge (secondo la tendenza generale) che i profitti stanno tra loro come le grandezze dei capitali, e che perciò capitali di uguale grandezza rendono in tempi uguali profitti di uguale grandezza. Quanto è stato esposto vale sulla base che è stata finora in generale la base del nostro svolgimento: che le merci vengono vendute ai loro valori. D'altra parte non vi è alcun dubbio che nella realtà, prescindendo da differenze inessenziali, casuali e che si compensano, la diversità dei saggi medi del profitto per i diversi rami industriali non esiste e non potrebbe esistere senza abolire l'intero sistema della produzione capitalistica. Sembra dunque che la teoria del valore sia qui inconciliabile con il movimento reale, inconciliabile con i fenomeni effettivi della produzione, e che perciò si debba in generale rinunciare a comprendere questi ultimi." (III. 131 sg.)

Come tenta ora Marx stesso di risolvere questo contrasto? Ciò avviene, in breve, a spese del presupposto da cui Marx era finora sempre partito, ossia che le merci si vendano ai loro valori. Marx lascia ora semplicemente cadere questo presupposto. Che cosa significhi questa rinuncia per il sistema marxiano, su ciò dovremo formarci il nostro giudizio critico un po' più avanti. Per ora proseguo la mia esposizione riassuntiva del corso del pensiero marxiano, e precisamente in base a un esempio tabellare che anche Marx ha posto a fondamento della sua trattazione.

Esso pone a confronto cinque diverse sfere di produzione, con composizione organica ogni volta diversa dei capitali in esse investiti, e mantiene dapprima ancora il precedente presupposto che le merci vengano vendute ai loro valori. A chiarimento della seguente tabella, che espone i risultati di questa ipotesi, si osservi ancora che c significa il capitale costante, v il capitale variabile, e che, per rendere giustizia alle differenze effettive della vita reale, nell'esempio si suppone (con Marx) che i capitali costanti impiegati si "logorino" con rapidità disuguale, così che soltanto una parte del capitale costante, e precisamente nelle diverse sfere di produzione una parte di grandezza disuguale, viene consumata annualmente. Nel valore del prodotto entra naturalmente soltanto la parte consumata del capitale costante, il "c consumato", mentre per il calcolo del saggio del profitto entra in considerazione l'intero "c impiegato".

Tabella 1

Capitale n. Saggio del plusvalore Plusvalore Saggio del profitto c consumato Valore delle merci
I 80 c + 20 v 100% 20 20% 50 90
II 70 c + 30 v 100% 30 30% 51 111
III 85 c + 15 v 100% 15 15% 40 70
IV 60 c + 40 v 100% 40 40% 51 131
V 95 c + 5 v 100% 5 5% 10 20

Come si vede, questa tabella mostra per le diverse sfere di produzione, a parità di sfruttamento del lavoro, saggi del profitto molto diversi, conformemente alla diversa composizione organica dei capitali. Si possono però considerare gli stessi fatti e dati anche da un altro punto di vista.

"La somma complessiva dei capitali investiti nelle cinque sfere è = 500; la somma complessiva del plusvalore da essi prodotto = 110; il valore complessivo delle merci da essi prodotte = 610. Se consideriamo i 500 come un unico capitale, di cui I - V costituiscono soltanto parti diverse (come per esempio in una fabbrica di cotone, nei diversi reparti, nella cardatura, nella filatura preliminare, nella sala di filatura e nella sala di tessitura, esiste un diverso rapporto di capitale variabile e costante e il rapporto medio per l'intera fabbrica deve essere ancora calcolato), allora, in primo luogo, la composizione media del capitale di 500 sarebbe = 390 c + 110 v, ovvero, in percentuale, 78 c + 22 v. Considerando ciascuno dei capitali di 100 soltanto come 1/5 del capitale complessivo, la sua composizione sarebbe questa composizione media di 78 c + 22 v; del pari ricadrebbe su ciascun 100, come plusvalore medio, 22; perciò il saggio medio del profitto sarebbe = 22 %" (III. 133/4)

A quali prezzi devono ora essere vendute le singole merci, affinché ciascuno dei cinque capitali parziali consegua effettivamente questo medesimo saggio medio del profitto? Ciò mostra la seguente tabella. In essa è inserita come anello intermedio la rubrica "prezzo di costo", con cui Marx intende quella parte di valore della merce che reintegra al capitalista il prezzo dei mezzi di produzione consumati e il prezzo della forza-lavoro impiegata, ma non contiene ancora alcun plusvalore o profitto, e corrisponde quindi alla somma di v + c consumato.

Tabella 2

20 v | 20 | 50 | 90 | 70 | 92 | 22% | + 2 | | II

70 c +

30 v | 30 | 51 | 111 | 81 | 103 | 22% | - 8 | | III

40 v | 40 | 51 | 131 | 91 | 113 | 22% | - 18 | | IV

Capitale n. Plusvalore c consumato Valore delle merci Prezzo di costo delle merci Prezzo delle merci Saggio del profitto Scostamento del prezzo dal valore
I
80 c +
60 c +
85 c +
95 c + 5
v 5 10 20 15 37 22% + 17

"Complessivamente" — commenta Marx i risultati di questa tabella — "le merci vengono vendute 2 + 7 + 17 = 26 sopra e 8 + 18 = 26 sotto il valore, così che gli scostamenti dei prezzi, mediante la ripartizione uniforme del plusvalore ovvero mediante l'aggiunta del profitto medio di 22 su 100 di capitale anticipato ai rispettivi prezzi di costo delle merci I - V, si annullano reciprocamente; nella stessa proporzione in cui una parte delle merci viene venduta sopra, un'altra viene venduta sotto il suo valore. E soltanto la loro vendita a tali prezzi rende possibile che il saggio del profitto per I - V sia uniforme, 22 %, senza riguardo alla diversa composizione organica dei capitali I - V" (III, 135).

Tutto ciò, come Marx prosegue esponendo, non è una mera ipotesi, bensì piena realtà. L'agente operante è la concorrenza. È vero che, in conseguenza della diversa composizione organica dei capitali investiti nei vari rami di produzione, "i saggi di profitto che dominano nei diversi rami di produzione sono originariamente molto diversi". Ma "questi diversi saggi di profitto vengono equalizzati dalla concorrenza in un saggio generale di profitto, che è la media di tutti questi diversi saggi di profitto. Il profitto che, in corrispondenza di questo saggio generale di profitto, spetta a un capitale di data grandezza, quale che sia la sua composizione organica, si chiama profitto medio. Il prezzo di una merce che è uguale al suo prezzo di costo più la quota del profitto medio annuo che le spetta in proporzione delle sue condizioni di rotazione sul capitale impiegato (non soltanto quello consumato nella produzione) nella sua produzione, è il suo prezzo di produzione" (III. 136). Questo è in effetti identico al natural price di Adam Smith, al price of production di Ricardo, al prix nécessaire dei fisiocratici (III. 178). E l'effettivo rapporto di scambio delle singole merci non è più determinato dai loro valori, bensì dai loro prezzi di produzione, ovvero, come Marx ama esprimersi: "i valori si trasformano in prezzi di produzione" (per es. III. 176). Valore e prezzo di produzione coincidono solo eccezionalmente e per così dire casualmente in quelle merci che vengono prodotte con l'ausilio di un capitale la cui composizione organica si trova per caso a uguagliare proprio la composizione media del capitale sociale complessivo. In tutti gli altri casi valore e prezzo di produzione divergono necessariamente e per principio. E precisamente nel senso seguente. Secondo Marx chiamiamo "capitali che contengono percentualmente più capitale costante, quindi meno capitale variabile, del capitale sociale medio: capitali di composizione più elevata; viceversa quelli in cui il capitale costante occupa uno spazio relativamente minore e il variabile uno maggiore rispetto al capitale sociale medio, capitali di composizione inferiore". Così, per tutte quelle merci che vengono prodotte con l'ausilio di un capitale di composizione "più elevata" rispetto a quella media, il prezzo di produzione sarà superiore al loro valore, nel caso opposto inferiore al valore. Ovvero le merci della prima specie verranno vendute necessariamente e regolarmente al di sopra del loro valore, le merci della seconda specie al di sotto del loro valore (III. 142 sgg. e più volte).

"Benché i capitalisti delle diverse sfere di produzione, vendendo le loro merci, recuperino i valori-capitale consumati nella produzione di tali merci, essi non incassano il plusvalore e quindi il profitto prodotto nella loro stessa sfera nella produzione di tali merci, ma soltanto tanto plusvalore e quindi profitto quanto, dal plusvalore complessivo o profitto complessivo prodotto dal capitale complessivo della società in tutte le sfere di produzione prese insieme in un dato periodo di tempo, ricade, in caso di ripartizione uguale, su ogni parte aliquota del capitale complessivo. Ogni capitale anticipato, quale che sia la sua composizione, ritrae per 100 in ogni anno o altro periodo di tempo il profitto che per tale periodo spetta a 100 come tante volte la corrispondente parte del capitale complessivo. I diversi capitalisti si comportano qui, per quanto riguarda il profitto, come semplici azionisti di una società per azioni, in cui le quote di profitto vengono ripartite uniformemente per 100, e quindi per i diversi capitalisti si distinguono soltanto secondo la grandezza del capitale immesso da ciascuno nell'impresa complessiva, secondo la loro partecipazione proporzionale all'impresa complessiva, secondo il numero delle loro azioni." (III. 136 sg.)

Profitto complessivo e plusvalore complessivo sono grandezze identiche (III. 151, 152). E il profitto medio non è altro "che la massa complessiva del plusvalore, ripartita sulle masse di capitale in ogni sfera di produzione in proporzione delle loro grandezze" (III. 153).

Una importante conseguenza che ne deriva è che il profitto ritratto dal singolo capitalista non proviene affatto soltanto dal lavoro da lui stesso impiegato (III. 149), bensì spesso in gran parte, e talvolta, per es. nel caso del capitale commerciale (III. 265), interamente da operai con i quali il capitalista in questione non sta in alcun contatto. Marx trova infine ancora una domanda da porre e da rispondere, che egli considera la "domanda propriamente difficile": la domanda cioè di come avvenga "questa equalizzazione dei profitti nel saggio generale di profitto, dato che essa è evidentemente un risultato e non può essere un punto di partenza?" (III. 153)

Egli sviluppa anzitutto la tesi che in uno stato sociale in cui il modo di produzione capitalistico non domina ancora, in cui quindi gli operai stessi sono in possesso dei mezzi di produzione necessari, le merci si scambierebbero di fatto secondo il loro valore reale e i saggi di profitto non si equalizzerebbero pertanto. La diversità di fatto esistente dei saggi di profitto sarebbe però, dato che gli operai riceverebbero pur sempre per uguale tempo di lavoro uguale plusvalore, cioè uguale valore al di sopra dei loro bisogni necessari, e potrebbero trattenerlo per sé, "una circostanza indifferente, proprio come oggi è una circostanza indifferente per l'operaio salariato in quale saggio di profitto si esprima la quantità di plusvalore estortagli" (III. 155). Poiché ora tali rapporti, in cui i mezzi di produzione appartengono all'operaio, sono storicamente i più antichi e si trovano nel mondo antico come in quello moderno, per es. nel contadino proprietario terriero che lavora in proprio e nell'artigiano, Marx si ritiene legittimato all'affermazione che è "del tutto pertinente considerare i valori delle merci non solo teoricamente, ma anche storicamente come il prius dei prezzi di produzione" (III. 156)

Nella società capitalisticamente organizzata ha però effettivamente luogo questa trasformazione dei valori in prezzi di produzione e la connessa equalizzazione dei saggi di profitto. Sulle forze motrici di questo processo di equalizzazione e sul modo del loro agire Marx si esprime, dopo lunghe disquisizioni preparatorie in cui si tratta della formazione del valore di mercato e del prezzo di mercato, in particolare nel caso della produzione di diverse parti della merce che arriva sul mercato in diverse condizioni di produzione favorevoli, molto chiaramente e concisamente nelle parole seguenti: "Se le merci ... vengono vendute al loro valore, sorgono ... saggi di profitto molto diversi ... Il capitale però si ritrae da una sfera con basso saggio di profitto e si getta nell'altra che rende un profitto più elevato. Mediante questa costante emigrazione e immigrazione, in una parola mediante la sua ripartizione tra le diverse sfere, a seconda che lì il saggio di profitto scenda, qui salga, esso produce un tale rapporto dell'offerta alla domanda, che il profitto medio diviene lo stesso nelle diverse sfere di produzione e quindi i valori si trasformano in prezzi di produzione" (III. 175/6)2

15 v | 15 | 40 | 70 | 55 | 77 | 22% | + 7 | | V

Capitolo III.

LA QUESTIONE DELLA CONTRADDIZIONE

L'autore di queste righe aveva, molti anni or sono, molto prima che si sviluppasse la letteratura descritta in apertura sulla conciliabilità di un uguale saggio medio di profitto con la legge marxiana del valore, espresso la propria opinione su questo oggetto nelle parole seguenti: "O i prodotti si scambiano realmente a lungo andare in proporzione del lavoro in essi incorporato ... – allora un livellamento dei profitti del capitale è impossibile. Oppure ha luogo un livellamento dei profitti del capitale – allora è impossibile che i prodotti continuino a scambiarsi in proporzione del lavoro in essi incorporato".⁹

L'effettiva inconciliabilità di queste due premesse era stata ammessa dal campo marxiano dapprima alcuni anni fa da Conrad Schmidt.¹⁰ Ora possediamo la conferma autentica del maestro stesso. Egli ha dichiarato in modo del tutto netto e chiaro che un saggio uniforme di profitto è reso possibile soltanto dalla vendita delle merci a prezzi tali per cui una parte delle merci viene scambiata al di sopra, un'altra al di sotto del suo valore, cioè in modo divergente dalla proporzione del lavoro in esse incorporato. Anche su quale delle due tesi inconciliabili egli ritenga quella corrispondente alla realtà non ci ha lasciati in dubbio. Egli insegna con encomiabile chiarezza e schiettezza che questo è il livellamento dei profitti del capitale. E non esita a insegnare con la stessa chiarezza e schiettezza che di fatto le singole merci si scambiano tra loro non in proporzione del lavoro in esse incorporato, bensì in quella proporzione divergente che è richiesta dal livellamento dei profitti del capitale.

In quale rapporto sta questa dottrina del terzo volume con la celebre legge del valore del primo? Contiene essa la soluzione, attesa con tanta tensione, della contraddizione "apparente"? Contiene essa la dimostrazione di "come non solo senza violazione della legge del valore, ma anzi proprio sul fondamento della medesima, un uguale saggio medio di profitto possa e debba formarsi"? O contiene essa non piuttosto proprio il contrario: cioè la constatazione di una reale, inconciliabile contraddizione e la dimostrazione che l'uguale saggio medio di profitto può formarsi solo se e perché la presunta legge del valore non vale?

Credo che chi guardi senza pregiudizi e con sobrietà non potrà a lungo restare nel dubbio. Nel primo volume si era insegnato con la massima energia possibile che ogni valore si fonda sul lavoro e solo sul lavoro, che i valori delle merci stanno tra loro come il tempo di lavoro necessario alla loro produzione; queste proposizioni erano state derivate e distillate addirittura ed esclusivamente dai rapporti di scambio delle merci, ai quali sono "immanenti"; eravamo stati guidati a "partire dal valore di scambio e dal rapporto di scambio delle merci per mettere sulle tracce del valore in essi nascosto" (I. 23); il valore ci era stato spiegato come quel comune "che si presenta nel rapporto di scambio delle merci" (I. 13), nella forma e con l'energia di una conclusione cogente, che non ammette eccezioni, ci era stato detto che l'equiparazione di due merci nello scambio significa che in esse esiste "un comune di uguale grandezza", al quale ciascuna delle due "deve essere riducibile" (I. 11); devono pertanto, prescindendo da momentanee, casuali divergenze, che però "appaiono come violazione della legge dello scambio di merci" (I. 142), a lungo andare e per principio scambiarsi tra loro merci che incorporano uguale lavoro. – E ora, nel terzo volume, ci viene dichiarato in modo conciso e secco che ciò che, secondo la dottrina del primo volume, deve essere, non è e non può essere; che, e precisamente non casualmente o transitoriamente, bensì necessariamente e durevolmente, le singole merci si scambiano e devono scambiarsi tra loro in una proporzione diversa da quella del lavoro incorporato!

Non posso farci niente, non vedo qui nulla di una spiegazione e conciliazione di un contrasto, bensì la nuda contraddizione stessa. Il terzo volume di Marx rinnega il primo. La teoria del saggio medio di profitto e dei prezzi di produzione non si accorda con la teoria del valore. Questa è l'impressione che, a mio avviso, ogni persona che pensi logicamente deve ricevere. Essa sembra anche essersi affermata in modo abbastanza generale. Loria, nel suo modo di esprimersi vivace e ricco di immagini, si sente costretto al "giudizio duro ma giusto" che Marx abbia offerto "invece di una soluzione una mistificazione"; egli scorge nella pubblicazione del terzo volume "la campagna di Russia" del sistema marxiano, il suo "più completo fallimento teorico", un "suicidio scientifico", la "più formale rinuncia alla propria dottrina" (1'abdicazione più esplicita alla dottrina stessa) e la "piena e totale adesione alle dottrine più ortodosse degli aborriti economisti".¹¹

Ma anche un uomo che è così vicino al sistema marxiano come Werner Sombart deve indicare, quale effetto più probabile che il terzo volume produrrà sulla maggioranza dei lettori, «un generale scuotere il capo». «I più non saranno affatto inclini a considerare come una "soluzione" la "soluzione" dell'"enigma del saggio medio di profitto" così come ora viene data; essi penseranno che il nodo sia stato tagliato, ma non affatto sciolto. Perché se ora d'un tratto dalla botola emerge una teoria "del tutto ordinaria" dei costi di produzione, ciò significa appunto che la celebre teoria del valore è caduta sotto il tavolo. Perché se alla fine arrivo comunque ai costi di produzione per spiegare il profitto: a che serve allora tutto il macchinoso apparato della teoria del valore e del plusvalore?»¹² Per sé stesso, peraltro, Sombart si riserva un altro giudizio. Egli intraprende un singolare tentativo di salvataggio, nel quale però tanto di ciò che si vorrebbe salvare viene gettato fuori bordo, che mi pare assai dubbio se con esso si guadagnerà la riconoscenza di alcuno degli interessati. In ogni caso mi accosterò ancora più da vicino a questo tentativo di salvataggio, interessante e istruttivo. Ma a questo punto non siamo ancora arrivati; prima del difensore postumo dobbiamo ancora prestare ascolto al maestro stesso, e precisamente con tutta l'attenzione e la cura che una cosa così importante merita.

Come del resto è del tutto ovvio, Marx stesso ha dovuto prevedere che alla sua «soluzione» si sarebbe mosso il rimprovero che essa non è una «soluzione», ma un abbandono della sua legge del valore. A questa previsione deve evidentemente la sua origine un'anticipata autodifesa, che, se non nella forma, certo nella sostanza si trova nell'opera marxiana. Marx infatti non tralascia di inserire in numerosi passi l'affermazione esplicita che, nonostante l'immediato dominio dei rapporti di scambio da parte dei prezzi di produzione divergenti dai valori, tutto si muove ancora nel quadro della legge del valore, e che ancora questa, almeno «in ultima istanza», esercita il dominio sui prezzi. Egli cerca di rendere plausibile questa concezione mediante diverse esposizioni e osservazioni. Esse non recano un'impronta unitaria. Marx non conduce su questo tema, come è del resto sua abitudine, una vera e propria dimostrazione conchiusa, ma fornisce soltanto un certo numero di osservazioni occasionali che corrono l'una accanto all'altra, le quali contengono argomenti probatori di vario genere, o spunti che come tali possono essere interpretati. Stando così le cose, non si può giudicare a quale di questi argomenti Marx stesso volesse attribuire il peso principale, né come egli si rappresentasse il reciproco rapporto di questi argomenti di vario genere. Comunque stiano le cose, in ogni caso, se vogliamo rendere giustizia tanto al maestro quanto al nostro compito critico, dobbiamo a ciascuno di questi argomenti la più scrupolosa attenzione e un'imparziale valutazione.

Argomento: anche se le singole merci si vendono tra loro al di sopra o al di sotto dei loro valori, queste deviazioni opposte si compensano tuttavia reciprocamente, e nella società stessa – considerata la totalità di tutti i rami di produzione – rimane perciò comunque la somma dei prezzi di produzione delle merci prodotte uguale alla somma dei loro valori.

Argomento: la legge del valore domina il movimento dei prezzi, in quanto la diminuzione o l'aumento del tempo di lavoro richiesto per la produzione fa salire o scendere i prezzi di produzione (III. 158, similmente III. 156).

Argomento: la legge del valore domina, secondo l'affermazione di Marx, con autorità non scemata lo scambio delle merci in certi stadi «originari», nei quali la trasformazione dei valori in prezzi di produzione non si è ancora compiuta.

Argomento: nell'economia complicata la legge del valore «regola» almeno indirettamente e «in ultima istanza» i prezzi di produzione, in quanto il valore complessivo delle merci, che si determina secondo la legge del valore, regola il plusvalore complessivo, e questo a sua volta l'altezza del profitto medio e perciò il saggio generale di profitto (III. 159).

Esaminiamo questi argomenti, ciascuno per sé, nel loro contenuto.

PRIMO ARGOMENTO

Marx ammette che le singole merci, a seconda che nella loro produzione abbia concorso capitale costante in una proporzione superiore o inferiore alla media, si scambiano tra loro al di sopra o al di sotto del loro valore. Ma si pone l'accento sul fatto che queste deviazioni individuali, che avvengono in senso opposto, si compensano o si annullano in ogni momento reciprocamente, sicché la somma di tutti i prezzi pagati corrisponde tuttavia esattamente alla somma di tutti i valori. «Nella stessa proporzione in cui una parte delle merci viene venduta al di sopra del suo valore, un'altra viene venduta al di sotto» (III. 135). «Il prezzo complessivo delle merci I - V (nell'esempio tabellare usato da Marx) sarebbe dunque uguale al loro valore complessivo, ... in realtà dunque espressione monetaria della quantità complessiva di lavoro, passato e nuovamente aggiunto, contenuta nelle merci I - V. E in questo modo, nella società stessa – considerata la totalità di tutti i rami di produzione – la somma dei prezzi di produzione delle merci prodotte è uguale alla somma dei loro valori» (III. 138). Da ciò si trae infine – più o meno chiaramente – l'argomento che almeno per la somma di tutte le merci, o per la società nel suo insieme, la legge del valore dimostra la sua validità. «Tuttavia ciò si risolve sempre nel fatto che, ciò che in una merce entra in eccesso, in un'altra entra in difetto per il plusvalore, e che perciò anche le deviazioni dal valore, insite nei prezzi di produzione delle merci, si annullano reciprocamente. In tutta la produzione capitalistica è sempre solo in modo molto complicato e approssimativo, come media mai constatabile di eterne oscillazioni, che la legge generale si afferma come tendenza dominante.» (III. 140)

Questo argomento non è nuovo nella letteratura marxiana. È stato fatto valere alcuni anni fa, in situazione affine, da Conrad Schmidt con grande energia e forse con ancora maggiore chiarezza di principio di quanto ora faccia Marx stesso. Nel suo tentativo di risolvere l'enigma del saggio medio di profitto, anche Schmidt, sebbene con una motivazione intermedia diversa da quella di Marx, era giunto al risultato che le singole merci non possono scambiarsi tra loro nella proporzione del lavoro in esse incorporato. Anche egli dovette porsi la domanda se e come, di fronte a ciò, si potesse ancora parlare di una validità della legge marxiana del valore, ed egli fondò la sua opinione affermativa appunto sull'argomento ora esposto.3

Lo ritengo del tutto inesatto. L'ho affermato a suo tempo nei confronti di Conrad Schmidt con una motivazione alla quale ancora oggi, e di fronte a Marx stesso, non ho motivo di mutare una parola. Posso perciò accontentarmi di ripeterla semplicemente alla lettera. Ho chiesto a Schmidt quanto o quanto poco, dopo quella effettiva concessione, rimanesse ancora della celebre legge del valore, e poi ho proseguito:

«Che però non rimanga molto, è illustrato nel modo migliore proprio dagli sforzi che l'autore impiega per dimostrare che la legge del valore, nonostante tutto, resta in vigore. Dopo aver infatti ammesso che il prezzo effettivo delle merci diverge dal loro valore, egli osserva che questa divergenza si riferisce tuttavia soltanto a quei prezzi che le singole merci conseguono; che essa invece scompare non appena si consideri la somma di tutte le singole merci, il prodotto nazionale annuo. La somma dei prezzi pagata per l'intero prodotto nazionale preso nel suo complesso coinciderebbe in effetti pienamente con la somma dei valori in esso realmente cristallizzata.» (Böhm-Bawerk, S. 51)

Non so se mi riuscirà di illustrare debitamente la portata di questa affermazione. Voglio almeno tentarne un accenno.

«Qual è dunque, in fin dei conti, il compito della "legge del valore"? Nient'altro che spiegare il rapporto di scambio dei beni osservato nella realtà. Vogliamo sapere perché, nello scambio, ad esempio una giacca valga esattamente tanto quanto 20 braccia di tela, perché 10 libbre di tè valgano tanto quanto 1/2 tonnellata di ferro, e così via. Così anche Marx stesso ha inteso il compito esplicativo della legge del valore. Ora, di un rapporto di scambio si può evidentemente parlare soltanto tra diverse singole merci tra loro. Ma non appena si prendono in considerazione tutte le merci insieme e si sommano i loro prezzi, si prescinde necessariamente e deliberatamente dal rapporto sussistente all'interno di questa totalità. Le relative differenze di prezzo all'interno si compensano infatti nella somma. Di quanto, ad esempio, il tè vale di più rispetto al ferro, di altrettanto il ferro vale di meno rispetto al tè, e viceversa. In ogni caso non è alcuna risposta alla nostra domanda se ci informiamo del rapporto di scambio dei beni nell'economia, e ci si risponde con la somma dei prezzi che tutti insieme conseguono; tanto poco quanto se ci informassimo di quanti minuti o secondi il vincitore di una corsa abbia impiegato in meno dei suoi concorrenti per percorrere la pista, e ci si rispondesse: tutti i concorrenti presi insieme hanno impiegato 25 minuti e 13 secondi» (Böhm-Bawerk).

«Ora la cosa sta nel modo seguente. Alla domanda del problema del valore i marxisti rispondono dapprima con la loro legge del valore, che le merci si scambiano in proporzione al tempo di lavoro in esse incorporato; poi revocano – velatamente o senza veli – questa risposta per l'ambito dello scambio di singole merci, ossia proprio per quell'ambito in cui la domanda ha in generale un senso, e la mantengono in piena purezza soltanto ancora per l'intero prodotto nazionale preso nel suo complesso, ossia per un ambito in cui quella domanda, in quanto priva di oggetto, non può affatto essere posta. Come risposta alla domanda vera e propria del problema del valore, la "legge del valore" è dunque, per ammissione stessa, smentita dai fatti, e nell'unica applicazione in cui non viene smentita non è più una risposta alla domanda che propriamente reclama una soluzione, ma potrebbe tutt'al più essere una risposta a qualche altra domanda» (Böhm-Bawerk).

«Ma non è nemmeno una risposta a un'altra domanda, bensì non è affatto una risposta, è una semplice tautologia. Perché, come ogni economista sa, se si guarda attraverso le forme velanti del traffico monetario, le merci si scambiano in fin dei conti di nuovo contro merci. Ogni merce che entra in scambio è al tempo stesso merce, ma anche il prezzo della sua controprestazione. La somma delle merci è dunque identica alla somma dei prezzi pagati per esse. Ovvero: il prezzo per l'intero prodotto nazionale preso nel suo complesso non è nient'altro che – il prodotto nazionale stesso. Stando così le cose, è del tutto esatto, certo, che la somma dei prezzi pagata per l'intero prodotto nazionale insieme coincide pienamente con la somma di valore o di lavoro in quest'ultimo cristallizzata. Ma questo enunciato tautologico non significa né un qualsiasi incremento di reale conoscenza, né può in particolare servire da prova di direzione per la presunta legge che i beni si scambiano secondo la proporzione del lavoro in essi incorporato. Perché per questa via si potrebbe altrettanto bene – o piuttosto altrettanto male – verificare anche qualsiasi altra "legge", ad esempio la "legge" che i beni si scambiano secondo la misura del loro peso specifico! Perché, anche se è vero che una libbra d'oro come "singola merce" non si scambia contro una libbra di ferro, bensì contro 40.000 libbre di ferro, la somma dei prezzi che si paga per una libbra d'oro e 40 000 libbre di ferro prese insieme non è né più né meno che 40.000 libbre di ferro e 1 libbra d'oro. Il peso complessivo della somma dei prezzi – 40.001 libbre – corrisponde dunque esattamente al peso complessivo, anch'esso di 40.001 libbre, incorporato nella somma delle merci, e di conseguenza il peso è la vera misura secondo la quale si regola il rapporto di scambio dei beni?!» (Böhm-Bawerk)

Su questo giudizio, oggi che lo rivolgo contro Marx stesso, non ho nulla da togliere né alcunché da aggiungere, se non forse che Marx, nell'esporre l'argomento qui esaminato, si rende colpevole di un ulteriore particolare errore, che a suo tempo Schmidt non aveva commesso. Nel passo or ora citato, a p. 140 del terzo volume, Marx cerca infatti di predisporre il terreno in favore dell'idea che alla sua legge del valore possa pur sempre essere attribuita una certa effettiva validità, anche se i singoli casi non vi obbediscono, mediante una sentenza generale che ha per oggetto il modo di operare di tale legge. Dopo aver parlato del fatto che "le deviazioni dal valore insite nei prezzi di produzione si compensano reciprocamente", egli aggiunge infatti l'osservazione che, nell'intera produzione capitalistica, la legge generale "si impone in genere comunque sempre soltanto in un modo molto intricato e approssimativo, come media accertabile di oscillazioni perenni, come tendenza dominante".

Marx confonde qui due cose assai diverse: una media di oscillazioni e una media tra grandezze stabilmente e fondamentalmente disuguali. In ciò ha senz'altro ragione, che ben più di una legge generale si impone soltanto nel senso che la media risultante da oscillazioni costanti corrisponde alla norma enunciata dalla legge. Ogni economista conosce leggi di questo tipo, come per esempio la legge secondo cui i prezzi eguagliano i costi di produzione, secondo cui l'entità del salario nei diversi rami di occupazione, l'entità del profitto del capitale nei diversi rami di produzione tendono, prescindendo da particolari ragioni di disuguaglianza, a collocarsi su un livello uguale; e ogni economista è incline a riconoscere queste leggi come "leggi", benché forse non vi corrisponda con minuziosissima esattezza neppure un singolo caso. E perciò anche nel richiamo a un simile modo di operare, che si manifesta soltanto nella media e nell'insieme, vi è un elemento fortemente seducente. Ma il caso a favore del quale Marx adopera questo richiamo seducente è di natura del tutto diversa. Nel caso dei prezzi di produzione che divergono dai "valori" non si tratta di oscillazioni, bensì di divergenze necessarie e durevoli. Di due merci A e B, che incorporano la stessa quantità di lavoro ma sono state prodotte con capitali di composizione organica disuguale, non oscilla ciascuna intorno a una sola e medesima media, per esempio intorno alla media di 50 fiorini, ma ciascuna assume stabilmente un diverso livello di prezzo, per esempio la merce A, alla cui produzione ha concorso poco capitale costante che esige interesse, il livello di 40 fiorini, la merce B, che ha molto capitale costante da remunerare, il livello di 60 fiorini, salvo oscillazioni intorno a questi livelli divergenti. Se avessimo a che fare soltanto con oscillazioni intorno al medesimo livello, sì che ora la merce A stesse a 48 fiorini e la merce B a 52 fiorini, ora viceversa la merce A a 52 e la merce B soltanto a 48 fiorini, allora si potrebbe in effetti dire che, in media, entrambe le merci stanno allo stesso prezzo, e si potrebbe scorgere in questo stato di cose, qualora si potesse osservare in generale, nonostante le oscillazioni, una verifica della "legge" secondo cui merci in cui è incorporata la stessa quantità di lavoro si scambiano tra loro su un piede di parità.

Ma se, di due merci che incorporano la stessa quantità di lavoro, l'una mantiene stabilmente e regolarmente un prezzo di 40 e l'altra altrettanto stabilmente e regolarmente un prezzo di 60 fiorini, allora certo il matematico può tracciare anche tra queste grandezze disuguali una media di 50 fiorini. Ma una simile media ha un significato del tutto diverso, o più esattamente, per la nostra legge non ha alcun significato. Una media matematica si può infatti sempre tracciare anche tra le grandezze più disuguali, e una volta che la si è tracciata, le deviazioni opposte da essa "si compensano" sempre reciprocamente quanto alla grandezza: di quanto l'una grandezza supera la media, di altrettanto deve poi necessariamente l'altra restare al di sotto di essa! Ma evidentemente, mediante un simile gioco con "medie" e "deviazioni che si compensano", il fatto che tra merci di pari costo di lavoro ma di disuguale composizione del capitale sussistono differenze di prezzo necessarie e durevoli può essere reinterpretato, da una confutazione in una conferma della pretesa legge del valore, tanto poco quanto si potrebbe avere inclinazione e titolo a dimostrare con ciò la tesi che tutte le specie animali, mosche effimere ed elefanti compresi, possiedono una uguale durata di vita. Poiché in effetti gli elefanti vivono in media 100 anni, le mosche effimere un solo giorno. Ma tra queste grandezze si può pur tracciare una media comune di 50 anni; di quanto gli elefanti vivono più a lungo, di tanto le mosche effimere vivono appunto più brevemente; le deviazioni dalla media "si compensano dunque reciprocamente", e nell'insieme e in media trionfa dunque pur sempre la legge che tutte le specie animali hanno uguale durata di vita! -

Andiamo oltre.

SECONDO ARGOMENTO

In vari punti del terzo volume Marx rivendica per la legge del valore che essa "dominasse il movimento dei prezzi", e considera come prova di questo dominio il fatto che, dove il tempo di lavoro richiesto per la produzione delle merci cala, anche i prezzi calano, dove esso sale, anche i prezzi salgono, restando per il resto invariate le circostanze.4

Anche questa conclusione poggia su un errore di pensiero così vistoso che deve sorprendere come abbia potuto sfuggire a Marx stesso. Che infatti, a parità delle altre circostanze, i prezzi salgano e scendano con la grandezza della spesa di lavoro, ciò evidentemente non prova né più né meno se non che il lavoro è un fattore determinante dei prezzi. Prova dunque un fatto sul quale tutti sono concordi, che non è opinione particolare di Marx, ma è riconosciuto e insegnato esattamente allo stesso modo dai classici e dagli "economisti volgari". Marx però aveva affermato, con la sua legge del valore, molto di più: aveva affermato che la spesa di lavoro è l'unica circostanza che regola i rapporti di scambio delle merci (prescindendo dalle casuali oscillazioni momentanee dell'offerta e della domanda). Che questa legge domini il movimento dei prezzi lo si potrebbe evidentemente dire soltanto allora, quando una variazione (durevole) dei prezzi non potesse essere prodotta o mediata da nessun'altra causa che da un mutamento nella grandezza del tempo di lavoro. Ma ciò Marx non lo afferma affatto e non può affermarlo; poiché è nella conseguenza della sua stessa dottrina che una variazione di prezzo debba intervenire, per esempio, anche allora quando la spesa di lavoro resta invariata, ma in seguito a un accorciamento del processo produttivo e simili muta la composizione organica del capitale. Si può dunque senz'altro affiancare alla proposizione addotta da Marx l'altra proposizione, come del tutto equivalente: che i prezzi salgono e scendono là dove, a parità delle altre circostanze, la durata dell'investimento di capitale sale e scende. Ma per quanto evidentemente, con quest'ultima proposizione, si possa dimostrare o verificare che la durata dell'investimento di capitale è l'unica circostanza che domina i rapporti di scambio, altrettanto poco si può, viceversa, scorgere nella circostanza che mutamenti nella grandezza della spesa di lavoro lascino comunque tracce nel movimento dei prezzi una conferma della pretesa legge che il lavoro soltanto domina i rapporti di scambio.

TERZO ARGOMENTO

Questo argomento non è stato sviluppato da Marx con esplicita chiarezza, ma il materiale relativo è stato intessuto in quelle esposizioni che hanno per oggetto la spiegazione della "questione propriamente difficile", "come avvenga la perequazione del saggio di profitto al saggio generale di profitto" (III. 153 ss.).

Il nucleo dell'argomento si può enucleare nel modo più breve come segue. Marx afferma - e deve affermare - che "i saggi di profitto sono originariamente molto diversi" (III. 136), e che la loro perequazione a un saggio generale di profitto può essere soltanto "un risultato e non un punto di partenza" (III. 153). Questa tesi implica inoltre la pretesa che esistano alcuni stati "originari", nei quali la "trasformazione dei valori in prezzi di produzione" che conduce alla perequazione dei saggi di profitto non si è ancora compiuta, e che quindi stanno ancora sotto il pieno e letterale dominio della legge del valore. Si rivendica dunque per quest'ultima un certo ambito di validità, a essa perfettamente sottomesso.

Esaminiamo più da vicino quali debbano essere questi ambiti, e quali prove Marx adduca per dimostrare che in essi i rapporti di scambio siano realmente normati soltanto dal lavoro incorporato nelle merci.

La perequazione dei saggi di profitto è, secondo Marx, vincolata a due presupposti: primo, che già in generale domini un modo di produzione capitalistico (III. 154), e secondo, che la concorrenza eserciti efficacemente la sua attività livellatrice (III. 136, 151, 159, 175/76). Dovremo perciò, logicamente, cercare gli "stati originari" con il puro regime della legge del valore là dove manchi l'uno o l'altro dei due presupposti (oppure, naturalmente, entrambi insieme).

Sul primo caso Marx si è espresso egli stesso diffusamente. Egli fa dei processi che si svolgono in uno stato sociale in cui non si produce ancora capitalisticamente, ma "in cui i mezzi di produzione appartengono al lavoratore", l'oggetto di una descrizione particolareggiata, la quale mostra i prezzi delle merci in questo stadio in effetti dominati esclusivamente dai loro valori. Per consentire al lettore un giudizio spassionato su quanta pretesa di forza probante sia insita in questa descrizione, devo riportarla nel suo intero tenore.

"Il punctum saliens emergerà nella maggior parte dei casi se concepiamo la cosa così: supponiamo che i lavoratori stessi siano in possesso dei rispettivi mezzi di produzione e scambino le loro merci gli uni con gli altri. Queste merci non sarebbero allora prodotti del capitale. A seconda della natura tecnica dei loro lavori, il valore dei mezzi e dei materiali di lavoro impiegati nei diversi rami di lavoro sarebbe diverso; parimenti, prescindendo dal valore ineguale dei mezzi di produzione impiegati, sarebbe richiesta una massa diversa di essi per una data massa di lavoro, a seconda che una determinata merce possa essere ultimata in un'ora, un'altra solo in un giorno ecc. Supponiamo inoltre che questi lavoratori lavorino in media un tempo uguale, computate le perequazioni che derivano dalla diversa intensità ecc. del lavoro. Due lavoratori avrebbero allora entrambi, nelle merci che costituiscono il prodotto della loro giornata lavorativa, in primo luogo rimpiazzato le loro spese, i prezzi di costo dei mezzi di produzione consumati. Queste sarebbero diverse a seconda della natura tecnica dei loro rami di lavoro. Entrambi avrebbero, in secondo luogo, creato un uguale nuovo valore, cioè la giornata lavorativa aggiunta ai mezzi di produzione. Ciò comprenderebbe il loro salario più il plusvalore, il pluslavoro al di là dei loro bisogni necessari, il cui risultato però apparterrebbe a loro stessi. Se ci esprimiamo in modo capitalistico, entrambi ricevono lo stesso salario più lo stesso profitto, ma anche il valore espresso ad esempio nel prodotto di una giornata lavorativa di dieci ore. Ma, in primo luogo, i valori delle loro merci sarebbero diversi. Nella merce I, ad esempio, sarebbe contenuta una maggiore parte di valore per i mezzi di produzione impiegati che nella merce II. Anche i saggi di profitto sarebbero molto diversi per I e II, se chiamiamo qui saggio di profitto il rapporto del plusvalore rispetto al valore complessivo dei mezzi di produzione anticipati. I mezzi di sussistenza che I e II consumano quotidianamente durante la produzione, e che rappresentano il salario, costituiranno qui la parte dei mezzi di produzione anticipati che altrimenti chiamiamo capitale variabile. Ma i plusvalori sarebbero, per un uguale tempo di lavoro, gli stessi per I e II, o ancor più precisamente: poiché I e II ricevono ciascuno il valore del prodotto di una giornata lavorativa, essi ricevono, detratto il valore degli elementi "costanti" anticipati, valori uguali, dei quali una parte può essere considerata come rimpiazzo dei mezzi di sussistenza consumati nella produzione, l'altra come plusvalore eccedente al di là di ciò. Se I ha maggiori spese, queste sono rimpiazzate dalla maggiore parte di valore della sua merce, che rimpiazza questa parte "costante", ed egli ha quindi anche di nuovo da riconvertire una maggiore parte del valore complessivo del suo prodotto negli elementi materiali di questa parte costante, mentre II, se incassa meno per essa, ha appunto perciò tanto meno da riconvertire. La diversità dei saggi di profitto sarebbe dunque, sotto questa premessa, una circostanza indifferente, proprio come oggi per il salariato è una circostanza indifferente in quale saggio di profitto si esprima la quantità di plusvalore estortagli, e proprio come nel commercio internazionale la diversità dei saggi di profitto presso le diverse nazioni è una circostanza indifferente per il loro scambio di merci." (III. 154 sgg.)

E ora Marx passa di colpo dal modo di esprimersi ipotetico della "supposizione", con i suoi "siano" e "sarebbero", a conclusioni del tutto positive. "Lo scambio delle merci ai loro valori o approssimativamente ai loro valori richiede dunque uno stadio molto più basso che lo scambio ai prezzi di produzione ..." .. ed "è dunque del tutto conforme alla cosa considerare i valori delle merci non solo teoricamente, ma storicamente, come il prius dei prezzi di produzione. Ciò vale per situazioni in cui i mezzi di produzione appartengono al lavoratore, e questa situazione si trova nel mondo antico come in quello moderno, presso il contadino proprietario terriero che lavora da sé e presso l'artigiano" (III. 155, 156).

Che dobbiamo pensare di queste considerazioni?

Anzitutto prego il lettore di convincersi e di constatare che la parte tenuta nel tono della "supposizione" contiene bensì una descrizione molto coerente di come dovrebbe apparire lo scambio in quelle situazioni sociali primitive se tutto procedesse secondo la legge marxiana del valore, ma che in essa non è contenuta neppure l'ombra di una prova o anche solo di un tentativo di prova che, date le premesse, tutto debba procedere così. Marx racconta, "suppone", afferma, ma non prova con una sola parola. È quindi un salto ardito, per non dire ingenuo, quando Marx, su questa base, quasi come se avesse felicemente condotto a termine un vero e proprio procedimento di prova, proclama come risultato accertato che è "dunque" del tutto conforme alla cosa considerare i valori anche storicamente come il prius dei prezzi di produzione. In realtà non si può affatto dire che Marx, con la sua "supposizione", abbia dimostrato l'esistenza storica di una tale situazione; egli l'ha soltanto postulata, a partire dalla sua teoria, come un'ipotesi, sulla cui attendibilità deve naturalmente restarci libero formarci un giudizio fondato.

In realtà sussistono ora contro la sua attendibilità le più serie obiezioni interne ed esterne. Essa è internamente improbabile, e per quanto qui si possa parlare di una verifica empirica, anche questa parla contro di essa.

Essa è internamente del tutto improbabile. Richiederebbe infatti che per i produttori il momento in cui ricevono la rimunerazione per la loro attività fosse qualcosa di perfettamente indifferente - e ciò è economicamente e psicologicamente impossibile. Chiariamocelo configurando numericamente l'esempio usato da Marx stesso. Marx confronta due lavoratori I e II. Il lavoratore I rappresenta un ramo di produzione che tecnicamente necessita di mezzi di produzione preparatori, materie prime, utensili, materiali ausiliari relativamente numerosi e di valore. Supponiamo, per configurare numericamente l'esempio, che la fabbricazione dei mezzi di produzione preparatori richieda cinque anni di lavoro, mentre la loro elaborazione in prodotti finiti avvenga in un sesto anno di lavoro. Supponiamo inoltre, ciò che certamente non è contrario allo spirito dell'ipotesi marxiana, la quale vuole appunto descrivere una situazione assai primitiva, originaria, che il lavoratore I esegua egli stesso entrambi i tipi di lavoro, sia la fabbricazione dei mezzi di produzione preparatori sia la loro elaborazione in prodotti finiti. In queste circostanze egli riceverà evidentemente dalla vendita del prodotto finito, che non può avvenire prima della fine del sesto anno di lavoro, anche la rimunerazione per il lavoro preparatorio dei primi anni, ovvero, in altre parole, egli dovrà attendere per la rimunerazione del lavoro del primo anno cinque anni, per quello del secondo anno quattro anni, per quello del terzo anno tre anni ecc., ovvero dovrà attendere, in media su tutti e sei gli anni di lavoro, all'incirca tre anni dopo il lavoro compiuto la rimunerazione. Il lavoratore II invece, che rappresenta un ramo di produzione il quale necessita di relativamente pochi mezzi di produzione preparatori, porterà forse a termine tutti i lavori preparatori e di finitura in un ciclo di un solo mese e riceverà quindi quasi immediatamente, dopo aver prestato il suo lavoro, anche la rimunerazione per esso dal ricavo del suo prodotto.

L'ipotesi di Marx suppone ora che i prezzi delle categorie di merci I e II si fissino esattamente in proporzione alle quantità di lavoro impiegate, e quindi che il prodotto di sei anni di lavoro nella categoria I si venda esattamente allo stesso prezzo della somma dei prodotti di sei anni di lavoro nella categoria II. Da ciò segue inoltre che nella categoria I il lavoratore si accontenta, per ciascun anno di lavoro, del pagamento ritardato in media di tre anni dello stesso importo che il lavoratore nella categoria II riceve senza alcun ritardo; che quindi il ritardo temporale di una percezione salariale è una circostanza che nell'ipotesi marxiana non gioca alcun ruolo e in particolare non è in grado di esercitare alcun influsso sulla concorrenza, sulla più forte o più debole occupazione dei diversi rami di produzione in considerazione del fatto che essi, a causa della lunghezza del loro periodo di produzione, impongono un tempo di attesa più breve o più lungo.

Se ciò sia probabile, lascio al lettore di giudicarlo. Marx riconosce del resto del tutto correttamente che particolari circostanze accessorie inerenti al lavoro di un qualche ramo di produzione, particolare intensità, fatica, sgradevolezza di un lavoro, si conquistano, attraverso il gioco della concorrenza, una compensazione nell'ammontare del salario. Un differimento pluriennale della rimunerazione del lavoro non dovrebbe parimenti essere una circostanza bisognosa di compensazione? E inoltre: posto che davvero tutti i produttori volessero attendere il loro salario altrettanto volentieri per tre anni come per niente, possono anche tutti attendere? Marx presuppone, è vero, che "i lavoratori siano in possesso dei rispettivi mezzi di produzione", ma non presuppone, e probabilmente non può nemmeno presupporre, che ciascuno di essi sia in possesso di tanti mezzi di produzione quanti ne sono necessari per esercitare quel ramo di produzione che, per ragioni tecniche, richiede la disponibilità della massima somma di mezzi di produzione. I diversi rami di produzione non sono quindi affatto accessibili a tutti i produttori in egual misura. Bensì quei rami che richiedono il minore anticipo di mezzi di produzione sono i più generalmente accessibili, i rami con maggiore fabbisogno di capitale lo sono per una minoranza via via più piccola. Ciò non dovrebbe avere alcun influsso sul fatto che l'offerta negli ultimi rami subisce una certa restrizione, attraverso la quale infine il prezzo dei loro prodotti viene innalzato al di sopra del livello proporzionale di quei rami che sono esercitati senza l'odiosa condizione accessoria dell'attesa e sono accessibili a una cerchia molto più ampia di concorrenti?

Che qui sia in gioco una certa improbabilità lo ha sentito anche Marx stesso. Egli registra anzitutto parimenti, sia pure in altra forma, che la commisurazione dei prezzi unicamente in rapporto alla quantità di lavoro conduce, in un'altra direzione, a una sproporzione. Egli lo registra nella forma - per giunta parimenti pertinente - secondo cui il "plusvalore" che i lavoratori di entrambi i rami di produzione conseguono al di là del loro fabbisogno di sussistenza, calcolato sui mezzi di produzione anticipati, rappresenta saggi di profitto ineguali. Naturalmente si impone la domanda perché questa ineguaglianza non debba essere smussata dalla concorrenza proprio come nella società "capitalistica". Marx sente la necessità di dare una risposta a ciò, e questa è anche l'unica componente che, accanto a mere asserzioni, ha il carattere di un tentativo di fondazione. Che cosa risponde dunque? L'essenziale sarebbe che entrambi i lavoratori, per un uguale tempo di lavoro, ricevono gli stessi plusvalori, o, indicato ancora più precisamente: che essi, per un uguale tempo di lavoro, "detratto il valore degli elementi costanti anticipati, ricevono valori uguali", e sotto questa premessa la diversità dei saggi di profitto sarebbe per loro "una circostanza indifferente, proprio come oggi per il salariato è una circostanza indifferente in quale saggio di profitto si esprima la quantità di plusvalore estortagli"

È questo un paragone felice? Se qualcosa non la ricevo, allora può senz'altro essermi del tutto indifferente se ciò che non ricevo, calcolato sul capitale di un terzo, costituisca una percentuale alta o bassa. Ma se qualcosa la ricevo in linea di principio, come il lavoratore nell'ipotesi non capitalistica deve ricevere il plusvalore come profitto, allora non mi è affatto indifferente secondo quale criterio questo profitto debba essere commisurato e ripartito. Può tutt'al più essere una questione aperta se questo profitto debba essere commisurato e ripartito solo secondo la misura del lavoro prestato oppure anche secondo la misura dei mezzi di produzione anticipati: ma semplicemente "indifferente" ciò certamente non lo è per gli interessati, e se quindi si afferma il fatto alquanto improbabile che saggi di profitto ineguali possano sussistere durevolmente l'uno accanto all'altro senza essere smussati dalla concorrenza, ciò certamente non si può motivare col fatto che l'ammontare dei saggi di profitto sia qualcosa di del tutto indifferente per gli interessi degli interessati.

Ma i lavoratori, nell'ipotesi marxiana, sono trattati in modo eguale almeno in quanto lavoratori? Essi ricevono come salario, per eguale tempo di lavoro, eguali valori ed eguali plusvalori, ma li ricevono in tempi diversi: l'uno subito dopo aver prestato il proprio lavoro, l'altro deve attendere anni per il compenso. È questo davvero un trattamento eguale, oppure tale processo non implica piuttosto una disuguaglianza in una circostanza accessoria della retribuzione, una circostanza che non può essere indifferente ai lavoratori e rispetto alla quale, al contrario, come mostra l'esperienza, essi sono molto sensibili, e a pieno diritto? A quale lavoratore sarebbe oggi indifferente ricevere il proprio salario settimanale il sabato sera oppure un anno dopo o tre anni dopo? E disuguaglianze tanto sensibili non dovrebbero essere appianate dalla concorrenza? È questa un'improbabilità su cui Marx ci è rimasto debitore di una spiegazione.

La sua ipotesi non è però soltanto intrinsecamente improbabile, ma anche in contrasto con i fatti dell'esperienza. È vero che del caso supposto, nella sua piena purezza tipica, non abbiamo naturalmente alcuna esperienza diretta, poiché uno stato in cui il lavoro salariato non compaia affatto e ogni produttore sia proprietario indipendente dei propri mezzi di produzione non può più essere osservato, nella sua piena purezza, in nessun luogo. Si trovano tuttavia, anche «nel mondo moderno», condizioni e rapporti che corrispondono almeno approssimativamente all'ipotesi marxiana. Essi si trovano, come Marx stesso sottolinea (III. 156), «presso il contadino proprietario terriero che lavora in proprio e presso l'artigiano». Secondo l'ipotesi marxiana si dovrebbe ora poter osservare che l'entità del reddito di queste persone è del tutto indipendente dall'entità del capitale che esse impiegano nella loro produzione. Ciascuno di essi dovrebbe percepire il medesimo ammontare di salario e di plusvalore, indifferentemente che il capitale rappresentato dai loro mezzi di produzione ammonti a 10 fl. o a 10.000 fl. Non credo però di incontrare dubbi presso alcun lettore se affermo che, nelle cerchie descritte, raramente esiste una contabilità tanto esatta da poter accertare i rapporti con precisione numerica, ma che l'impressione prevalente non confermerà certo l'ipotesi marxiana, bensì andrà al contrario nel senso che, nel complesso, presso quei rami economici e quelle persone che lavorano con il sostegno di un capitale considerevole si trova anche un reddito più cospicuo che presso coloro i quali non dispongono di nulla se non delle braccia del produttore.

Questa prova dei fatti, sfavorevole all'ipotesi marxiana, riceve infine una non piccola conferma indiretta dal fatto che anche nel secondo caso, in cui secondo la teoria marxiana si dovrebbe poter osservare un puro dominio della legge del valore, e che è assai più accessibile alla prova diretta dei fatti, non si trova in realtà traccia alcuna del decorso dei fenomeni preteso da Marx.

Marx insegna infatti, come sappiamo, che anche in un'economia pienamente sviluppata l'equalizzazione dei saggi di profitto originariamente diversi si compie soltanto per effetto della concorrenza. «Se le merci vengono vendute al loro valore» – egli scrive nel più diffuso dei passi pertinenti5 –, «sorgono, come si è esposto, saggi di profitto assai diversi nelle diverse sfere di produzione, a seconda della diversa composizione organica delle masse di capitale in esse investite. Ma il capitale si ritira da una sfera con basso saggio di profitto e si getta sull'altra, che frutta un profitto più alto. Mediante questa costante emigrazione e immigrazione, in una parola mediante la sua distribuzione tra le diverse sfere a seconda che lì il saggio di profitto scenda, qui salga, esso determina un tale rapporto dell'offerta alla domanda che il profitto medio nelle diverse sfere di produzione diviene il medesimo».

Logicamente dovremmo ora attenderci che ovunque questa specie di concorrenza dei capitali non sia divenuta operante, o almeno non ancora pienamente operante, si incontri anche, nella sua piena purezza o quanto meno approssimativamente, la conformazione originaria della formazione dei prezzi e dei profitti affermata da Marx. In altre parole, dovrebbero mostrarsi tracce di fatto del seguente decorso: che prima del livellamento dei saggi di profitto i rami di produzione con il capitale costante relativamente più grande hanno ottenuto e ottengono il saggio di profitto più piccolo, e i rami con il capitale costante più piccolo il saggio di profitto più grande. Ebbene, tali tracce non si trovano in realtà in nessun luogo, né nel passato storico né nel presente. Ciò è stato esposto di recente in modo così convincente da uno studioso peraltro assai favorevolmente disposto verso Marx, che non posso fare di meglio che citare semplicemente le parole di Werner Sombart.

«Mai e poi mai lo sviluppo si è compiuto nel modo indicato, né si compie così, il che pure dovrebbe verificarsi almeno in ogni ramo d'affari di nuova nascita. Se quella concezione fosse esatta, si dovrebbe evidentemente pensare l'avanzata del capitalismo storicamente in modo tale che esso abbia occupato dapprima la sfera con prevalenza di lavoro vivo, dunque di composizione del capitale inferiore alla media (piccolo c, grande v), e sia poi passato lentamente in altre sfere nella misura in cui, con il prevalere della produzione in quelle prime sfere, i prezzi erano scesi. In una sfera con prevalenza dei mezzi di produzione rispetto al lavoro vivo esso avrebbe naturalmente, agli inizi, fondandosi sul plusvalore prodotto individualmente, realizzato un profitto così esiguo che nulla lo avrebbe attratto a migrare in quella sfera. Ora invece la produzione capitalistica comincia storicamente a svilupparsi in parte proprio anche in rami di produzione di quest'ultima specie: industria mineraria ecc. Il capitale non avrebbe avuto alcun motivo di passare dalla sfera della circolazione, in cui si trovava benissimo, alla sfera della produzione, senza prospettiva di un «profitto consueto del paese» il quale – ciò deve pur essere considerato – esisteva prima di ogni produzione capitalistica nel profitto commerciale. Ma si può dimostrare l'erroneità di quell'assunto anche dall'altro lato: se nelle sfere con prevalenza di lavoro vivo, agli inizi della produzione capitalistica, si facessero profitti esorbitantemente alti, ciò presupporrebbe che il capitale, di colpo, occupasse come lavoratori salariati la cerchia di produttori finora indipendenti di cui si tratta, vale a dire diciamo alla metà del saggio di guadagno che essi prima percepivano, intascandosi completamente la differenza a fronte di prezzi delle merci dapprima corrispondenti ai valori. Il che, inoltre, sarebbe una rappresentazione del tutto irrealistica: la produzione capitalistica è cominciata con esistenze declassate in rami di produzione in parte del tutto nuovi, ed è certamente partita subito, nella fissazione dei prezzi, dall'esborso di capitale» (Werner Sombart).

«Ma come l'assunto di un aggancio empirico del saggio di profitto al saggio di plusvalore è falso storicamente, cioè per gli inizi del capitalismo, così lo è altrettanto e ancor più per le condizioni del modo di produzione capitalistico sviluppato. Che oggi si apra un'impresa con composizione del capitale tanto alta o tanto bassa: la fissazione dei prezzi dei suoi prodotti e il calcolo (e la realizzazione) del profitto avvengono esclusivamente sulla base dell'esborso di capitale».

«Se in ogni tempo, prima come ora, di fatto incessantemente capitali migrano da una sfera di produzione all'altra, ciò ha senza dubbio la sua causa principale nella disuguaglianza dei saggi di profitto. Ma questa disuguaglianza non deriva certo dalla composizione organica dei capitali, bensì da una qualche causa della concorrenza. I rami di produzione ancor oggi più floridi sono in parte proprio quelli con composizione del capitale assai alta, come miniere, fabbriche chimiche, birrifici, mulini a vapore ecc. Sono questi campi dai quali si siano ritirati capitali, dai quali siano emigrati, finché la produzione non si è ridotta corrispondentemente e i prezzi sono saliti?»6

Queste esposizioni offrirebbero materia per molte applicazioni rivolte contro la teoria marxiana. Per ora ne traggo una sola, che ha riferimento immediato all'argomento al quale la nostra indagine si è appena fermata: la legge del valore, la quale, come è ammesso, nell'economia nazionale sottoposta alla piena concorrenza deve cedere il proprio preteso dominio ai prezzi di produzione, non ha mai esercitato e non ha potuto esercitare un dominio reale neppure negli stati originari.

Abbiamo così visto fallire, l'una dopo l'altra, tre pretese che affermavano l'esistenza di certi ambiti di dominio riservati nei quali la legge del valore dovrebbe pervenire a immediata validità: l'applicazione della legge del valore alla somma di tutte le merci e di tutti i prezzi delle merci anziché ai loro rapporti di scambio individuali (primo argomento) si è rivelata addirittura un nonsenso concettuale; il movimento dei prezzi (secondo argomento) di fatto non obbedisce alla pretesa legge del valore, e altrettanto poco questa esercita un dominio reale negli stati «originari» (terzo argomento). Rimane ora ancora una sola possibilità: la legge del valore, che in nessun luogo si mostra in validità reale e immediata, esercita forse almeno un dominio indiretto, una sorta di sovranità suprema?

Marx non manca di affermare anche questo. È la materia del quarto argomento, alla cui considerazione dobbiamo ora rivolgerci.

QUARTO ARGOMENTO

Questo argomento viene da Marx spesso accennato in forma di slogan, ma, per quanto vedo, illustrato più precisamente in un solo passo. Esso va in sostanza nel senso che i «prezzi di produzione», dominanti l'effettiva formazione dei prezzi, stanno a loro volta sotto l'influsso della legge del valore, e che quest'ultima domina dunque, attraverso il mezzo dei prezzi di produzione, gli effettivi rapporti di scambio. I valori «stanno dietro i prezzi di produzione» e «li determinano in ultima istanza» (III. 188); i prezzi di produzione sono, come Marx spesso si esprime, soltanto «valori trasformati» o «forme trasformate del valore» (III. 142, 147, 152 e più volte). Il modo e la misura dell'influsso che la legge del valore esercita sui prezzi di produzione trovano però la loro esatta illustrazione in un passo alle pp. 158 e 159. «Il profitto medio, che determina il modo di produzione, deve sempre essere all'incirca eguale al quanto di plusvalore che spetta a un dato capitale come parte aliquota del capitale complessivo sociale. Poiché ora il valore complessivo delle merci regola il plusvalore complessivo, e questo l'altezza del profitto medio e quindi del saggio generale di profitto – come legge generale o come ciò che domina le oscillazioni –, così la legge del valore regola i prezzi di produzione».

Seguiamo passo per passo, esaminandolo, questo corso di pensiero. Il profitto medio, dice Marx all'inizio, determina i prezzi di produzione. Ciò è esatto nel senso della dottrina marxiana, ma non completo. Rendiamoci pienamente chiaro il rapporto.

Il prezzo di produzione di una merce si compone dapprima del «prezzo di costo» dei mezzi di produzione per l'imprenditore e del suo profitto medio sul capitale anticipato. Il prezzo di costo dei mezzi di produzione si compone a sua volta di due componenti: dell'esborso in capitale variabile, cioè dei salari immediatamente pagati, e dell'esborso per il capitale costante consumato o logorato, materie prime, macchine e simili. Come Marx inoltre del tutto giustamente illustra alle pp. 138 sg., 144 e 186, in una società in cui i valori si sono già trasformati in prezzi di produzione, anche il prezzo d'acquisto o di costo di questi mezzi materiali di produzione non corrisponde al loro valore, bensì alla somma degli esborsi che i produttori di questi mezzi di produzione hanno a loro volta destinato a salari e a mezzi ausiliari materiali, più il profitto medio su tali esborsi. Proseguendo ulteriormente questa analisi, si perviene, esattamente come per il natural price di Adam Smith, con il quale del resto Marx identifica anche espressamente il proprio prezzo di produzione (III. 178), infine alla risoluzione del prezzo di produzione in due componenti o determinanti: nella somma di tutti i salari pagati durante i diversi stadi della produzione, che insieme costituiscono il vero e proprio prezzo di costo della merce7, e nella somma di tutti i profitti calcolati su questi esborsi salariali pro rata temporis, e precisamente calcolati secondo il saggio medio di profitto.

È dunque effettivamente il profitto medio che si accumula nella produzione di una merce un fattore determinante del prezzo di produzione della merce in questione. Del secondo fattore determinante, la somma dei salari pagati, Marx non parla oltre in questo passo. Ma poiché egli, come si è ricordato, parla in un altro passo in modo del tutto generale del fatto che «i valori stanno dietro i prezzi di produzione» e che «la legge del valore li determina in ultima istanza», dobbiamo, per non lasciare alcuna lacuna, includere nella nostra indagine anche questo secondo fattore e vedere di conseguenza se e in quale grado si possa affermare di esso che è determinato dalla legge del valore.

È evidente che la somma dei salari pagati è un prodotto della quantità di lavoro impiegato moltiplicata per l'entità del saggio salariale. Poiché ora, secondo la legge del valore, i rapporti di scambio devono essere determinati esclusivamente dalla quantità di lavoro impiegato, e Marx ripetutamente, con la massima energia, nega all'entità del salario qualsiasi influsso sul valore delle merci,8 è altrettanto evidente che, delle due componenti del fattore «spesa salariale», solo una, la quantità di lavoro impiegato, armonizza con la legge del valore, mentre nella seconda componente, l'entità del salario, fa il suo ingresso, tra i fattori determinanti dei prezzi di produzione, un fattore determinante estraneo alla legge del valore.

La natura e la misura del modo di operare di questo elemento siano ancora illustrate, per tagliar corto a ogni malinteso, con un semplice esempio numerico.

Prendiamo tre merci A, B e C, che inizialmente rappresentano lo stesso prezzo di produzione di 100 marchi ciascuna, ma con una diversa composizione tipica dei componenti di costo. Supponiamo inoltre che il salario per una giornata sia inizialmente di 5 marchi, che il saggio del plusvalore o il grado di sfruttamento sia del 100 %, cosicché del valore complessivo delle merci di 300 marchi 150 marchi spettino ai salari e altri 150 marchi al plusvalore; che il capitale complessivo (applicato alle tre merci in proporzione diseguale) ammonti a 1500 marchi, e che i profitti medi siano dunque del 10 %. A questa ipotesi corrisponde la seguente rappresentazione tabellare:

Tabella 3

Merce Giornate di lavoro impiegate Salari di lavoro impiegati Capitale applicato Profitto medio spettante Prezzo di produzione
A 10 50 500 50 100
B 6 30 700 70 100
C 14 70 300 30 100
Somma 30 150 1500 150 300

Supponiamo ora un aumento del salario da 5 a 6 marchi. Tale aumento, restando per il resto immutate le circostanze, secondo Marx può andare solo a carico del plusvalore.9 Del prodotto complessivo rimasto invariato di 300 marchi spetteranno dunque - con una diminuzione del grado di sfruttamento - 180 marchi ai salari e solo 120 marchi al plusvalore, sicché il saggio del profitto medio per il capitale impiegato di 1500 marchi scende all'8 %. Gli spostamenti che ne derivano nella composizione dei componenti del capitale e nei prezzi di produzione sono mostrati dalla tabella seguente.

Tabella 4

Merce Giornate di lavoro impiegate Salari di lavoro impiegati Capitale applicato Profitto medio spettante Prezzo di produzione
A 10 60 500 40 100
B 6 36 700 56 92
C 14 84 300 24 108
Somma 30 180 1500 120 300

Risulta dunque che l'aumento dei salari, restando immutata la quantità di lavoro, ha provocato un sensibile spostamento dei prezzi di produzione e dei rapporti di scambio inizialmente uguali. Questo spostamento è in parte, ma evidentemente non interamente, da ricondurre alla contemporanea e necessaria variazione del saggio del profitto medio coinvolto dalla riduzione del profitto dovuta al salario. Certamente non interamente, dico, perché ad esempio il prezzo di produzione della merce C, nonostante la diminuzione dell'importo di profitto in essa contenuto, è aumentato, sicché questa variazione di prezzo non può certo essere stata provocata dalla sola variazione del profitto. Metto in rilievo questa cosa - del resto ovvia - solo per porre fuori di ogni dubbio che nell'entità del salario abbiamo a che fare con un fattore determinante del prezzo la cui efficacia non si esaurisce nell'influenzare l'entità del profitto, ma esercita anzi anche un proprio, diretto influsso, e che avevamo dunque effettivamente motivo di sottoporre a un esame autonomo l'anello dei fattori determinanti del prezzo che Marx, nel passo sopra citato, aveva saltato. Mi riservo per più tardi di riassumere i risultati conclusivi di questa considerazione. Seguiamo per ora, esaminando passo passo, l'esposizione che Marx dà del modo in cui il secondo fattore determinante dei prezzi di produzione, il profitto medio, dovrebbe essere regolato dalla legge del valore.

merci;10 il valore complessivo delle merci determina il plusvalore complessivo in esse contenuto; questo, ripartito sul capitale sociale complessivo, regola il saggio del profitto medio; questo, applicato al capitale impiegato nella produzione di una singola merce, dà il profitto medio concreto, che infine entra come elemento nel prezzo di produzione della merce in questione. In questo modo il fattore che sta all'inizio di questa serie, la «legge del valore», «regola» l'anello finale, i prezzi di produzione.

Accompagniamo questa catena logica con le nostre osservazioni.

Anzitutto colpisce e va constatato che Marx non afferma affatto un nesso tra il profitto medio che entra nel prezzo di produzione delle merci e il valore incorporato, in base alla legge del valore, in determinate singole merci. Al contrario, egli mette in rilievo con energia in numerosi passi che il quantum di plusvalore che entra nel prezzo di produzione di una merce è indipendente, anzi fondamentalmente diverso, dal «plusvalore realmente prodotto nella particolare sfera di produzione» (III. 146; analogamente III. 144 e spesso). Egli non collega quindi affatto l'influsso attribuito alla legge del valore alla funzione caratteristica della legge del valore, in virtù della quale questa norma i rapporti di scambio delle singole merci, ma soltanto a una presunta altra funzione, sul cui carattere altamente problematico ci siamo già formati in precedenza il nostro giudizio: cioè alla determinazione del valore complessivo di tutte le merci prese insieme. In questa applicazione, come ci siamo convinti, la legge del valore è semplicemente priva di contenuto. Se si riferisce, come pure fa Marx, il concetto e la legge del valore ai rapporti di scambio dei beni,11 non ha senso applicare il concetto e la legge a un tutto che come tale non può mai entrare in quei rapporti: per il non avvenuto scambio di questo tutto non esiste naturalmente né una misura né un fattore determinante, e quindi non può esistere neppure alcun contenuto per una «legge del valore». Ma se la legge del valore non ha affatto un influsso reale su un chimerico «valore complessivo di tutte le merci prese insieme», naturalmente un tale influsso non può neppure essere trasmesso oltre ad altri rapporti, e l'intera catena articolata, che Marx con esteriore e accurata logica si è sforzato di annodare oltre, resta perciò sospesa in aria.

Ma prescindiamo del tutto da questo primo difetto fondamentale, ed esaminiamo gli altri anelli della catena, indipendentemente da esso, quanto alla loro propria solidità. Supponiamo dunque che il valore complessivo delle merci sia davvero una grandezza reale e per giunta determinata dalla legge del valore: allora il secondo anello afferma che questo valore complessivo delle merci regola il plusvalore complessivo. È corretto?

Il plusvalore non rappresenta senza dubbio alcuna quota fissa o immutabile del prodotto nazionale complessivo, ma risulta dalla differenza tra il «valore complessivo» del prodotto nazionale e l'ammontare del salario pagato agli operai. Quel valore complessivo non regola dunque, in ogni caso, da solo la grandezza del plusvalore complessivo, ma può tutt'al più fornire un fattore determinante per la sua grandezza, accanto al quale interviene, come secondo, estraneo fattore determinante, l'entità del salario. Ma non obbedisce forse anche quest'ultima alla legge marxiana del valore?

Nel primo volume Marx lo aveva ancora affermato senza condizioni. «Il valore della forza-lavoro», scrive a p. 155, «come quello di ogni altra merce, è determinato dal tempo di lavoro necessario alla produzione, e quindi anche alla riproduzione, di questo articolo specifico». E nella pagina successiva prosegue, precisando meglio questa proposizione: «Per la sua conservazione l'individuo vivente ha bisogno di una certa somma di mezzi di sussistenza. Il tempo di lavoro necessario alla produzione della forza-lavoro si risolve quindi nel tempo di lavoro necessario alla produzione di questi mezzi di sussistenza, ovvero il valore della forza-lavoro è il valore dei mezzi di sussistenza necessari alla conservazione del suo possessore». Nel terzo volume Marx è però costretto a cedere notevolmente anche sul rigore di questa affermazione. A p. 186 del terzo volume egli richiama infatti, a pieno diritto, l'attenzione sulla possibilità che anche i mezzi di sussistenza necessari degli operai possano vendersi a prezzi di produzione che si discostano dal tempo di lavoro necessario. In questo caso, insegna Marx, anche la parte variabile del capitale (cioè i salari pagati) può «discostarsi dal suo valore». In altre parole: anche il salario può (del tutto a prescindere da semplici oscillazioni temporanee) discostarsi durevolmente da quel saggio che corrisponderebbe alla quantità di lavoro incorporata nei mezzi di sussistenza necessari, ossia alla rigorosa esigenza della legge del valore. Già nella determinazione del plusvalore complessivo prende dunque parte almeno un fattore determinante estraneo alla legge del valore.

Il fattore plusvalore complessivo così determinato «regola», secondo Marx, il saggio del profitto medio. Ma evidentemente, di nuovo, solo nel modo per cui il plusvalore complessivo fornisce l'uno dei fattori determinanti, mentre come secondo fattore determinante, del tutto indipendente da questo e anche dalla legge del valore, agisce la grandezza del capitale esistente nella società. Se, come nella tabella di cui sopra, con un plusvalore del 100 % il plusvalore complessivo è di 150 marchi, allora il saggio del profitto è del 10 %, se e perché il capitale complessivo impiegato in tutti i rami di produzione ammonta a 1.500 marchi; esso sarebbe evidentemente, restando del tutto invariato il plusvalore complessivo, solo del 5 %, se il capitale complessivo che vi partecipa ammontasse a 3.000 marchi, e di ben il 20 %, se il capitale complessivo ammontasse solo a 750 marchi. Entra dunque evidentemente di nuovo nella catena influenzante un fattore determinante del tutto estraneo alla legge del valore.

Il saggio del profitto medio, così dobbiamo concludere oltre, regola la grandezza del profitto medio concreto che si accumula nella produzione di una determinata merce. Ciò è ancora una volta corretto solo con la stessa restrizione degli anelli precedenti. Cioè la somma del profitto medio che si accumula presso una determinata merce è il prodotto di due fattori: grandezza del capitale anticipato moltiplicata per il saggio del profitto medio. La grandezza del capitale da anticipare nei diversi stadi si determina però a sua volta secondo due fattori: cioè secondo la quantità di lavoro da remunerare (un fattore che, per la verità, non è in disarmonia con la legge marxiana del valore), ma anche secondo l'entità del salario da corrispondere, e presso questo fattore entra in gioco, come ci siamo appena convinti, un fattore estraneo alla legge del valore.

Con l'anello successivo ritorniamo di nuovo all'inizio. Il profitto medio determinato secondo l'anello 4 dovrebbe regolare il prezzo di produzione della merce. Ciò è corretto, con la correzione premessa all'inizio, che il profitto medio è solo un fattore determinante del prezzo accanto alla spesa salariale, nella quale ultima, come ripetutamente esposto, un elemento estraneo alla legge marxiana del valore concorre a determinare.

Riassumiamo. Quale è stata la tesi da dimostrare che Marx ha intrapreso a corroborare? Essa suonava: «La legge del valore regola i prezzi di produzione», ovvero, secondo un'altra forma di espressione, «i valori determinano in ultima istanza i prezzi di produzione». Oppure, se inseriamo nella formula il contenuto del valore e della legge del valore, quale Marx lo aveva determinato nel primo volume, allora l'affermazione suona: i prezzi di produzione sono dominati «in ultima istanza» dalla proposizione che la quantità di lavoro è l'unica circostanza che sta alla base del rapporto di scambio delle merci.

E che cosa mostra la verifica dei singoli anelli della catena dimostrativa? Mostra che il prezzo di produzione si compone anzitutto di due componenti. La prima, la spesa salariale, è il prodotto di due fattori, di cui uno, la quantità di lavoro, è omogeneo alla sostanza del valore marxiano, mentre il secondo, il livello del salario, non lo è. Quanto alla seconda componente, la somma del profitto medio che si accumula, Marx stesso riuscì ad affermarne un nesso con la legge del valore soltanto mediante una violenta lussazione di questa legge, attribuendole un'efficacia in un ambito nel quale rapporti di scambio non esistono affatto. Ma anche prescindendo da ciò, il fattore «valore complessivo delle merci», che Marx vuole ancora derivare dalla legge del valore, doveva in ogni caso spartire la determinazione dell'anello successivo, il plusvalore complessivo, con un fattore già non più omogeneo alla legge del valore, il «livello del salario di lavoro»; il «plusvalore complessivo» doveva spartire con un elemento del tutto estraneo, la massa del capitale sociale, la determinazione del saggio del profitto medio; e questo, infine, doveva spartire con l'elemento in parte estraneo della spesa salariale la determinazione della somma di profitto che si accumula. Il fattore «valore complessivo di tutte le merci», accreditato con un titolo assai problematico alla legge del valore marxiana, concorre quindi a determinare il profitto medio e, più oltre, i prezzi di produzione, soltanto dopo una triplice diluizione omeopatica della sua influenza e, naturalmente, anche con una quota di partecipazione corrispondentemente esigua. Una descrizione sobria dello stato di fatto dovrebbe dunque suonare così: la quantità di lavoro, che secondo la legge del valore marxiana dovrebbe dominare pienamente ed esclusivamente i rapporti di scambio delle merci, si rivela in realtà come uno dei fattori determinanti dei prezzi di produzione accanto ad altri fattori determinanti. Essa ha un influsso forte e abbastanza immediato sulla prima componente dei prezzi di produzione, che consiste nella spesa salariale, e uno molto più remoto, più debole e per la maggior parte12 persino problematico sulla seconda componente, il profitto medio.

Mi chiedo ora: questo stato di fatto contiene una conferma o una confutazione della pretesa che, in ultima istanza, sia pur sempre la legge del valore a determinare i prezzi di produzione? - Credo che la risposta non possa essere dubbia neppure per un istante: la legge del valore pretende che la sola quantità di lavoro determini i rapporti di scambio; i fatti comportano che non siano la quantità di lavoro o i suoi fattori omogenei da soli a determinare i rapporti di scambio. Queste due proposizioni stanno l'una all'altra come il sì e il no, come l'affermazione e la contraddizione. Chi riconosce la seconda proposizione - e la teoria marxiana dei prezzi di produzione contiene questo riconoscimento - rinnega di fatto la prima. E se Marx ha realmente creduto di non aver contraddetto sé stesso e la sua prima proposizione, allora si è lasciato ingannare da una grossolana confusione. Egli non avrebbe allora visto che sono pur sempre due cose assai diverse: se un qualsiasi fattore chiamato in causa in una legge eserciti un qualche tipo di influsso in un qualche grado, oppure se la legge stessa eserciti il suo dominio.

In una cosa tanto palpabile l'esempio più banale sarà forse il migliore. Si discute dell'effetto dei cannoni sulle corazze delle navi, e qualcuno avanza l'affermazione che il grado dell'effetto distruttivo del colpo dipenda unica ed esclusivamente dall'entità della carica di polvere impiegata. Lo si chiama a renderne conto e gli si dimostra, alla mano dell'esperienza effettiva e con la sua stessa graduale ammissione, che per l'effetto del tiro contano non soltanto la quantità di polvere caricata, ma anche la sua forza, e inoltre la costruzione, la lunghezza e simili della canna del cannone, poi la forma e la durezza del proiettile, ancora la distanza dell'obiettivo e non da ultimo, infine, lo spessore e la solidità delle piastre di corazza. E ora, dopo che tutto ciò è stato gradualmente concesso, il nostro uomo direbbe di avere dunque pur ragione con la sua affermazione iniziale; poiché, come si è mostrato, il fattore quantità di polvere da lui chiamato in causa esercita pur sempre un influsso determinante sull'effetto del tiro, il che si dimostra fra l'altro dal fatto che, a parità di altre circostanze, con la forza della carica di polvere aumenta l'effetto del tiro e viceversa!

Non diversamente Marx. Egli dapprima perora con la massima enfasi immaginabile che ai rapporti di scambio della merce non possa stare a fondamento nient'altro che unica ed esclusivamente la quantità di lavoro; polemizza nel modo più acuto contro gli economisti che, oltre alla quantità di lavoro - il cui influsso sul valore di scambio dei beni riproducibili a piacere nessuno nega -, riconoscono ancora anche altri fattori determinanti del valore e del prezzo; sulla posizione esclusiva della quantità di lavoro come unico fattore determinante dei rapporti di scambio egli costruisce, per due volumi, le più importanti conseguenze teoriche e pratiche, la sua teoria del plusvalore e il suo anatema contro l'organizzazione sociale capitalistica - per poi sviluppare, nel terzo volume, una teoria dei prezzi di produzione che materialmente riconosce l'influsso anche di altri fattori determinanti. Ma invece di analizzare compiutamente questi altri fattori determinanti, egli pone sempre soltanto, con gesto trionfante, il dito su quei punti nei quali il suo idolo, la quantità di lavoro, esercita ancora ora, realmente o a suo avviso, un influsso: sul mutamento dei prezzi quando muta la quantità di lavoro, sull'influenza esercitata sul saggio del profitto medio dal «valore complessivo» e simili. Sull'influsso coordinato di fattori determinanti estranei, come pure sull'influenza esercitata sul saggio del profitto dall'entità del capitale sociale, sul mutamento dei prezzi dovuto al variare della composizione organica dei capitali o al variare del livello del salario, egli tace in questo contesto. Discussioni in cui riconosce questi influssi non mancano nella sua opera. L'influsso del livello del salario sui prezzi è esposto correttamente, per esempio, a p. 179 sgg., poi a 186; l'influsso dell'entità del capitale sociale sul livello del saggio del profitto medio a p. 145, 184, 191 sg., 197 sg., 203 e più spesso; l'influsso della composizione organica dei capitali sui prezzi di produzione a p. 142 sgg. Ma, in modo caratteristico, nei passi dedicati all'apologia della legge del valore Marx scivola senza una parola su questi influssi di altra natura, mette in risalto unilateralmente soltanto la quota della quantità di lavoro, per trarre dalla premessa giusta e da nessuno contestata, che cioè il fattore quantità di lavoro interviene in più punti come concausa nella formazione dei prezzi di produzione, la conclusione del tutto ingiustificata che pur sempre, «in ultima istanza», la legge del valore, la quale enuncia il dominio esclusivo del lavoro, determini i prezzi di produzione! Ciò significa sottrarsi all'ammissione della contraddizione, ma certo non evitare la contraddizione stessa!

Capitolo IV.

L'ERRORE NEL SISTEMA MARXIANO; LA SUA ORIGINE E LE SUE RAMIFICAZIONI

La dimostrazione che uno scrittore ha contraddetto sé stesso può essere una tappa necessaria, ma non deve mai essere il fine ultimo di una critica oggettiva e feconda. È solo un grado relativamente meschino della conoscenza critica sapere che in un sistema si annida un errore, il quale potrebbe in fondo, in linea di possibilità, essere anche soltanto un errore casuale e personale dell'autore. Un reale superamento di un sistema saldamente costruito non è possibile altrimenti che riuscendo a indicare con assoluta precisione il punto in cui l'errore è penetrato nel sistema, e le vie lungo le quali esso vi si è diffuso e ramificato. Si deve comprendere il punto di partenza, lo sviluppo e la catastrofe dell'errore, che culmina nell'autocontraddizione, altrettanto bene e, vorrei quasi dire, anche da avversari, con altrettanta partecipazione, quanto, all'inverso, ci si sforza di comprendere le connessioni di un sistema a cui ci si abbandona.

Circostanze del tutto peculiari e acutizzate hanno fatto sì che nel caso di Marx la questione dell'autocontraddizione abbia acquistato un'importanza assai maggiore di quella che le spetta di norma, e di conseguenza anche io ho dedicato a quella questione un ampio spazio. Ma proprio di fronte a un pensatore tanto rilevante e influente tanto meno ci è lecito sottrarci alla seconda parte del compito critico, a mio avviso, anche in questo caso, oggettivamente ancora più feconda e istruttiva.

Cominciamo con una domanda che ci conduce subito al punto principale: per quale via Marx è pervenuto alla proposizione fondamentale teorica della sua dottrina, alla proposizione secondo cui ogni valore riposa unica ed esclusivamente su quantità di lavoro incorporate?

Che questa proposizione non sia un assioma evidente di per sé e perciò affatto bisognoso di dimostrazione, è fuori di dubbio. Valore e fatica, come ho già esposto una volta in altro luogo, non sono affatto due concetti così connessi tra loro da dover essere immediatamente colti dall'intuizione che la fatica sia il fondamento del valore. «Che io mi sia affaticato attorno a una cosa è un fatto; che la cosa valga anche la fatica è un secondo fatto, diverso da quello, e che entrambi i fatti non vadano sempre di pari passo è confermato dall'esperienza in modo troppo sicuro perché in proposito possa essere possibile alcun dubbio. Ne dà testimonianza ciascuna delle innumerevoli fatiche infruttuose che ogni giorno, per imperizia tecnica o per speculazione fallita o semplicemente per sventura, vengono sprecate per un risultato senza valore. Ma non meno anche ciascuno dei numerosi casi in cui poca fatica è ricompensata con alto valore».²³

Se dunque ciò nonostante per un qualche ambito si afferma un accordo necessario e conforme a legge tra le due grandezze, si deve rendere conto a sé stessi e ai propri lettori di alcune ragioni capaci di sostenere una tale affermazione.

Marx adduce ora anche nel suo sistema una fondazione. Credo però di poter convincere che la via di fondazione imboccata era fin dall'origine innaturale, non corrispondente alla natura del problema; che inoltre la fondazione esposta nel sistema non era manifestamente quella mediante la quale Marx stesso pervenne alla sua convinzione, - ma che essa fu escogitata a posteriori come sostegno artificiosamente confezionato per un'opinione preconcetta attinta da altre impressioni; che infine - e questa è la cosa più decisiva - l'argomentazione è cosparsa di un cumulo dei più evidenti errori logici e metodologici, che la privano di ogni forza dimostrativa.

Guardiamo più da vicino.

La tesi fondamentale che Marx propone alla credenza dei suoi lettori è che il valore di scambio delle merci - poiché soltanto su questo, non sul valore d'uso, è rivolta la sua analisi - trovi fondamento e misura nelle quantità di lavoro incorporate nelle merci.

Ora, tanto i valori di scambio, ossia i prezzi delle merci, quanto le quantità di lavoro necessarie alla loro riproduzione sono grandezze esteriormente manifeste, che nel complesso sono abbastanza ben accessibili a un accertamento empirico. Per Marx, dunque, la cosa più ovvia sarebbe stata, per convincersi di una proposizione la cui esattezza o inesattezza deve imprimersi nei fatti dell'esperienza, di appellarsi all'esperienza, in altre parole: di intraprendere anche una prova puramente empirica per la sua tesi, accessibile a una prova puramente empirica. Ma questo Marx non lo fa. E non si può nemmeno dire che egli sia passato con noncuranza accanto a questa possibile e certo anche appropriata fonte di conoscenza e di prova. Bensì, come dimostrano le esposizioni del suo terzo volume, egli sa benissimo come siano fatti i fatti empirici e che essi sono contrari alla sua tesi. Egli sa che i prezzi delle merci si fissano non in proporzione alla quantità di lavoro incorporata, bensì ai costi di produzione complessivi, che comprendono ancora anche altri elementi. Egli ha perciò evitato la prova più naturale della sua tesi non certo per caso, bensì nella chiara consapevolezza che per questa via non si potesse conseguire un risultato favorevole alla sua tesi.

Esiste però anche un secondo procedimento di prova e di persuasione, parimenti del tutto naturale per tesi di questo genere, vale a dire quello psicologico. Si possono infatti indagare - con una mescolanza di induzione e deduzione assai consueta nella nostra scienza - i motivi che guidano gli uomini da un lato nel compimento degli scambi e nella determinazione dei prezzi di scambio, dall'altro nella loro partecipazione alla produzione; e dalla natura di questi motivi si possono trarre conclusioni circa un modo tipico di agire degli uomini, dove, fra l'altro, potrebbe concepibilmente risultare anche una connessione tra i prezzi regolarmente richiesti e accordati e la quantità di lavoro necessaria per la produzione delle merci. Questo metodo è stato applicato spesso e con il miglior successo proprio in questioni analoghe - su di esso poggiano, per esempio, la consueta fondazione della legge della domanda e dell'offerta, della legge dei costi di produzione, la spiegazione della rendita fondiaria ecc. - e anche Marx stesso se ne è servito, almeno in forma grezza, non di rado. Soltanto proprio nel caso della sua tesi fondamentale egli lo evita di nuovo. Benché evidentemente la connessione esteriore asserita tra valori di scambio e quantità di lavoro potrebbe trovare la sua piena comprensione solo attraverso lo svelamento degli anelli intermedi psicologici che concatenano l'una e gli altri, egli rinuncia all'esposizione di queste connessioni interne; anzi, dichiara perfino occasionalmente che "la più profonda analisi" delle "due forze motrici sociali" della "domanda e dell'offerta", che condurrebbe appunto a quella connessione interna, è "qui non opportuna" (III. 169), dove quel "qui" si riferisce bensì in primo luogo soltanto a un excursus sull'influenza della domanda e dell'offerta sulla formazione dei prezzi, ma di fatto e praticamente si estende, in quanto si tratti di un'analisi davvero "profonda" e accurata, all'intero sistema marxiano e in particolare anche alla fondazione del suo più importante pensiero fondamentale.

Anche qui, però, vi è di nuovo qualcosa di singolare da notare. Marx infatti non passa accanto neppure a questo secondo metodo di ricerca, possibile e naturale, con candida noncuranza. Egli lo evita anzi nuovamente di proposito e nella piena consapevolezza di quale risultato esso porterebbe e che questo non sarebbe favorevole alla sua tesi. Nel terzo volume egli chiama infatti realmente in causa, sotto il loro rozzo nome collettivo di "concorrenza", quegli impulsi operanti nella produzione e nello scambio alla cui "più profonda analisi" egli rinuncia qui e altrove, e sa ed espone che questi impulsi in realtà non conducono a un adeguamento dei prezzi alle quantità di lavoro incorporate nelle merci, ma al contrario li allontanano da questo metro e li sospingono verso un livello che corrisponde alla cooperazione di almeno un secondo fattore coordinato. È appunto la "concorrenza" che, secondo Marx, determina la formazione del celebre saggio medio del profitto e la "trasformazione" dei puri valori-lavoro in "prezzi di produzione" che da essi divergono e racchiudono una porzione di profitto medio.

Invece di fondare la sua tesi empiricamente sull'esperienza o psicologicamente sui motivi in essa operanti, Marx preferisce imboccare un terzo procedimento di prova, per una materia di questo genere certamente alquanto strano: la via di una prova puramente logica, di una deduzione dialettica a partire dall'essenza dello scambio.

Marx ha trovato già nell'antico Aristotele il pensiero che "lo scambio non può sussistere senza l'uguaglianza, l'uguaglianza però non senza la commensurabilità" (I. 35). A questo pensiero egli si riallaccia. Si rappresenta lo scambio di due merci sotto l'immagine di un'equazione, ne deduce che nelle due cose scambiate e con ciò equiparate deve esistere "un che di comune della medesima grandezza", e si propone di rintracciare questo elemento comune, al quale le cose equiparate, in quanto valori di scambio, devono essere "riducibili" (I. 11).

Vorrei osservare, per inciso, che già il primo presupposto, secondo cui nello scambio di due cose dovrebbe manifestarsi un'"uguaglianza" delle medesime, mi sembra concepito in modo assai poco moderno - il che in fondo non avrebbe poi grande importanza -, ma anche assai poco realistico o, per dirla in buon tedesco, scorretto. Là dove regnano uguaglianza ed esatto equilibrio non suole infatti subentrare alcun mutamento della posizione di quiete precedente. Se dunque, nel caso dello scambio, la faccenda si conclude con il fatto che le merci cambiano di proprietario, ciò è assai più un segno che era in gioco una qualche disuguaglianza o una preponderanza, dal cui prevalere è stato imposto il mutamento - esattamente come tra le parti costitutive di corpi composti avvicinati l'uno all'altro vengono contratti nuovi legami chimici, quando l'"affinità chimica" verso le parti costitutive del corpo estraneo avvicinato non è appunto egualmente forte, bensì più forte che verso le parti costitutive della composizione precedente. In effetti anche l'economia politica moderna è concorde nel ritenere inesatta l'antica concezione scolastico-teologica dell'"equivalenza" dei valori da scambiare. Ma non voglio dare a questo punto ulteriore peso e mi rivolgo all'esame critico di quelle operazioni logiche e metodiche mediante le quali Marx distilla, come l'"elemento comune" cercato, il lavoro.

Sono appunto queste operazioni quelle delle quali ho già accennato sopra che mi sembrano costituire il punto più vulnerabile della teoria marxiana. Esse presentano quasi altrettanti errori scientifici capitali quanti sono gli anelli del pensiero - e questi non sono affatto pochi -, e recano tracce palpabili del fatto di essere state escogitate e congegnate a posteriori, allo scopo di far emergere un'opinione preconcetta come apparente risultato naturale di un effettivo procedimento di ricerca.

Nella ricerca dell'"elemento comune" caratteristico del valore di scambio Marx adotta il seguente procedimento. Passa in rassegna le diverse proprietà che gli oggetti equiparati nello scambio in genere possiedono, elimina poi, secondo il metodo dell'esclusione, tutte quelle che non superano la prova, finché alla fine rimane ancora una sola proprietà. Questa - è la proprietà di essere prodotto del lavoro - deve allora essere la cercata proprietà comune.

Questo procedimento è alquanto strano, ma in sé non riprovevole. È certamente alquanto strano che, invece di mettere positivamente alla prova la presunta proprietà caratteristica - il che però avrebbe condotto a uno dei due metodi prima discussi, da Marx deliberatamente evitati -, ci si procuri la convinzione che proprio essa sia la proprietà cercata unicamente per la via negativa, secondo cui tutte le altre proprietà non lo sono, una però deve pur esserlo. Tuttavia questo metodo può condurre alla meta desiderata, se viene maneggiato con la necessaria cautela e completezza; cioè se si bada con scrupolosa diligenza a che tutto ciò che vi appartiene venga effettivamente immesso nel setaccio logico, e poi a non commettere alcuna svista presso nessuno dei singoli anelli che vengono esclusi nel corso della setacciatura.

Come procede invece Marx?

Egli immette fin da principio nel setaccio soltanto quelle cose dotate di valore di scambio che possiedono la proprietà che alla fine vuole setacciare fuori come la "comune", e lascia fuori tutte quelle di altra natura. Fa come chi desidera vivamente che dall'urna esca una pallina bianca e, cautamente, favorisce questo risultato non mettendo nell'urna altre palline che bianche. Egli limita infatti fin da principio l'ambito della sua indagine sulla sostanza del valore di scambio alle "merci", intendendo questo concetto, senza definirlo proprio accuratamente, in ogni caso in senso più ristretto di quello dei "beni" e restringendolo ai prodotti del lavoro in contrapposizione ai doni della natura. Ora è pur evidente: se realmente lo scambio significa un'equiparazione che presuppone l'esistenza di un "elemento comune di uguale grandezza", allora questo elemento comune deve pur essere cercato e trovato presso tutte le specie di beni che entrano nello scambio; non soltanto presso i prodotti del lavoro, ma anche presso i doni della natura, come il suolo e il terreno, il legname in piedi, le forze idriche, i giacimenti di carbone, le cave, i giacimenti di petrolio, le acque minerali, le miniere d'oro e simili.13 Escludere i beni dotati di valore di scambio che non sono prodotti del lavoro nella ricerca dell'elemento comune che sta a fondamento del valore di scambio è, in tali circostanze, un peccato mortale metodologico. Non è altro che se un fisico volesse indagare la ragione di una proprietà comune a tutti i corpi, per esempio la gravità, mediante una setacciatura delle proprietà di un singolo gruppo di corpi, per esempio dei corpi trasparenti, passando in rassegna tutte le proprietà comuni ai corpi trasparenti, dimostrando di tutte le altre loro proprietà che esse non possono essere la ragione della gravità, e in base a ciò proclamando infine che la trasparenza dovrebbe essere la causa della gravità!

L'esclusione dei doni della natura (che certamente non sarebbe venuta in mente al padre del pensiero dell'equiparazione nello scambio, Aristotele) si lascia giustificare tanto meno, in quanto alcuni doni della natura, come il suolo e il terreno, appartengono agli oggetti più importanti del patrimonio e del traffico economico, e in quanto non si può affatto sostenere che presso i doni della natura i valori di scambio si fissino sempre soltanto in modo del tutto casuale e arbitrario. Da un lato prezzi casuali ricorrono anche presso i prodotti del lavoro, e dall'altro i prezzi dei doni della natura presentano spesso le più chiare relazioni con punti di riferimento o motivi determinanti fissi. Che, per esempio, il prezzo d'acquisto dei fondi costituisca un multiplo della loro rendita commisurato al saggio d'interesse vigente nel paese, è altrettanto noto quanto è certo che il legname in piedi o il carbone nella miniera, con diversa qualità o in diverse giaciture aventi disuguali condizioni di trasporto, non ottiene un prezzo diverso per puro caso, e simili.

Marx si guarda bene anche dal rendere espresso conto del fatto che, e del perché, abbia escluso fin da principio dall'indagine una parte dei beni dotati di valore di scambio. Anche qui egli sa, come tanto spesso, scivolare sopra i punti delicati del suo ragionamento con un'abilità dialettica viscida come quella di un'anguilla. Egli evita anzitutto di richiamare l'attenzione del lettore sul fatto che il suo concetto di "merce" è più ristretto di quello del bene dotato di valore di scambio in generale. Per la successiva restrizione dell'indagine alle merci egli prepara assai abilmente un naturale punto di aggancio mediante la frase generale, apparentemente del tutto innocua, posta all'inizio del suo libro, secondo cui "la ricchezza delle società nelle quali domina il modo di produzione capitalistico si presenta come un'immane raccolta di merci". Questa proposizione è completamente falsa, se si intende l'espressione merce nel senso di prodotti del lavoro che Marx vi sottintende più tardi. Poiché i doni della natura, incluso il suolo e il terreno, costituiscono una parte assai considerevole e non minimamente indifferente della ricchezza nazionale. Ma il lettore non prevenuto sorvola facilmente su questa inesattezza, perché egli non sa che Marx attribuirà più tardi all'espressione merce un senso molto più ristretto.

Anche nel seguito ciò non viene ancora chiarito. Al contrario, nei primi capoversi del primo capitolo si parla alternativamente della "cosa", del "valore d'uso", del "bene" e della "merce", senza che tra quest'ultima e i primi venga tracciata una netta distinzione. "L'utilità di una cosa" — si legge a p. 10 — "ne fa un valore d'uso". "Il corpo della merce ... è un valore d'uso o bene". A p. 11 leggiamo: "Il valore di scambio appare ... come il rapporto quantitativo ..., in cui valori d'uso di una specie si scambiano contro valori d'uso di un'altra specie". Si badi bene: qui come campo del fenomeno del valore di scambio viene addirittura ancora indicato il valore d'uso = bene. E con la frase: "Consideriamo la cosa più da vicino", che di certo non è atta ad annunciare un passaggio a un altro e più ristretto ambito d'indagine, Marx prosegue: "Una singola merce, per esempio un quarter di frumento, si scambia nelle più diverse proporzioni con altri articoli". E "Prendiamo inoltre due merci" ecc. Nello stesso capoverso ricompare addirittura ancora una volta l'espressione "cose", e proprio nella formulazione importante per il problema, secondo cui "un che di comune della stessa grandezza esiste in due cose diverse" (che vengono appunto poste eguali l'una all'altra nello scambio). Alla pagina seguente, 12, Marx conduce però la ricerca del "comune" soltanto per il "valore di scambio delle merci", senza far notare con una sola parola che con ciò egli intende aver ristretto il campo d'indagine a una parte delle cose dotate di valore di scambio.14 E subito alla pagina successiva, p. 13, la restrizione viene di nuovo abbandonata e il risultato appena ottenuto per l'ambito più ristretto delle merci viene applicato alla cerchia più ampia dei valori d'uso dei beni. "Un valore d'uso o bene ha dunque un valore soltanto perché in esso è oggettivato o materializzato lavoro umano astratto!"

Se Marx, nel punto decisivo, non avesse ristretto l'indagine ai prodotti del lavoro, ma avesse cercato il comune anche presso le risorse naturali dotate di valore di scambio, sarebbe stato palese che il lavoro non può essere il comune. Se egli avesse compiuto quella restrizione in modo esplicito e manifesto, allora egli stesso e i suoi lettori sarebbero immancabilmente inciampati nel grossolano errore metodico, avrebbero dovuto sorridere del ingenuo artificio mediante il quale la proprietà di essere prodotto del lavoro viene felicemente distillata come proprietà comune di una cerchia, dopo che si sono prima espressamente escluse dalla medesima tutte le cose dotate di valore di scambio che per natura vi apparterrebbero parimenti, ma che non sono prodotti del lavoro. L'artificio poteva farsi soltanto così come Marx l'ha fatto, inavvertitamente, con una dialettica che scivola in fretta e con leggerezza sul punto delicato. Esprimendo la mia sincera ammirazione per l'abilità con cui Marx ha saputo presentare in modo accettabile un procedimento tanto difettoso, non posso naturalmente che constatare che il procedimento era del tutto difettoso.

Ma proseguiamo nell'esame. Con l'artificio appena descritto Marx aveva pur sempre ottenuto soltanto che il lavoro potesse in generale entrare in concorrenza. Mediante l'artificiosa restrizione della cerchia esso era in primo luogo divenuto una proprietà "comune" a questa ristretta cerchia. Ma accanto ad esso potevano pur sempre entrare in questione, come comuni, anche altre proprietà. In che modo vengono ora estromessi questi altri concorrenti?

Ciò avviene mediante due ulteriori anelli del ragionamento, di cui ciascuno contiene solo poche parole, ma in esse uno dei più gravi errori logici.

Nel primo anello Marx esclude tutte le "proprietà geometriche, fisiche, chimiche o altre proprietà naturali delle merci". Poiché "le loro proprietà corporee vengono in considerazione solo in quanto esse stesse le rendono utilizzabili, dunque in valori d'uso. D'altra parte, però, il rapporto di scambio delle merci è palesemente caratterizzato dall'astrazione dai loro valori d'uso". Poiché "all'interno di esso (del rapporto di scambio) un valore d'uso vale esattamente quanto ogni altro, purché sia presente in proporzione adeguata" (I. 12).

"Che cosa avrebbe detto Marx della seguente argomentazione? In un teatro d'opera tre eccellenti cantanti, un tenore, un basso e un baritono, hanno ciascuno uno stipendio di 20.000 f1. Ci si domanda: qual è la circostanza comune per la quale essi vengono posti l'uno eguale all'altro nello stipendio? e io rispondo: nella questione dello stipendio una buona voce vale esattamente quanto ogni altra, una buona voce di tenore quanto una buona voce di basso o una buona voce di baritono, purché sia comunque presente in proporzione adeguata. Di conseguenza si astrae "palesemente", nella questione dello stipendio, dalla buona voce, di conseguenza la buona voce non può essere la causa comune dell'alto stipendio. — Che questa argomentazione sia falsa, è chiaro. Ma altrettanto chiaro è anche che la conclusione marxiana, sulla quale essa è esattamente ricalcata, non è di un capello più corretta. Entrambe soffrono dello stesso errore. Esse confondono l'astrazione da una circostanza in generale con l'astrazione dalle particolari modalità sotto le quali questa circostanza si presenta. Ciò che nel nostro esempio è indifferente per la questione dello stipendio è evidentemente soltanto la particolare modalità sotto la quale la buona voce appare, se come tenore, come basso, come voce di baritono, ma non certo la buona voce in generale. E parimenti, per il rapporto di scambio delle merci si astrae bensì dalla particolare modalità sotto la quale può apparire il valore d'uso delle merci, se la merce serva all'alimentazione, all'abitazione, al vestiario ecc., ma non certo dal valore d'uso in generale. Che non si astragga senz'altro da quest'ultimo, Marx avrebbe già potuto desumerlo dal fatto che nessun valore di scambio può esistere là dove non sia presente un valore d'uso, un fatto che Marx stesso è ripetutamente costretto ad ammettere." (Böhm-Bawerk)15

Ma ancora peggio è messo l'anello successivo del corso della dimostrazione. "Se si prescinde dal valore d'uso dei corpi delle merci" — prosegue Marx testualmente — "ad essi rimane ancora soltanto una proprietà, quella di essere prodotti del lavoro". Davvero? domando oggi, così come ho domandato 12 anni fa: soltanto ancora una proprietà? Ai beni dotati di valore di scambio non rimane forse comune, per esempio, anche la proprietà di essere rari in rapporto al fabbisogno? Oppure di essere oggetto di domanda e di offerta? Oppure di essere appropriati? Oppure di essere "prodotti della natura"? Poiché che essi siano tanto prodotti della natura quanto prodotti del lavoro nessuno lo dice più chiaramente di Marx stesso, quando una volta dichiara: "I corpi delle merci sono combinazioni di due elementi, materia naturale e lavoro". Oppure non è forse comune ai valori di scambio anche la proprietà di cagionare costi ai loro produttori — una proprietà di cui Marx nel terzo volume si ricorda così esattamente?

Perché dunque, domando anche oggi di nuovo, il principio del valore non dovrebbe risiedere altrettanto bene in una qualsiasi di queste proprietà comuni, invece che nella proprietà di essere prodotto del lavoro? Poiché a favore di quest'ultima Marx non ha addotto nemmeno la traccia di una ragione positiva; la sua unica ragione è quella negativa, che il valore d'uso felicemente eliminato per astrazione non è il principio del valore di scambio. Ma questa ragione negativa non spetta forse in misura esattamente eguale a tutte le altre proprietà comuni trascurate da Marx?

Anzi, di più! Alla stessa p. 12, sulla quale Marx ha eliminato per astrazione l'influsso del valore d'uso sul valore di scambio con la motivazione che un valore d'uso vale tanto quanto ogni altro, purché sia presente in proporzione adeguata, egli ci racconta dei prodotti del lavoro quanto segue:

"Tuttavia anche il prodotto del lavoro ci si è già trasformato fra le mani. Se astraiamo dal suo valore d'uso, astraiamo anche dalle componenti corporee e dalle forme che ne fanno un valore d'uso. Esso non è più tavolo o casa o filo o qualche altra cosa utile. Tutte le sue proprietà sensibili sono cancellate. Esso non è più nemmeno il prodotto del lavoro del falegname o del lavoro edile o del lavoro di filatura o di qualche altro determinato lavoro produttivo. Con il carattere utile dei prodotti del lavoro scompare il carattere utile dei lavori in essi rappresentati, scompaiono dunque anche le diverse forme concrete di questi lavori; essi non si distinguono più, bensì sono tutti insieme ridotti a eguale lavoro umano, lavoro umano astratto."

Si può dire più chiaramente ed espressamente che per il rapporto di scambio non soltanto un valore d'uso, ma anche una specie di lavoro e di prodotti del lavoro "vale esattamente quanto ogni altra, purché sia presente in proporzione adeguata"? Che, in altre parole, esattamente lo stesso stato di fatto, in base al quale Marx ha appena pronunciato il suo verdetto di esclusione contro il valore d'uso, sussiste anche riguardo al lavoro? Lavoro e valore d'uso hanno un lato qualitativo e uno quantitativo. Tanto quanto il valore d'uso è qualitativamente diverso come tavolo, casa o filo, altrettanto lo è il lavoro come lavoro del falegname, lavoro edile o lavoro di filatura. E tanto quanto si può confrontare il lavoro di specie diversa secondo la sua quantità, esattamente così si possono confrontare valori d'uso di specie diversa secondo la grandezza del valore d'uso. È assolutamente impossibile da scoprire perché l'identico stato di fatto debba condurre per l'uno dei concorrenti all'esclusione, per l'altro all'incoronazione con il prezzo! Se Marx avesse per caso invertito l'ordine dell'indagine, avrebbe potuto, con esattamente lo stesso apparato di conclusioni con cui ha escluso il valore d'uso, escludere il lavoro e poi di nuovo, con lo stesso apparato di conclusioni con cui ha incoronato il lavoro, proclamare il valore d'uso come l'unica proprietà comune rimasta e dunque cercata, e dichiarare il valore una "gelatina di valore d'uso". Credo che si possa affermare non per scherzo, bensì con piena serietà, che nei due capoversi della p. 12, nel primo dei quali si elimina per astrazione l'influsso del valore d'uso e nel secondo si dimostra il lavoro come il comune cercato, i soggetti si lascerebbero scambiare reciprocamente senza alcun mutamento nell'esteriore correttezza logica; che nella struttura immutata delle proposizioni del primo capoverso si potrebbero inserire, al posto del valore d'uso, ovunque il lavoro e i prodotti del lavoro, e nella struttura del secondo, al posto del lavoro, ovunque il valore d'uso!

Tale è la logica e la metodica con cui Marx introduce nel suo sistema il suo principio fondamentale del lavoro come unico fondamento del valore. Ritengo del tutto escluso che questo hocus-pocus dialettico sia stato per Marx stesso fondamento e fonte della convinzione. Un pensatore del rango di Marx — e io lo stimo per una forza di pensiero di primissimo rango — se per lui si fosse trattato di formare anzitutto la propria convinzione e di cercare davvero il reale nesso delle cose con sguardo libero e imparziale, non avrebbe potuto in alcun modo cercare fin dall'inizio per una via tanto contorta e contraria alla natura, non avrebbe potuto in alcun modo, per mera infelice casualità, cadere uno dopo l'altro in tutti gli errori logici e metodici descritti e riportare a casa, come risultato naturale, non previsto e non voluto in anticipo, di un simile cammino di ricerca, la tesi del lavoro come unica fonte del valore.

Credo che il reale stato di fatto fosse diverso. Non dubito affatto che Marx fosse davvero e onestamente convinto della sua tesi. Ma le ragioni della sua convinzione non sono quelle che egli ha scritto nel sistema. Erano probabilmente, in fondo, più impressioni che ragioni.

Soprattutto le impressioni dell'autorità. Smith e Ricardo, le grandi autorità, avevano infatti insegnato, come almeno allora si credeva, la stessa tesi. Tuttavia non l'avevano fondata più di quanto facesse Marx, ma l'avevano soltanto postulata a partire da certe impressioni generali e vaghe. Al contrario, là dove guardavano da vicino, e per àmbiti in cui un'osservazione più precisa non si poteva evitare, l'hanno espressamente contraddetta. Per l'economia empirica sviluppata Smith ha insegnato, proprio come Marx nel suo terzo volume, il gravitare dei valori e dei prezzi verso un livello di costi che, oltre al lavoro, racchiude anche un guadagno medio del capitale, e Ricardo, nella celebre sezione IV del capitolo «On value», ha parimenti esposto con ogni chiarezza ed espressamente che, accanto al lavoro immediato e mediato, anche l'entità e la durata dell'investimento di capitale esercitano un'influenza determinante sul valore dei beni. Per poter inseguire, senza visibile contraddizione, il prediletto pensiero filosofico del lavoro come «vera» fonte del valore, dovettero rifugiarsi con esso nel paese e nel tempo della favola, dove non esistevano ancora né capitalisti né proprietari fondiari. Qui esso poteva essere affermato senza essere confutato, perché incontrollato. Non controllato dall'esperienza, che per ciò non esiste, e non controllato dall'analisi scientifico-psicologica, perché – proprio come Marx – essi evitarono una tale analisi: non fondavano, postulavano come stato «naturale» un idillio del valore-lavoro.16

In tali stati d'animo e concezioni, che attraverso l'autorità di Smith e Ricardo avevano acquisito un prestigio enorme, benché certo non incontestato, Marx subentrò come erede. E come socialista ardente vi credette volentieri. Nessuna meraviglia che egli, di fronte a un pensiero così perfettamente atto a sostenere la sua concezione economica del mondo, non si mostrasse più scettico di un Ricardo, al quale pure quel pensiero doveva andare profondamente contro corrente. Nessuna meraviglia neppure che egli non si lasciasse indurre dalle dichiarazioni contraddittorie dei classici a dubbi critici contro la tesi del valore-lavoro, ma le interpretasse soltanto come tentativi dei classici di sottrarsi per una via traversa alle sgradite conseguenze di una verità scomoda. In breve, nessuna meraviglia che, sulla base dello stesso materiale che aveva indotto i classici alle loro dichiarazioni unilaterali, per metà vaghe, per metà contraddette e per nulla fondate, egli per parte sua credesse alle medesime tesi, ma fortemente, incondizionatamente e con ardente convinzione. Per sé non aveva bisogno di ulteriori ragioni. Solo per il suo sistema aveva bisogno di una fondazione formale.

Che in questa egli non potesse semplicemente appoggiarsi ai classici si comprende, poiché questi infatti non avevano fondato nulla. Sappiamo anche che egli non poteva né appellarsi all'esperienza né tentare una fondazione economico-psicologica, poiché queste vie l'avrebbero manifestamente condotto all'esatto contrario della sua tesi da dimostrare. Si rivolse dunque alla speculazione logico-dialettica, del resto consona al suo orientamento intellettuale. E qui valse il motto: aiuti ciò che può aiutare! Egli sapeva ciò che voleva e doveva far uscire, e così rigirò e avvitò i pazienti concetti e le premesse con ammirevole raffinatezza tanto a lungo, finché il risultato già noto in anticipo ne uscì realmente in forma conclusiva esteriormente rispettabile. Forse che egli ne fosse così accecato dalle sue convinzioni da non percepire affatto le mostruosità logiche e metodiche che vi dovevano necessariamente intervenire; forse che le percepisse, ma le giustificasse a se stesso come meri aiuti formali, per procurare anche a una verità nella sua più profonda convinzione fondata nel merito la veste sistematica che le spettava: su questo io non posso, e oggi probabilmente nessuno più può, giudicare. Ciò che però vorrei affermare è che forse mai altrimenti una mente così potente nel pensiero come fu Marx ha esibito una logica così gravemente, così continuamente e così palpabilmente falsa come fa Marx nella fondazione sistematica della sua tesi fondamentale.

Questa tesi falsa egli la intesse ora nel suo sistema. Con un'ammirevole abilità tattica, che si rivela di nuovo brillantemente già nei suoi passi successivi. Benché infatti egli abbia derivato la sua tesi, evitando accuratamente la prova dell'esperienza, unicamente «dal profondo dell'animo», il pensiero di mettere alla prova il risultato di questa speculazione aprioristica con l'esperienza non si lascia tuttavia del tutto respingere. Se Marx stesso non lo avesse fatto, lo avrebbero presumibilmente fatto i suoi lettori di propria iniziativa. Come agisce dunque Marx?

Egli divide. In un punto l'incongruenza della sua tesi con l'esperienza è flagrante. Questo punto egli stesso lo affronta, prendendo il toro per le corna. Egli infatti, in conseguenza del suo principio fondamentale, aveva insegnato che il valore delle diverse merci sta in rapporto come il tempo di lavoro necessario alla loro produzione (I. 14). Ora è evidente anche per l'osservatore frettoloso che questa tesi non regge di fronte a certi fatti, che per esempio il prodotto giornaliero di uno scultore, di un ebanista d'arte, di un liutaio, di un costruttore di macchine ecc. ha certamente un valore non uguale, bensì assai più alto, del prodotto giornaliero di un comune artigiano o operaio di fabbrica, benché in entrambi sia «incorporato» altrettanto tempo di lavoro. Marx porta ora egli stesso questi fatti al discorso con una magistrale svolta dialettica. Ne prende atto in un tono come se essi non contenessero un conflitto con il suo principio fondamentale, ma soltanto una lieve variante di esso, che si mantiene ancora entro la regola e richiede solo una certa delucidazione o determinazione più precisa di quest'ultima. Egli dichiara infatti di voler intendere come lavoro nel senso del suo teorema il «dispendio di forza-lavoro semplice», «che in media ogni uomo comune, senza particolare sviluppo, possiede nel suo organismo corporeo»; in altre parole, «lavoro semplice medio» (I. 19), similmente già (I. 13). «Il lavoro più complicato» – egli prosegue poi – «vale solo come lavoro semplice potenziato, o piuttosto moltiplicato, sicché un quantum minore di lavoro complicato è uguale a un quantum maggiore di lavoro semplice. Che questa riduzione avvenga costantemente lo mostra l'esperienza. Una merce può essere il prodotto del lavoro più complicato: il suo valore la pone uguale al prodotto di lavoro semplice e rappresenta quindi essa stessa solo un determinato quantum di lavoro semplice. Le diverse proporzioni, in cui diverse specie di lavoro sono ridotte al lavoro semplice come loro unità di misura, vengono fissate da un processo sociale alle spalle dei produttori e appaiono perciò loro date dalla consuetudine».

Per un lettore che corre rapidamente questa spiegazione può davvero suonare del tutto plausibile. Se però si osserva soltanto un po' a sangue freddo e con sobrietà, l'impressione si rovescia nel suo contrario.

Il fatto con cui abbiamo a che fare è che il prodotto di una giornata o di un'ora di lavoro qualificato ha un valore maggiore del prodotto di una giornata o di un'ora di lavoro semplice, che per esempio il prodotto giornaliero di uno scultore equivale nel valore a cinque prodotti giornalieri di uno spaccapietre. Ora Marx ha insegnato che le cose poste uguali fra loro nello scambio devono contenere «qualcosa di comune della stessa grandezza», e questo comune dovrebbe essere un lavoro e un tempo di lavoro. Lavoro in generale? Ciò lasciavano supporre le prime, generali esposizioni di Marx fino a p. 13, ma ciò evidentemente non sarebbe esatto: poiché cinque giornate di lavoro non sono certo «la stessa grandezza» di una giornata di lavoro. Perciò Marx ora non dice più lavoro senz'altro, bensì «lavoro semplice»: il comune dovrebbe dunque essere il contenuto di altrettanto lavoro di specie determinata, cioè di lavoro semplice.

Ma ciò, osservato a sangue freddo, è ancora meno esatto, poiché nel prodotto dello scultore non è affatto incorporato alcun «lavoro semplice», tanto meno un lavoro semplice di uguale quantità di quello contenuto in cinque prodotti giornalieri di uno spaccapietre. La sobria verità è che i due prodotti incorporano specie diverse di lavoro in quantità diversa, e questo è pure, come ogni persona spregiudicata ammetterà, l'esatto contrario dello stato di fatto che Marx esige e deve affermare: che cioè essi incorporino lavoro della stessa specie in uguale quantità!

Certo Marx dice: il lavoro complicato «vale» come lavoro semplice moltiplicato, ma «valere» non è «essere», e la teoria mira all'essenza delle cose. Naturalmente gli uomini possono, sotto un qualche riguardo, considerare uguali una giornata di lavoro di scultore a cinque giornate di lavoro di spaccapietre, così come possono per esempio considerare uguale anche un capriolo a cinque lepri. Ma tanto poco un tale considerare-uguale autorizzerebbe lo statistico ad affermare con scientifica serietà, a proposito di una riserva di caccia in cui si trovano 100 caprioli e 500 lepri, che vi siano dentro 1000 lepri, altrettanto poco lo statistico dei prezzi o il teorico del valore è autorizzato ad affermare seriamente che nel prodotto giornaliero dello scultore siano incorporate cinque giornate di lavoro semplice e che questo sia il reale motivo per cui esso, nello scambio, viene posto uguale a cinque prodotti giornalieri dello spaccapietre. Quanto tutto si possa dimostrare, quando ci si permette, là dove l'«essere» ci lascia in asso, di aiutarsi con il «valere» e con il «far valere», cercherò di illustrarlo un istante più tardi con un esempio direttamente adattato al problema del valore. Prima però devo ancora inserire un'altra considerazione.

Marx fa infatti, nel passo citato, un tentativo di giustificare la sua manovra con la «riduzione» del lavoro complicato a lavoro semplice, e precisamente mediante l'esperienza. «Che questa riduzione avvenga costantemente lo mostra l'esperienza. Una merce può essere il prodotto del lavoro più complicato: il suo valore la pone uguale al prodotto di lavoro semplice e rappresenta quindi essa stessa solo un determinato quantum di lavoro semplice».

Bene. Lasciamo per ora che ciò valga, e osserviamo solo un po' più da vicino in quale modo e attraverso quali fattori debba essere determinata la misura di riduzione per questa riduzione empirica invocata da Marx. Qui ci imbattiamo nella percezione molto naturale, ma per la teoria marxiana molto compromettente, che la misura di riduzione non è determinata da nient'altro che dagli stessi rapporti di scambio effettivi. Non è determinato né determinabile a priori, a partire da una qualche proprietà inerente ai lavori qualificati, in quale rapporto essi debbano essere convertiti in lavoro semplice nella formazione del valore dei loro prodotti, ma non decide nient'altro che l'esito effettivo, gli effettivi rapporti di scambio. Marx stesso lo dice: «il suo valore la pone uguale al prodotto di lavoro semplice», ed egli rinvia a «un processo sociale» attraverso il quale «alle spalle dei produttori vengono fissate le diverse proporzioni in cui diverse specie di lavoro sono ridotte al lavoro semplice come loro unità di misura», e che queste proporzioni appaiono perciò «date dalla consuetudine».

Che cosa significa, in queste circostanze, il richiamo al "valore" e al "processo sociale" come fattori determinanti della scala di riduzione? — Significa, prescindendo da tutto il resto, il puro e nudo circolo nella spiegazione. Oggetto della spiegazione dovrebbero infatti essere i rapporti di scambio delle merci, ad esempio anche il perché una statuetta, che è costata un giorno di lavoro di scultore, si scambi con un carico di pietrame che è costato cinque giorni di lavoro di spaccapietre, e non forse contro una quantità maggiore o minore di pietrame che costa dieci oppure soltanto tre giorni di lavoro. Che cosa ci dice Marx a spiegazione? Il rapporto di scambio è questo e non un altro, perché il giorno di lavoro di scultore va appunto ridotto a cinque giorni di lavoro semplice. E perché va ridotto proprio a cinque giorni? Perché l'esperienza mostra che esso viene così ridotto da un processo sociale. E quale è questo processo sociale? Lo stesso che si deve spiegare: lo stesso per cui appunto il prodotto di un giorno di lavoro di scultore viene equiparato nel valore al prodotto di cinque giorni di lavoro comune. Se di fatto esso venisse regolarmente scambiato contro il prodotto di soli tre giornate di lavoro semplice, Marx ci indurrebbe ugualmente a riconoscere la scala di riduzione di 1 : 3 come quella conforme all'esperienza, e a fondare su di essa la spiegazione che e perché una statuetta deve essere scambiata proprio contro il prodotto di tre giornate di lavoro di uno spaccapietre, né più né meno! In breve, è chiaro che per questa via non apprendiamo assolutamente nulla sulla vera causa per cui i prodotti di diverse specie di lavoro si scambiano gli uni con gli altri in questo o quel rapporto; essi si scambiano così, ci dice Marx, sia pure con parole un po' diverse, perché secondo l'esperienza si scambiano così!

Annoto ancora di passaggio che gli epigoni di Marx, forse nella consapevolezza del circolo or ora descritto, hanno tentato di porre la riduzione del lavoro complicato a lavoro semplice su un'altra base, reale. "Non è una finzione, bensì un fatto" — dice Grabski²⁸ — "che un'ora di lavoro complicato ne contiene in sé parecchie di lavoro semplice". Infatti si deve, "per restare conseguenti, tenere conto anche di quel lavoro che è stato impiegato per l'acquisizione dell'abilità artistica". Credo che non occorrano molte parole per rendere evidente la totale insufficienza anche di questa spiegazione. Contro il fatto che al lavoro di esercizio si aggiunga la quota di lavoro di apprendimento che proporzionalmente vi compete, non voglio sollevare alcuna obiezione. Ma evidentemente si potrebbero spiegare le differenze nella validità del lavoro complicato rispetto a quello semplice a partire da tale aggiunta soltanto se la grandezza di quest'ultima corrispondesse alla grandezza di quella differenza. Ad esempio, nel nostro caso supposto, in un'ora di lavoro di scultore in atto starebbero realmente cinque ore di lavoro semplice soltanto se per ogni ora di esercizio toccassero quattro ore di apprendimento, oppure, riconvertito in unità maggiori, se dei 50 anni di vita che uno scultore dedica al suo mestiere apprendendo ed esercitando, egli dovesse apprendere per 40 anni per poter esercitare per 10 anni. Che un simile rapporto, o anche solo uno pressappoco analogo, abbia luogo nella realtà, nessuno vorrà però affermare. Mi distacco perciò dall'evidentemente insufficiente ipotesi d'imbarazzo dell'epigono e torno di nuovo alla dottrina del maestro stesso, per illustrare la natura e la portata dei suoi errori ancora con un esempio nel quale, come credo, il modo erroneo di concludere di Marx viene in luce nel modo più evidente.

Con esattamente lo stesso tipo di argomentazione si potrebbe infatti affermare e sostenere anche la tesi che il principio e la misura del valore di scambio risiedano nel contenuto materiale delle merci, che le merci si scambino nel rapporto della quantità di materia in esse incorporata. Dieci chili di materia in una data forma di merce si scambiano in ogni momento contro dieci chili di materia in un'altra forma di merce. Se contro questa affermazione si obietta naturalmente che essa è pur evidentemente falsa, poiché ad esempio 10 chili d'oro non si scambiano contro 10, bensì contro 40.000 chili di ferro oppure contro un numero ancora maggiore di chili di carbone, allora replichiamo sul modello di Marx: per la formazione del valore ciò che conta è il contenuto di materia media comune. Questa funge da unità di misura. Materie qualificate, fini, preziose "valgono soltanto come materia semplice potenziata o piuttosto moltiplicata, sicché una quantità minore di materia qualificata è uguale a una quantità maggiore di materia semplice. Che questa riduzione avvenga di continuo, lo mostra l'esperienza. Una merce può essere costituita dalla materia più squisita — il suo valore la equipara alle merci formate di materia comune e perciò essa stessa rappresenta soltanto una determinata quantità di materia comune". Un "processo sociale", la cui effettiva esistenza non può certo essere messa in dubbio, riduce di continuo ad esempio la libbra di oro grezzo a 40.000, la libbra di argento grezzo a 1.500 libbre di ferro grezzo. La lavorazione dell'oro, ad esempio per mano di un comune orefice oppure per la mano di un grande artista, produce ulteriori sfumature nella qualificazione della materia, alle quali la pratica rende giustizia, in base all'esperienza, mediante particolari scale di riduzione. Se perciò una libbra di lingotti d'oro si scambia contro lingotti di ferro di 40.000 libbre, o se una coppa d'oro foggiata da Benvenuto Cellini si scambia, a parità di peso, contro 4.000.000 di libbre di ferro, ciò non è una violazione, bensì una conferma della tesi che le merci si scambiano nel rapporto della "materia media" da esse rappresentata!

Credo che il lettore spregiudicato riconoscerà senza difficoltà in queste argomentazioni i due ingredienti della ricetta marxiana: la sostituzione del "valere" al "essere" e il circolo esplicativo che consiste nel desumere la scala di riduzione proprio da quei rapporti di scambio di fatto esistenti nella società, che hanno appunto bisogno di spiegazione!

Così Marx si è sbarazzato della più stridente contraddizione dei fatti contro la sua teoria — sul piano dialettico, indiscutibilmente, con grande abilità; nella sostanza stessa, naturalmente, come non poteva essere altrimenti, in modo del tutto insufficiente.

Accanto a ciò vi sono però ancora altre incongruenze, di grado meno appariscente, con l'esperienza effettiva, vale a dire quelle che derivano dalla partecipazione dell'investimento di capitale alla determinazione dei prezzi effettivi dei beni, le medesime che, come notato sopra, Ricardo discute nella IV sezione del Capitolo "On value". Di fronte a queste incongruenze Marx imbocca una direzione diversa. Verso di esse chiude per il momento del tutto gli occhi. Le ignora per due volumi interi. Fa come se non esistessero, in quanto le astrae per via di presupposizione durante l'intero primo e secondo volume. Durante tutta l'ulteriore esposizione della sua teoria del valore, come pure nello sviluppo della sua teoria del plusvalore, egli muove infatti sempre dalla "premessa", in parte tacitamente mantenuta, in parte espressamente enunciata, che le merci si scambino realmente ai loro valori, cioè esattamente nel rapporto del lavoro in esse incorporato.17

Egli collega anche questa astrazione per via di presupposizione di nuovo con una mossa dialettica straordinariamente abile. Esistono infatti certe deviazioni di fatto dalla regola teorica, dalle quali un teorico può realmente astrarre: sono le fluttuazioni casuali e transitorie dei prezzi di mercato attorno al loro livello durevole regolare. Marx non manca ora, in occasioni di tal genere in cui dichiara di voler astrarre dalle deviazioni dei prezzi dai valori, di indirizzare l'attenzione dei lettori su tali "circostanze casuali" dalle quali si dovrebbe "prescindere", come sulle "costanti oscillazioni dei prezzi di mercato", il cui "salire e scendere si compensa", e che "si riducono esse stesse al prezzo medio come loro regola interna".18 Con un simile rinvio egli si guadagna l'approvazione dei lettori per la sua astrazione; che però, così facendo, egli astragga non soltanto da fluttuazioni casuali, bensì anche da "deviazioni" del tutto stabili, durevoli, tipiche, la cui esistenza costituisce addirittura una parte integrante della regola stessa da spiegare, ciò resta nascosto al lettore che non guardi con la massima precisione, ed egli scivola, ignaro, oltre il peccato mortale metodologico dell'autore.

Poiché è un peccato mortale metodologico, in un'indagine scientifica, ignorare proprio ciò che si deve spiegare. Ora, la teoria marxiana del plusvalore non mira ad altro che a una spiegazione, condotta nel suo senso, del profitto del capitale. Ma il profitto del capitale risiede proprio in quelle costanti deviazioni dei prezzi delle merci dall'ammontare dei loro meri costi di lavoro. Se perciò si ignorano queste "deviazioni", si ignora addirittura la parte principale di ciò che si deve spiegare. Io ho rimproverato la medesima svista metodologica, 12 anni fa, tanto a Rodbertus, che se ne era reso colpevole nello stesso modo, quanto a Marx stesso.³¹ Mi sia permesso ripetere le parole conclusive della mia critica di allora:

„Essi (i seguaci della teoria dello sfruttamento) affermano la legge secondo cui il valore di tutte le merci poggia sul tempo di lavoro in esse incorporato, per attaccare, nell'istante successivo, tutte le formazioni di valore che con questa „legge“ non armonizzano, ad esempio le differenze di valore che spettano al capitalista come plusvalore, come „illegittime“, „innaturali“, „ingiuste“, e per raccomandarne l'estirpazione. Dapprima dunque essi ignorano l'eccezione, per poter proclamare la loro legge del valore come generale. E dopo aver così carpito la validità generale di essa, tornano di nuovo a porre l'attenzione sulle eccezioni, per bollarle come trasgressioni della legge. Questo modo di concludere non è davvero migliore di quando si percepisce che vi sono molti uomini sciocchi, si ignora che vi sono anche uomini saggi, si perviene per questa via alla „legge universalmente valida“ che „tutti gli uomini sono sciocchi“, e poi si esige l'estirpazione dei saggi esistenti „contro la legge“!“ (Böhm-Bawerk)³²

Per la sua esposizione Marx guadagnò certo, mediante la sua manovra di astrazione, un grande vantaggio tattico. Egli ha escluso „per via di presupposizione“ la realtà perturbante dal suo sistema e perciò, finché può mantenere questa esclusione, non entra in alcun conflitto con essa. Ciò vale per la parte restante, di gran lunga la maggiore, del primo volume, per tutto il secondo e anche per il primo quarto del terzo volume. In questo corso intermedio del sistema marxiano la corrente dei suoi sviluppi e concatenamenti logici scorre con una compattezza e una coerenza interna davvero imponenti. Qui Marx può fare buona logica, perché per via di „presupposizione“ ha previamente messo i fatti in accordo con le sue idee e può perciò rimanere fedele a queste senza urtare contro quelli, e dove a Marx è consentito fare buona logica, là egli sa anche farla, e per giunta in modo magistrale. Queste parti intermedie del sistema, per quanto falso possa essere il punto di partenza del medesimo, fisseranno per sempre, grazie alla loro straordinaria coerenza interna, la gloria del loro autore come forza di pensiero di prim'ordine. E — cosa che come effetto collaterale ha sicuramente giovato non poco all'influenza pratica del sistema marxiano — durante questo lungo corso intermedio, nella coerenza interna sostanzialmente davvero irreprensibile, i lettori che hanno una volta felicemente superato il tumultuoso inizio guadagnano tempo per immedesimarsi nel mondo concettuale marxiano e per acquistare fiducia in quei percorsi di idee che ora scaturiscono davvero così graziosamente l'uno dall'altro e si compongono così bene ordinati in un tutto. Sono dunque lettori consolidati nella fiducia quelli ai quali Marx si rivolge con quelle dure pretese che nel terzo volume è infine costretto ad avanzare.

Poiché, per quanto Marx lo rimandi, una volta egli deve aprire gli occhi sui fatti della vita reale. Egli deve finalmente ammettere dinanzi ai suoi lettori che le merci, nella vita effettiva, e per giunta regolarmente e necessariamente, si scambiano non nel rapporto del tempo di lavoro in esse incorporato, bensì in parte al di sotto, in parte al di sopra di questo rapporto, a seconda che il capitale investito richieda un ammontare minore o maggiore di profitto medio; in breve, che accanto al tempo di lavoro anche l'investimento di capitale costituisce un fattore determinante coordinato del rapporto di scambio delle merci. Di qui sorgono per Marx due dure incombenze. Egli deve in primo luogo tentare di giustificarsi dinanzi ai suoi lettori per aver dapprima, e così a lungo, insegnato che il lavoro costituisce l'unico fattore determinante dei rapporti di scambio; e deve in secondo luogo — il che fu forse l'incombenza ancor più dura — fornire ai suoi lettori, per i fatti ostili alla sua teoria, anche una spiegazione teorica, che evidentemente non poteva risolversi senza resto nella sua teoria del valore-lavoro, ma che d'altra parte non doveva nemmeno contraddirla.

Che in queste dimostrazioni non si potesse più procedere con una logica buona e diritta è comprensibile. Assistiamo ora alla controparte del confuso inizio del sistema. Là Marx, per dedurre un teorema che per via diretta non poteva ricavarsi dai fatti, aveva dovuto fare violenza in parte a questi, in parte e soprattutto alla logica, e mettere in conto alcuni dei più incredibili errori di pensiero. Ora la situazione si ripete. Ora con i teoremi che per due volumi avevano tenuto il campo da soli e quindi indisturbati, si scontrano di nuovo i fatti, i quali naturalmente si conciliano con essi altrettanto poco che all'inizio. Eppure l'armonia del sistema deve essere mantenuta. Ciò non può avvenire altrimenti che, di nuovo, a spese della logica. Assistiamo perciò nel sistema marxiano allo spettacolo a prima vista sorprendente, ma in realtà del tutto naturale nelle condizioni descritte, che la parte di gran lunga preponderante per estensione del sistema rappresenta un capolavoro di logica rigorosa e compatta, degno della forza di pensiero del suo autore, ma nel quale, in due punti — purtroppo proprio quelli decisivi — sono inserite parti di una conduzione del pensiero incredibilmente debole e trascurata: la prima volta proprio all'inizio, dove la teoria si separò per la prima volta dai fatti, e la seconda volta dopo il primo quarto del terzo volume, dove i fatti vengono di nuovo portati nel campo visivo dei lettori; è principalmente il decimo capitolo del terzo libro (pp. 151-179) che qui viene in considerazione.

Una parte di quel contenuto l'abbiamo già imparata a conoscere e a giudicare; si tratta dell'autodifesa di Marx contro l'accusa di contraddizione fra la legge dei prezzi di produzione e la "legge del valore".19 Resta ora ancora da gettare uno sguardo sul secondo compito del capitolo indicato, sulla spiegazione teorica con cui Marx introduce nel suo sistema la teoria dei prezzi di produzione, che tiene conto dei rapporti effettivi.20 Questa considerazione ci conduce ancora a uno dei punti più istruttivi e più caratteristici per il sistema marxiano: alla posizione della "concorrenza" nel suo sistema.

La "concorrenza" è, come ho già accennato una volta più sopra, una sorta di nome collettivo per tutti gli impulsi e i motivi psichici da cui le parti del mercato si lasciano guidare nel loro comportamento, e che in questo modo acquistano influenza sulla formazione dei prezzi. Chi è disposto all'acquisto ha i suoi motivi, che persegue nell'acquisto, e da cui scaturisce per lui una certa norma per l'altezza del prezzo che è disposto a offrire inizialmente o, nel caso estremo, al massimo. E parimenti il venditore e il produttore hanno certi motivi che li determinano a cedere la loro merce a certi prezzi e non ad altri, a continuare o persino ad ampliare la loro produzione a una determinata altezza del prezzo, ma a sospenderla a un'altra altezza. Nella concorrenza dei compratori e dei venditori tutti questi impulsi e moventi determinanti si incontrano ora gli uni con gli altri, e chi si richiama alla concorrenza per spiegare una formazione dei prezzi si richiama in fondo, sotto un nome collettivo, al gioco e all'effetto di tutti quei motivi e impulsi psichici che erano guida presso entrambe le parti del mercato.

Marx ora si sforza in generale di assegnare alla concorrenza e alle forze che in essa agiscono una posizione il più possibile subordinata nel suo sistema. Egli passa oltre, oppure cerca almeno di ridurre il modo e la misura della loro influenza dove e come può. Ciò si mostra in varie occasioni in maniera drastica.

Anzitutto già nella deduzione della sua legge del valore-lavoro. Ogni persona spregiudicata sa e vede che quell'influenza che la quantità di lavoro impiegata esercita in generale sulla forma durevole dei prezzi dei beni — questa influenza non è certo di natura così esclusiva come afferma la legge marxiana del valore — è mediata soltanto dal gioco di domanda e offerta, ossia dalla concorrenza. In scambi isolati o in un monopolio possono emergere prezzi che (anche prescindendo dalle pretese del capitale investito) stanno fuori di ogni proporzione con il tempo di lavoro incorporato. Naturalmente anche Marx lo sa. Ma anzitutto, nella deduzione della sua legge del valore, non porta il discorso su questo. Se lo facesse, non si potrebbe certo respingere l'ulteriore questione e indagine in che modo e attraverso quali anelli intermedi, fra tutti i motivi e fattori che diventano operanti sotto la bandiera della concorrenza, debba spettare proprio al tempo di lavoro l'unica influenza decisiva sull'altezza del prezzo. E la completa analisi di quei motivi, qui inevitabile, avrebbe infallibilmente messo in primo piano il valore d'uso delle merci molto più fortemente di quanto potesse convenire a Marx, avrebbe mostrato alcune cose sotto un'altra luce e infine alcune cose in generale, alle quali Marx non voleva concedere alcuna validità nel suo sistema.

Perciò egli, in quell'occasione in cui una fondazione sistematicamente completa della sua legge del valore gli avrebbe imposto come dovere l'esposizione del ruolo mediatore della concorrenza, scivola anzitutto del tutto in silenzio oltre questo punto. Più tardi se ne ricorda bensì, ma, per luogo e modo della menzione, non come di un anello importante nel sistema teorico, bensì in osservazioni fugaci e occasionali, che riportano il fatto con poche parole, come qualcosa che più o meno si intende da sé, e senza affannarsi con una fondazione più profonda.

  • che lo scambio delle merci non è solamente "casuale od occasionale";
  • che le merci "da entrambe le parti vengono prodotte in quantità proporzionate che corrispondono approssimativamente al bisogno reciproco, ciò che è portato con sé dalla reciproca esperienza dello smercio, e ciò che così cresce come risultato dallo scambio continuato stesso", e che "nessun monopolio naturale o artificiale metta una delle parti contraenti in condizione di vendere al di sopra del valore, o la costringa a cedere al di sotto di esso".

Dunque una vivace concorrenza reciproca, che è anche già durata abbastanza a lungo da adeguare la produzione allo smercio constatato per esperienza, ossia al bisogno dei compratori, è ciò che Marx richiede qui come condizione affinché la sua legge del valore possa in generale entrare in efficacia. Dobbiamo tenere bene a mente questo passo.

Una fondazione più precisa non vi viene aggiunta. Al contrario, poco dopo, e precisamente proprio nel mezzo di quelle esposizioni in cui Marx parla ancora relativamente nel modo più diffuso della concorrenza, dei suoi due "lati", la domanda e l'offerta, e del loro rapporto con la formazione dei prezzi, egli respinge espressamente un'"analisi più profonda di queste due forze motrici sociali" come "qui non adatta"!21

Ma c'è di più! Per abbassare ancora ulteriormente il significato di domanda e offerta per il sistema teorico, e probabilmente anche per giustificare la sua trascuratezza teorica di questi fattori, Marx ha escogitato una propria, singolare teoria che egli, dopo averla già sfiorata prima in cenni occasionali, sviluppa alle pp. 169 e 170 del terzo volume. Egli parte dal fatto che, quando uno dei due fattori prevale sull'altro, p. es. la domanda sull'offerta, o viceversa, si formano prezzi di mercato irregolari, che deviano dal "valore di mercato" che costituisce il "centro di oscillazione" per questi prezzi di mercato; che invece, se le merci debbono vendersi a questo loro valore di mercato normale, domanda e offerta devono esattamente coincidere. E a ciò annoda la seguente singolare argomentazione: "Quando domanda e offerta si coprono, cessano di agire. Quando due forze agiscono ugualmente in direzione opposta, si annullano a vicenda, non agiscono affatto verso l'esterno, e i fenomeni che si producono sotto questa condizione devono essere spiegati altrimenti che per l'intervento di queste due forze. Quando domanda e offerta si annullano reciprocamente, cessano di spiegare alcunché, non agiscono sul valore di mercato e ci lasciano ancor più al buio sul perché il valore di mercato si esprima proprio in questa somma di denaro e in nessun'altra". Dal rapporto di domanda e offerta si possono dunque bensì spiegare le "deviazioni dal valore di mercato", prodotte dal prevalere di una forza sull'altra, ma non l'altezza del valore di mercato stesso.

Che questa strana teoria si adatti bene al sistema di Marx è evidente. Se per l'altezza dei prezzi durevoli dal rapporto di domanda e offerta non c'è assolutamente nulla da spiegare, allora era anche del tutto in regola che Marx, nella sua fondazione, non si curasse oltre di questi fattori irrilevanti e introducesse senza ulteriori giri nel sistema quel fattore che, secondo la sua opinione, esercita da solo un'influenza reale sull'altezza del valore, vale a dire il lavoro.

Ma è, come io credo, non meno evidente che quella strana teoria è completamente falsa. La sua argomentazione poggia, come tanto spesso in Marx, su un gioco di parole.

È del tutto giusto che nella vendita di una merce al suo valore di mercato normale, in un certo senso, domanda e offerta debbano coincidere: cioè che a questo prezzo se ne richieda effettivamente tanta quanta se ne offra della merce. Ma ciò vale non soltanto nella vendita al valore di mercato normale, bensì in ogni prezzo di mercato, anche deviante e irregolare. Inoltre è a tutti, e anche a Marx, ben noto che domanda e offerta sono grandezze elastiche. Oltre alla domanda e all'offerta che giungono di fatto allo scambio, vi è sempre anche una domanda e un'offerta "escluse"; una quantità di persone che parimenti richiedono la merce per il loro bisogno, ma che non vogliono o non possono offrire il prezzo offerto dai loro concorrenti più forti, e una quantità di persone che sarebbero parimenti disposte a fornire la merce richiesta, ma soltanto a prezzi più alti di quelli che entrano in questione sul mercato attuale. Ora, la parola che domanda e offerta "si coprono" non vale affatto dell'intera domanda e offerta, bensì soltanto della parte riuscita. Ma è infine anche cosa nota che la meccanica del mercato trova il suo compito proprio nella selezione della parte riuscita dalla domanda complessiva e dall'offerta complessiva, e che il mezzo più importante di questa selezione è la formazione dei prezzi. Non si possono comprare più merci di quante se ne vendano. Da entrambi i lati possono dunque giungere a conclusione solo altrettanti aspiranti (ovvero aspiranti per altrettante merci). La selezione di questo numero uguale avviene ora per il fatto che il prezzo viene spostato automaticamente a un'altezza per la quale gli eccedenti su entrambi i lati sono esclusi, così che il prezzo è insieme troppo alto per gli eccedenti disposti all'acquisto e troppo basso per gli eccedenti disposti alla vendita. Alla determinazione di questa altezza del prezzo prendono ora parte non soltanto i rapporti degli aspiranti che giungono a conclusione, ma anche quelli degli aspiranti esclusi,22 ed è già per questo falso concludere, dall'uguaglianza della parte di domanda e offerta che giunge a conclusione, a un totale annullamento dell'effetto che procede in generale da domanda e offerta.

Ma ciò è falso anche per un altro motivo. Ammettiamo pure che con la formazione dei prezzi abbia a che fare solo la parte riuscita di domanda e offerta che si trova in equilibrio quantitativo: allora è un'assunzione del tutto erronea e antiscientifica che forze che si tengono esattamente in equilibrio "cessino" perciò "di agire". Al contrario, il loro effetto è appunto lo stato di equilibrio raggiunto, e quando si tratta di spiegare questo stato di equilibrio con tutte le sue particolarità, fra le quali appartiene in modo eminente l'altezza del livello in cui l'equilibrio è stato trovato, ciò non può avvenire, come crede Marx, soltanto "altrimenti che per l'intervento delle due forze", bensì può al contrario avvenire soltanto per l'intervento delle forze che si tengono in equilibrio. Tali proposizioni astratte possono del resto essere rese evidenti nel modo più convincente con un esempio pratico.

Facciamo salire un pallone aerostatico. Tutti sanno che il pallone sale allora e perché è riempito di un gas che è più leggero dell'aria atmosferica. Ma non sale all'infinito, bensì soltanto fino a una certa altezza, alla quale poi permane sospeso, finché altri influssi, come la fuoriuscita del gas ecc., non modificano la situazione. Come si regola dunque, e da quali fattori è determinata, questa altezza di salita? Anche questo è del tutto chiaro e trasparente. La densità dell'aria atmosferica diminuisce verso l'alto. Il pallone sale soltanto finché la densità dello strato d'aria che lo circonda è ancora maggiore della sua propria densità, e cessa di salire quando la propria densità e la densità dello strato d'aria circostante si tengono esattamente in equilibrio. Il pallone aerostatico salirà dunque tanto più in alto quanto minore è la densità del suo gas di riempimento, e quanto più in alto si trova lo strato d'aria in cui l'aria atmosferica presenta lo stesso grado di densità. In queste circostanze è evidente che la spiegazione dell'altezza di salita non può essere ottenuta in alcun altro modo che richiamandosi ai reciproci rapporti di densità del pallone da una parte e dell'aria atmosferica dall'altra.

Come si presenterebbe però la cosa secondo il giro di idee marxiano? Raggiunta l'altezza di salita, le due forze, densità del pallone e densità dell'aria circostante, si tengono esattamente in equilibrio. Esse «cessano perciò di agire», «cessano di spiegare alcunché», esse «non agiscono sull'altezza di salita», e se dunque vogliamo spiegare quest'ultima, dobbiamo spiegarla «in altro modo che non per l'intervento di queste due forze»! Sì, ma per quale altro mezzo, allora?!

Oppure, quando una bilancia decimale, nel pesare un corpo, indica 50 chili, come può essere spiegata questa posizione della bilancia? Non per mezzo del rapporto tra il peso del corpo da pesare da una parte e il peso che serve a pesarlo dall'altra, poiché queste due forze, alla posizione in questione della bilancia, si tengono esattamente in equilibrio, cessano perciò di agire, e dal loro rapporto non può essere spiegato nulla, e neppure la posizione della bilancia!

Credo che l'errore sia abbastanza evidente, come non meno anche che lo stesso tipo di errore sta a fondamento delle esposizioni in cui Marx ragiona via l'influsso della domanda e dell'offerta sull'altezza dei prezzi durevoli. Del resto, perché non sorga alcun malinteso: non è affatto mia opinione che il richiamo alla formula della domanda e dell'offerta contenga già una spiegazione completa e soddisfacente dei prezzi durevoli. Al contrario, la mia opinione, espressa altrove spesso e in modo approfondito, è che si debbano analizzare con esattezza gli elementi che con quella parola d'ordine vengono designati solo in modo grossolanamente riassuntivo, accertare con precisione natura e misura del loro reciproco influsso, e in questo modo pervenire anche alla conoscenza di quegli elementi cui spetta uno speciale influsso proprio sulla posizione durevole dei prezzi. Ma per questa spiegazione più profonda l'influsso del rapporto tra domanda e offerta sulla formazione dei prezzi, ragionato via da Marx, è un anello intermedio indispensabile: essa non corre accanto a esso, ma vi passa attraverso in mezzo.

Riprendiamo il nostro filo. Abbiamo visto da vari segni quanto Marx si sforzi di far passare in secondo piano, nel suo sistema, l'influsso della domanda e dell'offerta. Ora gli si presenta, in quella singolare svolta che il suo sistema compie dopo il primo quarto del terzo volume, il compito di spiegare perché i prezzi durevoli delle merci gravitino non secondo la quantità di lavoro incorporata, bensì secondo i «prezzi di produzione» che da quella divergono.

Come la forza che porta a compimento ciò, egli indica - la concorrenza. La concorrenza eguaglia i saggi di profitto, originariamente diversi per i diversi rami di produzione a seconda della diversa composizione organica dei capitali, in un saggio generale di profitto medio, 57^{57}57 e in connessione con ciò i prezzi devono, a lungo andare, gravitare secondo i prezzi di produzione che rendono un medesimo profitto medio.

Stabiliamo rapidamente alcuni punti che sono importanti per la valutazione di questa spiegazione.

È in primo luogo chiaro che il richiamo alla concorrenza non significa, quanto al contenuto, nulla di diverso dal richiamo all'efficacia della domanda e dell'offerta. In quel passo, da noi già una volta riportato sopra, in cui Marx descrive nel modo più conciso il processo dell'eguagliamento del saggio di profitto attraverso la concorrenza dei capitali (III, 175 sg.), egli fa anche compiere questo processo del tutto espressamente da «un tale rapporto dell'offerta alla domanda, che il profitto medio diventi lo stesso nelle diverse sfere di produzione, e perciò i valori si trasformino in prezzi di produzione».

In secondo luogo è certo che in questo processo non si tratta di semplici oscillazioni intorno al centro di gravità corrispondente alla teoria del valore dei primi due volumi, cioè intorno al tempo di lavoro incorporato, bensì dello spostamento definitivo dei prezzi su un altro, durevole centro di gravità, cioè il prezzo di produzione.

E ora si accalca domanda su domanda.

Se secondo Marx il rapporto tra domanda e offerta non può esercitare alcun influsso sull'altezza del prezzo durevole, come può la «concorrenza», che è identica proprio a questo rapporto, essere la forza che sposta l'altezza dei prezzi durevoli dal livello dei «valori» a quello, da esso così ampiamente divergente, dei prezzi di produzione?

In questa invocazione forzata e contraria alla teoria della concorrenza quale deus ex machina, che spinge i prezzi durevoli dal centro di gravità conforme alla teoria della quantità di lavoro incorporata su un altro centro di gravità, non si fa forse strada piuttosto, involontariamente, l'ammissione che le «forze motrici sociali» che governano la vita reale racchiudono in sé e fanno valere taluni fondamenti determinanti elementari dei rapporti di scambio che non si lasciano ridurre a tempo di lavoro, e che dunque l'analisi della teoria originaria, la quale distillò nient'altro che il tempo di lavoro come ciò che sta a fondamento dei rapporti di scambio, era incompleta, non corrispondente ai fatti?

E inoltre: Marx ci ha detto egli stesso, e ci siamo bene impresso questo passo,23 che le merci si scambiano solo allora approssimativamente secondo i loro valori, quando esiste una vivace concorrenza; egli ha dunque invocato allora la concorrenza come un fattore che ha la tendenza a spingere i prezzi delle merci verso i loro «valori». E ora apprendiamo a conoscere la concorrenza come una forza che, al contrario, spinge i prezzi delle merci via dai loro «valori» e verso i prezzi di produzione! Esiste per queste affermazioni, che per giunta si trovano in uno e medesimo capitolo, il decimo capitolo del terzo volume presumibilmente destinato a una fatale celebrità, una conciliazione? E se Marx avesse forse inteso trovare la conciliazione nel fatto che l'una proposizione vale per gli stati primitivi, l'altra per la società moderna sviluppata – non dobbiamo allora obiettargli – che nel primo capitolo della sua opera ha introdotto la sua teoria del valore-lavoro non a partire dai rapporti di una robinsonata, bensì da quelli di società, «nelle quali domina il modo di produzione capitalistico» e la cui «ricchezza appare come un'immensa raccolta di merci»? E non pretende egli forse, in tutta la sua opera, che noi scorgiamo e giudichiamo i rapporti delle nostre società moderne alla luce della sua teoria del lavoro? Ma se domandiamo dove, secondo le sue stesse affermazioni, si debba cercare nella società moderna l'ambito di validità della sua legge del valore, cerchiamo del tutto invano. Poiché o non esiste concorrenza: allora le merci non si scambiano affatto secondo i loro valori, stando a Marx II, 156 sg.; oppure agisce la concorrenza: allora esse, a maggior ragione, non si scambiano secondo i loro valori, bensì secondo i loro prezzi di produzione, stando a Marx III, 176!

Così si accumula nell'ominoso decimo capitolo contraddizione su contraddizione. Non voglio prolungare ulteriormente l'indagine già così a lungo distesa enumerando anche tutte le minori contraddizioni e imprecisioni di cui questo capitolo brulica. Credo che chiunque legga questo capitolo con imparzialità avrà la sensazione che esso sia, per così dire, degenerato dal proprio tipo. Invece del modo di esprimersi rigoroso, pregnante, cauto, invece della logica ferrea a cui siamo abituati dalle parti più brillanti dell'opera marxiana, troviamo qui incertezza ed essere saltellante non soltanto nell'argomentazione, ma persino nell'uso dei termini tecnici. Quanto è sorprendente, per esempio, la concezione costantemente mutevole di domanda e offerta, che ora vengono considerate del tutto correttamente come grandezze elastiche con differenze di intensità, ora invece, secondo il peggior modello di una «economia volgare» da tempo superata, come semplici quantità; oppure quanto è insoddisfacente e poco conseguente l'esposizione di quali fattori sia governato il valore di mercato, quando le diverse partite della massa di merci che giungono sul mercato sono prodotte in condizioni di produzione disuguali e simili!

La causa di questo fenomeno non può essere trovata soltanto nel fatto che questo capitolo sia stato scritto dal Marx ormai invecchiato, poiché anche in parti più tarde si trova più di un'esposizione scritta in modo splendido. E inoltre quell'ominoso capitolo, al cui contenuto già nel primo volume erano disseminate oscure allusioni,³⁹ deve essere stato concepito già per tempo. Bensì Marx scrive qui in modo confuso e oscillante perché non gli era lecito scrivere in modo chiaro e netto senza incorrere in aperta contraddizione e ritrattazione. Se egli qui, dove prese le mosse dai reali rapporti di scambio osservabili nella vita effettiva, vi avesse fatto luce con la stessa serietà e la stessa accuratezza con cui per due volumi inseguì la sua ipotesi del valore-lavoro fin nelle sue estreme conseguenze logiche; se qui avesse dato alla parola d'ordine della «concorrenza» un contenuto scientifico mediante un'accurata analisi economico-psicologica delle «forze motrici sociali» che pervengono a efficacia sotto quel nome collettivo, se qui non avesse avuto requie né riposo finché un qualche anello intermedio non fosse chiarito, una qualche conseguenza non fosse seguita fino in fondo, oppure una qualche relazione apparisse oscura o contraddittoria – e quasi ogni parola del suo attuale decimo capitolo sollecita a una tale più profonda indagine o chiarificazione – allora egli sarebbe stato sospinto passo per passo all'edificazione di un sistema del tutto diverso quanto al contenuto, e l'aperta contraddizione e ritrattazione delle proposizioni cardinali del suo sistema originario non sarebbe stata evitabile. Evitabile essa era soltanto mediante velatura, mediante indeterminatezza e oscurità – ciò Marx, se non lo seppe, lo avvertì pur tuttavia istintivamente, quando rifiutò espressamente la «più profonda analisi delle forze motrici sociali».

E con ciò, credo, è anche indicato l'alfa e l'omega di tutti gli errori, le contraddizioni e le oscurità marxiani. Il suo sistema non mantiene alcun contatto solido e compatto con i fatti. Né mediante una sana empiria né mediante una solida analisi economico-psicologica Marx ha tratto dai fatti i fondamenti del suo sistema, bensì lo fonda su nessun terreno più saldo di quello di una rigida dialettica. Questa è la grande colpa che Marx pone in culla al suo sistema. Da essa scaturisce con necessità tutto il resto. Il sistema è ordinato secondo una certa direzione, i fatti corrono in un'altra e si mettono di traverso al sistema ora qua ora là. Là la colpa originaria genera ogni volta nuova colpa. Lo scontro non deve venire alla luce: allora o si avvolge la cosa nell'oscurità o nell'indeterminatezza, oppure si piega e si rigira con artifici dialettici simili a quelli dell'inizio, oppure, certo, dove tutto ciò non giova, ci si contraddice. Questo è il segno sotto il quale sta il decimo capitolo del terzo volume di Marx: esso porta il cattivo raccolto a lungo differito, che doveva crescere dalla cattiva semina!

Capitolo V.

L'APOLOGIA DI WERNER SOMBART

In Werner Sombart è sorto recentemente ⁴⁰ a Marx un apologeta tanto caloroso quanto acuto, la cui apologia presenta tuttavia un tratto peculiare. Per poter infatti difendere la dottrina di Marx, egli le ha dapprima attribuito una nuova interpretazione.

Andiamo direttamente al punto essenziale. Sombart ammette, e adduce egli stesso argomenti molto acuti a sostegno,⁴¹ che la legge marxiana del valore è falsa, se la si afferma con la pretesa che essa corrisponda alla realtà empirica. Egli dice del valore marxiano (p. 573) che esso «non si manifesta nel rapporto di scambio delle merci prodotte capitalisticamente», che esso «non indica affatto il punto..., verso il quale gravitano i prezzi di mercato», che esso «non gioca neppure un ruolo, poniamo come fattore di distribuzione, nella ripartizione del prodotto annuo sociale», che in generale esso «non si manifesta in nessun luogo» (p. 577). Il «valore messo in fuga» ha piuttosto un solo «luogo di rifugio: il pensiero del teorico economico... Se si vuole avere uno slogan per caratterizzare il valore marxiano, esso è questo: il suo valore non è un fatto empirico, bensì un fatto concettuale» (p. 574).

Che cosa debba significare questa «esistenza concettuale» nel senso di Sombart, lo vedremo subito. Prima dobbiamo però soffermarci ancora un momento sulla confessione che il valore marxiano non ha alcuna esistenza nel mondo effettivo dei fenomeni. Sono alquanto curioso di vedere se i marxisti ratificheranno questa concessione. Si può a buon diritto dubitarne, poiché Sombart stesso ha già dovuto citare una voce proveniente dal campo marxiano che, indotta da un'affermazione di C. Schmidt, ha protestato in anticipo contro una simile concezione. «La legge del valore non è... una legge del nostro pensiero; ... la legge del valore è anzi di natura molto reale, è una legge naturale dell'agire umano».⁴² Anche che Marx stesso avrebbe ratificato questa concessione lo ritengo assai dubbio. È di nuovo Sombart stesso che, con apprezzabile franchezza, sottopone al lettore tutta una serie di passi marxiani che rendono difficile questa interpretazione.⁴³ Io per parte mia la ritengo addirittura inconciliabile con la lettera e con lo spirito della dottrina marxiana.

Si leggano dunque solo con imparzialità le esposizioni in cui Marx sviluppa la sua teoria del valore. La sua indagine comincia dichiaratamente sul terreno «delle società organizzate capitalisticamente, la cui ricchezza è un'immensa raccolta di merci», con l'analisi della merce (I. 9). Per «mettersi sulle tracce» del valore, egli parte dal rapporto di scambio della merce. Dal rapporto di scambio reale, mi domando, o da uno sognato? Se avesse detto o inteso quest'ultimo, nessun lettore avrebbe probabilmente ritenuto degno della fatica di seguire oltre una speculazione così modesta. In effetti egli si riferisce, come del resto non poteva neppure essere altrimenti, nel tono più deciso ai fenomeni del mondo economico reale. Il rapporto di scambio di due merci, egli dice, è sempre rappresentabile in un'equazione, p. es. 1 quarter di grano = a quintali di ferro. «Che cosa dice questa equazione? Che in entrambe le cose esiste un che di comune della stessa grandezza, e ciascuna delle due, in quanto valore di scambio, deve essere riducibile a questo terzo elemento», il quale terzo elemento, come apprendiamo nella pagina seguente, è lavoro di uguale quantità.

Quando si parla in questo tono, dicendo che nelle cose poste come uguali nello scambio esiste lavoro di uguale quantità, e che esse devono essere riducibili a uguali quantità di lavoro, si avanza pur sempre la pretesa che i rapporti qui enunciati si trovino non soltanto nel pensiero, bensì nel mondo reale. Si rifletta solo: l'argomentazione di Marx di allora sarebbe stata infatti del tutto impossibile, se egli avesse voluto contemporaneamente stabilire per i rapporti di scambio reali la dottrina che, in linea di principio, prodotti di quantità di lavoro disuguali si scambiano l'uno con l'altro.

Se egli avesse dato spazio a questo pensiero – e che non gli abbia dato spazio, in ciò consiste appunto il divorzio dai fatti che gli rimprovero –, la sua conclusione avrebbe dovuto risultare del tutto diversa. O avrebbe dovuto dichiarare che la cosiddetta equiparazione nello scambio non è una vera equazione e non consente di concludere alla presenza di un «che di comune della stessa grandezza» nelle cose scambiate, oppure avrebbe dovuto concludere che il cercato elemento comune di uguale grandezza non è e non può essere il lavoro! Impossibile sarebbe però stato per lui continuare a concludere così come ha fatto!

E anche nel seguito Marx parla in innumerevoli occasioni, con tono fattuale, del fatto che il suo «valore» sta alla base dei rapporti di scambio, e precisamente in modo tale che prodotti di uguale quantità di lavoro, che «equivalenti», si scambiano l'uno con l'altro.24 Egli rivendica in molti passi, in parte citati anche dallo stesso Sombart,⁴⁵ per la sua legge del valore il carattere e anche la forza di una legge naturale che nel mondo effettivo «si impone con violenza, come per esempio la legge di gravità quando a uno crolla la casa sopra la testa».25 Persino nel terzo volume egli sviluppa in modo del tutto esplicito le condizioni effettive (esse si riducono a una vivace concorrenza reciproca, v. sopra) che devono essere date «affinché i prezzi a cui le merci si scambiano l'una con l'altra corrispondano approssimativamente ai loro valori», e vi aggiunge ancora la spiegazione che ciò «significa naturalmente solo che il loro valore è il punto di gravitazione attorno al quale ruotano i loro prezzi» (III. 156 sg.).

Sia solo notato di sfuggita che Marx cita anche spesso con approvazione scrittori più antichi, i quali avevano affermato la tesi che il valore di scambio dei beni sia determinato dal lavoro in essi incorporato, e l'avevano affermata indubbiamente come una tesi corrispondente ai rapporti di scambio reali.26

Sombart stesso registra inoltre una dimostrazione di Marx, in cui questi rivendica del tutto esplicitamente per la sua legge del valore una verità «empirica» e «storica» (III. 155 in connessione con III. 175 sg.)

E infine: quale significato avrebbero mai gli spasmodici sforzi di Marx da noi descritti, di mostrare che, nonostante la teoria dei prezzi di produzione, la sua legge del valore domina i rapporti di scambio fattuali, regolando da un lato il «movimento dei prezzi» e dall'altro gli stessi prezzi di produzione, se egli avesse voluto rivendicare alla sua legge del valore soltanto una validità concettuale e non una validità fattuale?

In breve, ritengo che Marx non abbia esso stesso insegnato la sua teoria del valore-lavoro nel senso più modesto che Sombart vuole ora attribuirle, né avrebbe potuto insegnarla in tal senso, se il tessuto di deduzioni logiche su cui egli fonda la sua teoria dovesse avere un senso anche solo mediamente ragionevole. Del resto, questa è una faccenda su cui Sombart può discutere con i seguaci della dottrina marxiana. Per coloro che, come me, ritengono errata la teoria marxiana del valore, essa è del tutto irrilevante. Infatti, o Marx ha affermato la sua legge del valore nel senso impegnativo che essa corrisponda alla realtà – e allora prendiamo atto con assenso della dichiarazione di Sombart, secondo cui, affermata in questo senso, essa è falsa. Oppure Marx stesso non le ha attribuito una validità di fatto – e allora, a mio avviso, non si riesce affatto a costruire un senso in cui essa possa condurre un'esistenza scientificamente rilevante. Essa è, praticamente e teoricamente, uno zero.

Su questo punto, tuttavia, Sombart è di diverso avviso. Aderendo volentieri a un esplicito invito di questo spirituale studioso, che da una fresca, "gioiosa" lotta delle opinioni si attende il meglio per il progresso della scienza, sono con piacere disposto a confrontarmi con lui anche su questo punto. Lo faccio però con la consapevolezza che, così facendo, non mi muovo più sul terreno della "critica di Marx", che egli mi invitava a rivedere sulla base della nuova interpretazione, bensì che pratico esclusivamente "critica di Sombart".

Che cosa dovrebbe dunque significare in Sombart l'esistenza del valore come "fatto concettuale"? Essa dovrebbe significare che "il concetto di valore è un mezzo ausiliario del nostro pensiero, di cui ci serviamo per renderci comprensibili i fenomeni della vita economica". Più precisamente determinata, la prestazione della rappresentazione del valore consiste nel "farci apparire in determinatezza quantitativa le merci, che come beni d'uso sono qualitativamente diverse. È chiaro che io adempio questo postulato pensando il formaggio, la seta e il lucido da scarpe come meri-prodotti di lavoro umano astratto e mettendoli in relazione reciproca soltanto quantitativamente, come quantità di lavoro la cui grandezza è determinata da un terzo elemento uguale in essi contenuto, misurabile in lunghezze di tempo".⁴⁸

Fin qui, salvo un certo cavillo, tutto è in ordine. Certamente è di per sé lecito, per determinati scopi scientifici, astrarre da ogni sorta di diversità che le cose presentano in una direzione o nell'altra, e prenderle in considerazione soltanto secondo un'unica proprietà che è loro comune, e la cui comunanza fornisce il terreno per la comparabilità, la commensurabilità ecc. Proprio allo stesso modo, ad esempio, la dinamica meccanica, per molti dei suoi problemi, astrae a buon diritto interamente dalla diversa forma, colore, densità, struttura dei corpi in movimento e vede in essi nient'altro che masse: palle da biliardo urtate, palle di cannone in volo, bambini che corrono, treni ferroviari in marcia, pietre che precipitano, corpi celesti che sfrecciano nello spazio cosmico vengono allora presi in considerazione semplicemente come masse in movimento. Non meno può dunque essere consentito e opportuno rappresentarsi formaggio, seta e lucido da scarpe come "meri-prodotti di lavoro umano astratto".

Il cavillo comincia col fatto che Sombart, insieme a Marx, rivendica per questa rappresentazione il nome di rappresentazione del valore. Questo procedimento ammette – per procedere in modo del tutto esauriente – verosimilmente due interpretazioni. Com'è noto, il nome valore, nelle sue due sfumature di valore d'uso e valore di scambio, serve già, sia nel linguaggio scientifico sia in quello popolare, a designare fenomeni del tutto determinati. Ora, quella denominazione può essere avvenuta o con la pretesa che la proprietà delle cose unicamente presa in considerazione, quella di essere prodotto di lavoro, costituisca il momento determinante per i fenomeni del valore nel senso scientifico altrimenti consueto, dunque ad esempio per i fenomeni del valore di scambio; oppure quella denominazione può essere avvenuta senza questo secondo fine, come una denominazione puramente arbitraria, per le quali denominazioni purtroppo non esiste alcuna legge rigorosa e coercibile, bensì soltanto l'opportunità e il tatto come linea direttrice.

Se fosse esatta la seconda interpretazione, se dunque la denominazione del "lavoro incorporato" come "valore" non fosse legata alla pretesa che il lavoro incorporato sia l'essenza del valore di scambio, allora la cosa sarebbe del tutto innocua. Non si tratterebbe d'altro che di un'astrazione perfettamente lecita, congiunta tuttavia a una nomenclatura quanto mai impratica, inopportuna, fuorviante. Sarebbe pressappoco come se a un fisico venisse improvvisamente in mente di designare come "forze vive" i diversi corpi che egli, astraendo da forma, colore, struttura ecc., concepisce semplicemente come masse; nome che, com'è noto, possiede già un saldo diritto di cittadinanza nel senso che designa una funzione di masse e velocità, dunque qualcosa di assai diverso dalla mera massa. In ogni caso, qui non sussisterebbe un errore scientifico, bensì soltanto una (per la verità praticamente assai pericolosa) grossolana inopportunità nella nomenclatura.

Ma nel nostro caso le cose evidentemente non stanno così; non in Marx, ma neppure in Sombart. E con ciò il nostro cavillo comincia a crescere.

Il mio stimato avversario mi concederà di certo che non si può fare una qualsiasi astrazione a piacere per un qualsiasi scopo scientifico a piacere. Sarebbe ad esempio palesemente inammissibile porre a fondamento anche della considerazione dei problemi ottici o acustici la concezione dei diversi corpi come "meri-masse", che è giustificata per certi problemi dinamici. Anche all'interno della dinamica meccanica stessa è certamente inammissibile mantenere l'astrazione dalla forma e dallo stato di aggregazione ad esempio anche nello sviluppo della legge del cuneo. Da questi esempi si mostra che, nella scienza, anche i "pensieri" e la "logica" non possono allontanarsi del tutto svincolati dai fatti. Anche per essi vale la massima: "Est modus in rebus, sunt certi denique fines". E questi "determinati limiti" credo di poterli indicare, senza dover temere una contraddizione del mio stimato avversario, in questo modo: che di volta in volta si può astrarre soltanto da quelle particolarità che sono irrilevanti per il fenomeno da sottoporre a indagine, nota bene realmente, di fatto irrilevanti. Si deve invece lasciare nel resto da sottoporre all'ulteriore considerazione, per così dire lo scheletro della rappresentazione, tutto ciò che nella direzione concreta è di fatto rilevante.

Traiamone l'applicazione al nostro caso.

La dottrina marxiana pone nel modo più enfatico la concezione delle merci come "meri-prodotti" a fondamento dell'indagine e della valutazione scientifica dei rapporti di scambio delle merci. Sombart approva ciò e si spinge addirittura, con espressioni alquanto indeterminate, sulle quali, proprio a causa della loro indeterminatezza, non voglio ulteriormente disputare con lui, fino a considerare alla luce di quell'astrazione i fondamenti dell'intera "esistenza economica" degli uomini.⁴⁹

Che il lavoro incorporato sia l'unica cosa rilevante nella prima o addirittura nella seconda direzione, Sombart stesso ora non osa neppure affermarlo. Egli si accontenta dell'affermazione che con quella concezione viene messo in risalto il "fatto economicamente oggettivamente più rilevante".⁵⁰ Questa affermazione non voglio affatto contestarla. Soltanto, non le si deve attribuire il significato come se gli altri fatti rilevanti accanto al lavoro fossero di un'importanza così profondamente subordinata da poter essere, a causa della loro esiguità, del tutto o quasi del tutto trascurati. Nulla sarebbe più falso di questo. Per l'esistenza economica degli uomini è ad esempio in altissimo grado rilevante se la terra che essi abitano somigli più alla pianura renana, oppure al Sahara o alla Groenlandia; e anche questo è di enorme importanza, se il lavoro degli uomini sia sostenuto da una scorta di beni accumulata in precedenza, un momento che neppure si lascia risolvere del tutto puramente nel solo lavoro. Del tutto poi, in riferimento ai rapporti di scambio, per alcuni beni, come ad esempio per i vecchi tronchi di quercia, per i giacimenti di carbone, per i terreni, il lavoro non è di certo la circostanza oggettivamente più rilevante; e anche se quest'ultimo punto può essere concesso per la massa principale delle merci, si deve tuttavia mettere in risalto con enfasi che anche gli altri fattori determinanti accanto al lavoro esercitano un'influenza così notevole, che i rapporti di scambio di fatto si allontanano comunque in modo assai considerevole da quella linea che corrisponderebbe al solo lavoro incorporato.

Ma se per i rapporti di scambio e per il valore di scambio il lavoro non è il fattore unicamente rilevante, bensì soltanto un fattore rilevante, sia pure il più forte, accanto ad altri, per così dire un primus inter pares, allora, secondo quanto premesso, è semplicemente scorretto e illecito fondare sul solo lavoro una "rappresentazione del valore" coniata sul valore di scambio; scorretto e illecito proprio quanto se un fisico volesse fondare la "forza viva" sulla sola massa dei corpi ed eliminare del tutto dal suo calcolo la velocità degli stessi mediante astrazione.

Sono davvero stupito che Sombart non lo abbia visto o avvertito, tanto più che, nel formulare la sua opinione, impiega casualmente espressioni che, vorrei dire, sono di un'incongruenza così provocatoria con le sue stesse premesse, da far pensare che egli avrebbe dovuto inciampare in questa palese incongruenza. Egli è partito dal presupposto che il carattere delle merci come prodotti di lavoro sociale costituisca in esse il fatto economicamente oggettivamente più rilevante, lo motiva col fatto che l'approvvigionamento degli uomini con beni economici, "poste uguali le condizioni naturali", dipenda principalmente dallo sviluppo della forza produttiva sociale del lavoro, e ne trae la conclusione che questo fatto trovi la sua espressione economica "adeguata" nella rappresentazione del valore fondata sul solo lavoro. Egli ripete questo pensiero alle pp. 576 e 577 due volte in formulazione alquanto diversa, ma il termine "adeguato" ritorna ogni volta immutato.

Io domando ora: non è al contrario evidente che la rappresentazione del valore fondata sul solo lavoro non è adeguata alla premessa secondo cui il lavoro è soltanto il più rilevante tra più fatti rilevanti, bensì va ben oltre di essa? Essa sarebbe adeguata soltanto se come premessa si fosse potuto affermare che il lavoro è l'unico fatto rilevante. Ma questo Sombart non lo ha affatto affermato. La sua affermazione dice soltanto che il lavoro significa molto, che significa più di ogni altro fattore per i rapporti di scambio e per l'intera esistenza umana, e per questo stato di cose la formula marxiana del valore, secondo la quale il solo lavoro significa tutto, è di certo altrettanto poco un'espressione adeguata quanto sarebbe adeguato porre per 1+1/2+1/41 + 1/2 + 1/41+1/2+1/4 l'uno da solo!

L'affermazione della rappresentazione del valore "adeguata" non è però soltanto di fatto inesatta, ma dietro di essa si annida, come mi sembra – in Sombart certamente in modo inconsapevole –, anche un po' di malizia. Sombart, infatti, con l'esplicita ammissione che il valore marxiano non regge una prova sui fatti, ha reclamato per il "valore messo in fuga" un asilo nel "pensiero del teorico economico". Ma da questo distretto protetto egli compie inavvertitamente una sortita del tutto graziosa nel mondo dei fatti, allorché rivendica nuovamente per la sua rappresentazione del valore che essa sia adeguata al fatto oggettivamente più rilevante, ovvero, in parole ancora più impegnative, che in essa "un fatto tecnico oggettivamente dominante l'esistenza economica della società umana ha trovato l'espressione economica adeguata" (p. 577).

Credo che questo sia un procedimento contro il quale si ha il diritto di protestare. Aut aut! O si vuole rivendicare per il valore marxiano che esso corrisponde ai fatti: ma allora si tenga ferma questa affermazione in prima linea di fuoco, senza cercare riparo da una piena e rigorosa prova dei fatti dietro la posizione secondo cui non si vorrebbe affatto affermare un fatto empirico, bensì soltanto costruire un "ausilio del nostro pensiero". Oppure si cerca riparo dietro questo baluardo protettivo, ci si sottrae alla rigorosa prova dei fatti: ma allora non si tenti, per la via traversa di affermazioni vaghe e incidentali, di rivendicare nuovamente per il valore marxiano un genere di validità empirica che gli spetterebbe legittimamente solo se avesse superato la prova dei fatti espressamente rifiutata. La locuzione dell'"espressione adeguata al fatto dominante" non significa infatti nient'altro se non che Marx, nella sostanza, ha ragione anche empiricamente. Bene. Se Sombart o chiunque altro vuole affermarlo, lo affermi apertamente, lasci da parte l'intermezzo con il mero "fatto concettuale" e si sottoponga invece chiaro e netto alla prova dei fatti; questa mostrerà infatti quanto o quanto poco i fatti pieni differiscano dall'"espressione adeguata al fatto dominante". Fino ad allora, però, credo di potermi accontentare della constatazione che anche in Sombart non abbiamo a che fare con la variante innocua di un'astrazione consentita e soltanto designata in modo inesatto, bensì con un'incursione pretenziosa nel campo delle affermazioni di fatto, per le quali una prova non è stata fornita, né tentata, bensì evitata.

Anche sotto un altro aspetto Sombart, a mio avviso, si è appropriato con troppa poca critica propria di un'affermazione indebitamente pretenziosa di Marx. Intendo l'affermazione secondo cui la concezione delle merci come "meri prodotti" del lavoro sociale offre l'unica possibilità di porre le merci in relazione quantitativa per il nostro pensiero, di renderle "commensurabili" e quindi di rendere i fenomeni del mondo economico in generale "accessibili" al nostro pensiero.27 Vorrebbe Sombart tenervi fermo anche dopo un esame critico? Vorrebbe davvero ritenere che possiamo rendere i rapporti di scambio accessibili al nostro pensiero scientifico soltanto sulla base del concetto marxiano di valore, oppure per nulla? Non posso crederlo. La celebre dimostrazione dialettica di Marx a p. 12 del primo volume non può infatti avere alcuna forza persuasiva per un Sombart. Anche Sombart vede e sa, tanto quanto me, che non soltanto i prodotti del lavoro, ma anche i puri prodotti naturali vengono posti in relazione quantitativa nello scambio e sono quindi praticamente commensurabili tanto tra loro quanto con i prodotti del lavoro. E ora dovrebbero essere per il nostro pensiero del tutto incommensurabili, se non sulla base di una caratteristica che in essi non sussiste affatto e che, anche nei prodotti del lavoro, è bensì presente quanto alla specie, ma quanto alla grandezza non è pertinente, dato che, per ammissione comune, anche i prodotti del lavoro non si scambiano nel rapporto del lavoro in essi incorporato? Non dovrebbe questo essere piuttosto, per il teorico spregiudicato, un'indicazione che non può affatto essere fraintesa, e cioè che, nonostante Marx, il vero comune denominatore, il vero "elemento comune" nello scambio è ancora da cercare, e precisamente da cercare in una direzione diversa da quella seguita da Marx?

Ciò mi conduce a un ultimo punto che vorrei ancora toccare nei confronti di Sombart. Sombart vuole ricondurre il contrasto che sussiste tra il sistema marxiano da un lato e le concezioni dei sistemi teorici opposti, e in particolare dei cosiddetti economisti austriaci, dall'altro, in ultima istanza a una disputa metodologica di principio. Marx sarebbe un rappresentante di un oggettivismo estremo, noi altri rappresenteremmo un soggettivismo che sfocia nello psicologismo. Marx non andrebbe in cerca dei moventi che determinano i singoli soggetti economicamente agenti nel loro modo di agire, bensì ricercherebbe i fattori oggettivi, le "condizioni economiche" che "sono indipendenti dalla volontà (mi sia consentito inserire: spesso anche dal sapere) del singolo"; egli cercherebbe di accertare "ciò che accade dietro le spalle del singolo per la potenza di rapporti da lui indipendenti". Noi invece "cerchiamo di spiegare i processi della vita economica, in ultima istanza, a partire dalla psiche dei soggetti economici" e "collochiamo la regolarità della vita economica nella motivazione psicologica".⁵²

Questa è certamente un'osservazione fine e arguta, di cui del resto nel saggio di Sombart se ne trovano in abbondanza. Ma essa, nonostante il suo nucleo indubbiamente esatto, non mi sembra tuttavia cogliere il punto principale: né retrospettivamente, per la spiegazione del comportamento finora tenuto dai critici di Marx contro Marx, e di conseguenza nemmeno prospetticamente, con la richiesta di un'era del tutto nuova della critica di Marx, che propriamente dovrebbe ancora cominciare, per la quale addirittura "mancano quasi del tutto i lavori preliminari",⁵³ e nella quale anzitutto si dovrebbe ancora cercare una decisione per la questione metodologica preliminare.⁵⁴

La cosa mi sembra stare assai più così. Certamente sussiste la differenza nei metodi di ricerca messa in luce da Sombart. Ma la "vecchia" critica di Marx ha combattuto Marx, per quanto io possa giudicare a partire dalla mia stessa persona, non a causa della scelta del suo metodo, bensì a causa dei suoi errori nell'applicazione del metodo scelto. Per gli altri critici di Marx non ho il diritto di parlare, devo dunque parlare di me stesso. Personalmente, nella questione del metodo, mi colloco su un punto di vista simile a quello sostenuto, riguardo alla letteratura amena, da quel letterato che dichiarò di ammettere ogni genere, con la sola eccezione del "genre ennuyeux". Io ammetto ogni metodo, a condizione che venga maneggiato in modo tale che ne risulti qualcosa di esatto. Non ho nulla da obiettare nemmeno contro il metodo oggettivistico. Credo che esso possa procurare l'acquisizione di conoscenze reali anche in quei campi di fenomeni che hanno a che fare con azioni umane. Concordo anche del tutto volentieri, e ho talvolta anch'io richiamato l'attenzione su fenomeni analoghi, sul fatto che certi fattori oggettivi possono entrare in connessione regolare con tipiche azioni umane, senza che l'influsso del fattore in questione si presenti chiaramente alla coscienza di chi agisce in modo regolare. Se, ad esempio, la statistica attesta che i suicidi si verificano particolarmente numerosi in determinati mesi, poniamo in luglio e in novembre, oppure che con la qualità del raccolto sale e scende il numero dei matrimoni annuali, allora sono convinto che la maggior parte dei candidati al suicidio, il cui sopraggiungere fa gonfiare così tanto la tangente dei suicidi dei mesi di luglio e novembre, non pensa affatto al fatto che è proprio luglio o novembre, e che parimenti negli aspiranti al matrimonio il pensiero dei prezzi momentaneamente più convenienti dei generi alimentari non gioca alcun ruolo immediato nella loro decisione.28 Ciononostante la scoperta di tali connessioni oggettive ha un indubbio valore conoscitivo.

Devo però fare al riguardo certe riserve, a mio avviso ovvie. In primo luogo mi pare chiaro che la conoscenza di tali connessioni oggettive, senza la conoscenza degli anelli intermedi soggettivi che mediano la catena causale, non significhi certamente ancora il grado più alto della conoscenza, bensì che la comprensione perfetta sia mediata soltanto dalla conoscenza delle connessioni esterne e interne. E con ciò mi pare risolta da sé anche la questione sollevata da Sombart, "se l'indirizzo oggettivistico nella scienza economica sia legittimato in modo esclusivo o complementare",⁵⁶ nel senso che quell'indirizzo può essere soltanto "legittimato in modo complementare".

In secondo luogo credo, ma non voglio qui contendere su ciò, trattandosi di una questione di opinione, con chi la pensa diversamente, che proprio per il campo economico, in cui abbiamo a che fare in modo così prevalente con azioni umane consapevoli e calcolate, di quelle due fonti della conoscenza la prima, l'oggettivistica, possa nel migliore dei casi contribuire soltanto con una parte assai misera e, soprattutto presa per sé sola, del tutto insufficiente della conoscenza complessivamente raggiungibile.

In terzo luogo, però - e ciò riguarda specificamente la critica di Marx - devo esigere con ogni fermezza che, quando si maneggia il metodo oggettivistico, lo si maneggi correttamente. Si constatino pure connessioni esterne, oggettive, che alla maniera del fato, con o senza il sapere, con o senza la volontà di chi agisce, dominano le sue azioni; ma allora le si constatino correttamente. E questo Marx non lo ha fatto. La sua tesi fondamentale, che il lavoro da solo domina tutti i rapporti di scambio, egli non l'ha né constatata per via oggettivistica dal mondo esterno, tangibile, oggettivo dei fatti, con il quale al contrario essa è in contraddizione, né derivata in modo soggettivistico dai moventi degli scambianti, bensì l'ha messa al mondo come un aborto di una dialettica, quale forse mai prima nella storia della nostra scienza è comparsa in modo più arbitrario ed estraneo ai fatti.

E ancora una cosa. Marx non è rimasto fedele alla linea "oggettivistica". Non poté evitare di richiamarsi pur sempre anche ai moventi di chi agisce come a una forza operante del suo sistema. Lo fa principalmente con il suo richiamo alla "concorrenza". È forse chiedere troppo che, se già introduce inserimenti soggettivistici nel suo sistema, egli li faccia in modo corretto, accurato e privo di contraddizioni? E contro questa equa richiesta Marx ha nuovamente trasgredito. Queste trasgressioni, che, lo ripeto, non hanno nulla a che fare con la scelta del metodo, ma che sotto il dominio di ogni metodo sono riprovevoli, sono state per me il motivo per cui ho combattuto e combatto la teoria marxiana come erronea: essa rappresenta, a mio avviso, l'unico genere non consentito, il genere delle teorie false!

Mi colloco quindi, e mi collocavo già da tempo, sul punto di vista verso il quale Sombart vuole condurre una futura critica di Marx che dovrebbe appena risvegliarsi. Egli pensa "che si dovrebbe pur tentare nel modo seguente un apprezzamento e una critica del sistema marxiano: l'indirizzo oggettivistico nella scienza economica è legittimato in modo esclusivo o complementare? Se si fosse risposto sì a questa domanda, si dovrebbe poi chiedere ulteriormente: è imposto il metodo marxiano di una determinazione quantitativa dei fatti economici mediante l'ausilio concettuale del concetto di valore? Se sì: è il lavoro il contenuto correttamente scelto del concetto di valore? Se sì: la dimostrazione marxiana, la costruzione sistematica, le conclusioni ecc. sono contestabili?"

Mi sono da tempo risposto alla prima questione metodologica preliminare in favore di una legittimazione "complementare" del metodo oggettivistico. Parimenti era e rimane per me fuori dubbio che, per restare alle parole di Sombart, è imposta anche "una determinazione quantitativa dei fatti economici mediante l'ausilio concettuale" di un concetto di valore. La terza questione, però, se il lavoro sia il contenuto correttamente scelto di questo concetto di valore, l'ho da tempo ritenuta decisamente da negare, e la quarta questione, se la dimostrazione marxiana, le conclusioni ecc. siano contestabili, da affermare con altrettanta decisione.

Come deciderà infine il mondo a tal proposito? — Su questo non ho alcun dubbio. Il sistema marxiano ha un passato e un presente, ma non un futuro duraturo. Di tutte le specie di sistemi economici, ritengo che siano destinati al tramonto con la maggiore certezza quelli che, come quello marxiano, poggiano su un cavo fondamento dialettico. Lo spirito umano si lascia momentaneamente, ma non durevolmente, impressionare da un'abile retorica. Alla lunga finiscono però sempre per imporsi i fatti, la solida concatenazione non di parole e frasi, bensì di cause ed effetti. Nell'ambito delle scienze naturali un'opera come quella marxiana sarebbe oggi già un'impossibilità. Nelle scienze sociali, ancora assai giovani, essa ha potuto acquisire influenza, grande influenza, e probabilmente la perderà soltanto lentamente, assai lentamente. Lentamente, perché il suo sostegno più potente non risiede nelle teste convinte dei suoi seguaci, bensì nei loro cuori, nei loro desideri e nelle loro brame. Inoltre essa ha da consumare a lungo il grande capitale di autorità che si è procurata presso molte persone. Ho detto nelle parole introduttive di questo saggio che Marx ebbe, come scrittore, grande fortuna. Non la circostanza meno fortunata del suo destino di scrittore mi pare consista nel fatto che il completamento del suo sistema apparve soltanto 10 anni dopo la sua morte, quasi trent'anni dopo il primo volume. Se le dottrine e le constatazioni del terzo volume fossero giunte sotto gli occhi del lettore ancora imparziale contemporaneamente al primo volume, vi sarebbero stati, credo, soltanto pochi lettori ai quali la logica del primo volume non fosse comunque parsa alquanto dubbia! Ora una fede nell'autorità radicatasi nel corso di 30 anni costituisce un baluardo contro la penetrazione della conoscenza critica, baluardo che certo, ma pur sempre soltanto lentamente, andrà sgretolandosi.

Ma anche quando ciò sarà avvenuto, con il sistema marxiano non sarà di certo superato anche il socialismo; né quello teorico né quello pratico. Così come è esistito un socialismo prima di Marx, ve ne sarà ancora uno anche dopo Marx. Per ciò che nel socialismo è dotato di forza propulsiva — e che, malgrado tutte le esagerazioni, qualcosa in esso sia dotato di forza propulsiva è provato non soltanto dall'innegabile rinvigorimento che la teoria economica ha guadagnato attraverso la comparsa dei teorici socialisti, ma anche dalla famosa "goccia di olio sociale" con la quale i provvedimenti di pratica arte di governo, e in molti casi certamente non a loro svantaggio, sogliono oggigiorno ungersi dappertutto — per ciò dunque, dico, che nel socialismo è dotato di forza propulsiva, le sue accorte teste dirigenti non mancheranno certamente di cercare per tempo l'aggancio a un sistema scientifico più vitale. Esse cercheranno di sostituire il sostegno divenuto fradicio. Con quanta o quanto poca depurazione delle idee in fermento, lo mostrerà il futuro. Forse, è da sperare, che la cosa non venga pur sempre semplicemente sospinta in tondo, bensì che in questa occasione un paio di errori vengano scrollati di dosso per sempre e un paio di conoscenze vengano definitivamente aggiunte al tesoro del sapere sicuro e non più messo in dubbio neppure dalla passione di parte.

Marx tuttavia conserverà un posto duraturo nella storia delle scienze sociali, per gli stessi motivi, con la stessa mescolanza di merito positivo e negativo, del suo modello Hegel. Entrambi furono personalmente dei geni del pensiero. Entrambi hanno acquisito, ciascuno nel proprio ambito, un'enorme influenza sul pensiero e sul sentire di intere generazioni, quasi si potrebbe dire sullo spirito del tempo stesso. E la loro opera specificamente teorica fu in entrambi un castello di carte — escogitato con somma arte, edificato con favolosa forza combinatoria in innumerevoli piani di pensiero, tenuto insieme con ammirevole vigore intellettuale.

APPARATUS

Note

Footnotes

  1. Cito il 1° volume del Capitale di Marx sempre secondo la (seconda) edizione del 1872, il II volume secondo l'edizione del 1885, il III secondo quella del 1894, e precisamente, se non viene osservato altrimenti, con III si intende sempre la prima sezione del III volume.

  2. Anche W. Sombart, nella trattazione esemplare, chiara e ben strutturata che ha recentemente dedicato al volume conclusivo del sistema marxiano nell'Archiv für Soziale Gesetzgebung (vol. VII, fasc. 4, p. 555 sgg.), considera le frasi citate nel testo come quelle che contengono la vera risposta al problema posto (op. cit., p. 564). Avremo ancora più volte occasione di occuparci, nel seguito, di questo saggio ricco di contenuto e di acume, alle cui conclusioni critiche non sono però in grado di aderire nella stessa misura.

  3. Si veda lo scritto sopra citato di costui, in particolare il paragrafo 13.

  4. III. 156, in modo del tutto analogo nel passo già citato in precedenza III. 158.

  5. III. 175 sg. Cfr. anche le affermazioni più brevi III. 136, 151, 159 e altrove.

  6. Zur Kritik des ök. Systems von Karl Marx, Archiv für soziale Gesetzgebung, vol. VII, pp. 584–586. Sono del resto tenuto a rilevare che Sombart, con il passo citato, intendeva combattere Marx solo in via condizionata, vale a dire per il caso in cui Marx avesse effettivamente collegato alla sua dottrina il senso che le viene attribuito nel testo. Egli stesso le attribuisce, nel suo tentativo di salvataggio già da me menzionato, un'altra interpretazione, alquanto esotica a mio avviso, sulla quale tornerò ancora in seguito in modo particolare.

  7. Il prezzo di costo di una merce si riferisce soltanto al quantum di lavoro pagato in essa contenuto: Marx III. 144.

  8. P. es. III. 187, dove Marx sottolinea «che in ogni circostanza l'aumento o la diminuzione del salario non può mai... influire sul valore delle merci».

  9. Cfr. III. 179 sgg.

  10. Questo anello Marx non l'ha esplicitamente inserito nel passo citato. La sua inserzione è però ovvia.

  11. Riguardo all'opinione divergente di W. Sombart prenderò ancora, come già accennato, una posizione particolare.

  12. Vale a dire nella misura in cui esso debba essere mediato dal fattore «valore complessivo», il quale a mio avviso non ha nulla a che fare con la quantità di lavoro incorporata. Ma poiché nei seguenti anelli compare anche il fattore spesa salariale, nella cui determinazione la quantità di lavoro da remunerare entra effettivamente come elemento, la quantità di lavoro trova comunque posto anche tra i motivi determinanti indiretti del profitto medio.

  13. Karl Knies obietta giustamente contro Marx: «Nell'esposizione di Marx non si scorge assolutamente alcun motivo per cui, accanto all'equazione: 1 quarter di grano = a quintali di legname prodotto nella foresta, non debba comparire altrettanto bene anche la seconda: 1 quarter di grano = a quintali di legname cresciuto spontaneamente = b iugeri di terreno vergine = c iugeri di superficie a pascolo su prati naturali». (Das Geld, 1ª ed. p. 121, 2ª ed. p. 157).

  14. In una citazione tratta da Barbou, in questo stesso paragrafo, la differenza tra merci e cose viene addirittura cancellata ancora una volta: «Un tipo di merce è buono quanto l'altro, se il suo valore di scambio è ugualmente grande. Lì non esiste alcuna diversità o distinguibilità tra cose di valore di scambio ugualmente grande!»

  15. P. es. p. 15 alla fine: «Infine nessuna cosa può essere valore senza essere oggetto d'uso. Se è inutile, è inutile anche il lavoro in essa contenuto, non conta come lavoro (sic!) e non forma quindi alcun valore». – Sull'errore logico censurato nel testo ha già richiamato l'attenzione Knies. Si veda «Das Geld», Berlino 1873, p. 123 sgg. (2ª ed. p. 160 sg.). In modo singolare Adler (Grundlagen der Karl Marxschen Kritik, Tubinga 1887, p. 211 sg.) ha frainteso il mio argomento, quando mi obietta che le belle voci non sono merci nel senso marxiano. A me non importava affatto se le «belle voci» possano o no essere sussunte come beni economici sotto la legge marxiana del valore, ma piuttosto unicamente di costruire il modello di una deduzione logica che presenti lo stesso errore di quella marxiana. A tale scopo avrei potuto altrettanto bene scegliere un esempio che non abbia alcuna relazione con il campo economico. Avrei potuto p. es. altrettanto bene dimostrare che, secondo la logica marxiana, l'elemento comune dei corpi variopinti debba risiedere in Dio sa che cosa, ma non nella mescolanza di più colori. Poiché infatti una mescolanza di colori, p. es. bianco, blu, giallo, nero, viola, vale per la varietà cromatica esattamente quanto qualsiasi altra mescolanza di colori, p. es. verde, rosso, arancione, azzurro cielo ecc., purché sia presente «nella debita proporzione»: di conseguenza si astrae evidentemente dal colore e dalla mescolanza dei colori!

  16. La posizione che Smith e Ricardo assumono rispetto alla dottrina del valore-lavoro l'ho discussa ampiamente nella mia Geschichte und Kritik, p. 428 sgg., dimostrando ivi in particolare anche che presso i suddetti classici non si trova alcuna traccia di una fondazione di quella tesi. Cfr. anche Knies, Der Kredit, II metà, p. 60 sgg.

  17. P. es. I. 141 sg., 150, 151, 158 e spesso; anche ancora all'inizio del terzo volume, così III. 25, 128, 132.

  18. P. es. I. 150 nota 37.

  19. Si veda sopra.

  20. Naturalmente prescindo qui del tutto da divergenze di opinione relativamente piccole; in particolare ho rinunciato, lungo tutto questo saggio, a far valere o anche solo a menzionare le sfumature più fini che sussistono riguardo alla concezione della «legge dei costi».

  21. III 169; si veda anche sopra.

  22. Un'analisi più precisa mostra che il prezzo deve cadere tra le cifre di stima monetaria delle cosiddette «coppie marginali», cioè tra gli importi che l'ultimo acquirente che ancora riesce ad aggiudicarsi la merce e il primo aspirante acquirente già escluso dall'acquisto sono al massimo disposti a offrire per la merce, e quelli con cui l'ultimo venditore che ancora riesce a vendere e il primo aspirante venditore già escluso dalla vendita sono al massimo disposti ad accontentarsi per la merce. Per i dettagli si veda la mia Positive Theorie des Kapitals, Innsbruck 1889, p. 218 sgg.

  23. Vedi sopra.

  24. Per es. I. 25: equivalente = scambiabile. "Soltanto come valore essa (la tela) è riferita all'abito come a un equivalente o a una cosa con essa scambiabile" "In quanto l'abito viene equiparato in qualità di cosa-valore alla tela, il lavoro in esso contenuto viene equiparato al lavoro in essa contenuto". Vedi inoltre p. 27, 31 (la proporzione in cui abiti e tela sono scambiabili dipende dalla grandezza di valore degli abiti), p. 35 (dove Marx dichiara essere il lavoro umano ciò che è "realmente uguale" nel cuscino e nella casa scambiati l'uno con l'altra), p. 39, 40, 41, 42, 43, 50, 51, 52, 53 (l'analisi dei prezzi delle merci, pur sempre soltanto di quelli reali!, conduce alla determinazione della grandezza di valore), p. 60 (il valore di scambio è la maniera sociale di esprimere il lavoro impiegato su una cosa), p. 80 ("il prezzo è il nome monetario del lavoro oggettivato nella merce"), p. 141 ("il medesimo valore di scambio, cioè la medesima quantità di lavoro sociale oggettivato"), p. 174 ("Secondo la legge generale del valore, per es. 10 lbs. di filato sono un equivalente di 10 lbs. di cotone e 1/4 di fuso ..., se è richiesto il medesimo tempo di lavoro per produrre entrambi i lati di questa equazione") e così spesso in modo simile.

  25. I. 52.

  26. Per es. I. 14, nota 9.

  27. Op. cit. p. 574, 582. Sombart non ha pronunciato testualmente questa affermazione in nome proprio, ma egli approva un'espressione di C. Schmidt orientata in questa direzione, che corregge soltanto in un dettaglio subordinato (574); egli dice inoltre che la dottrina del valore di Marx renderebbe appunto questo "servizio" (582) e in ogni caso si astiene del tutto dal contraddirla.

  28. In qualche modo deve invero un influsso, che proviene dal fattore oggettivo, o che almeno con esso si trova in connessione sintomatica, suscitare una motivazione negli agenti; per es. negli esempi utilizzati nel testo può forse la calura di luglio, che agisce sui nervi, oppure il tempo autunnale cupo e che predispone alla malinconia accrescere la disposizione al suicidio. L'influsso proveniente dal "fattore oggettivo" sbocca allora per così dire in un motivo più generale e tipico, come ad esempio un disturbo nervoso o la malinconia, e agisce attraverso questo sull'azione. Che una conformità a legge delle azioni non sia da attendersi senza una conformità a legge nei motivi, a ciò invero tengo fermo anche di fronte all'osservazione di Sombart l. c. p. 593; ma ritengo accanto a ciò — di che Sombart, dal suo punto di vista metodologico, forse si accontenterà — del tutto possibile che noi possiamo percepire conformità a legge oggettive nelle azioni umane e accertarle induttivamente, senza conoscere e comprendere il decorso della loro motivazione. Dunque non già azioni conformi a legge senza motivazione conforme a legge, bensì sì conoscenza di azioni conformi a legge senza conoscenza della motivazione ad esse pertinente!

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