La dimostrazione che uno scrittore ha contraddetto sé stesso può essere una tappa necessaria, ma non deve mai essere il fine ultimo di una critica oggettiva e feconda. È solo un grado relativamente meschino della conoscenza critica sapere che in un sistema si annida un errore, il quale potrebbe in fondo, in linea di possibilità, essere anche soltanto un errore casuale e personale dell'autore. Un reale superamento di un sistema saldamente costruito non è possibile altrimenti che riuscendo a indicare con assoluta precisione il punto in cui l'errore è penetrato nel sistema, e le vie lungo le quali esso vi si è diffuso e ramificato. Si deve comprendere il punto di partenza, lo sviluppo e la catastrofe dell'errore, che culmina nell'autocontraddizione, altrettanto bene e, vorrei quasi dire, anche da avversari, con altrettanta partecipazione, quanto, all'inverso, ci si sforza di comprendere le connessioni di un sistema a cui ci si abbandona.
Circostanze del tutto peculiari e acutizzate hanno fatto sì che nel caso di Marx la questione dell'autocontraddizione abbia acquistato un'importanza assai maggiore di quella che le spetta di norma, e di conseguenza anche io ho dedicato a quella questione un ampio spazio. Ma proprio di fronte a un pensatore tanto rilevante e influente tanto meno ci è lecito sottrarci alla seconda parte del compito critico, a mio avviso, anche in questo caso, oggettivamente ancora più feconda e istruttiva.
Cominciamo con una domanda che ci conduce subito al punto principale: per quale via Marx è pervenuto alla proposizione fondamentale teorica della sua dottrina, alla proposizione secondo cui ogni valore riposa unica ed esclusivamente su quantità di lavoro incorporate?
Che questa proposizione non sia un assioma evidente di per sé e perciò affatto bisognoso di dimostrazione, è fuori di dubbio. Valore e fatica, come ho già esposto una volta in altro luogo, non sono affatto due concetti così connessi tra loro da dover essere immediatamente colti dall'intuizione che la fatica sia il fondamento del valore. «Che io mi sia affaticato attorno a una cosa è un fatto; che la cosa valga anche la fatica è un secondo fatto, diverso da quello, e che entrambi i fatti non vadano sempre di pari passo è confermato dall'esperienza in modo troppo sicuro perché in proposito possa essere possibile alcun dubbio. Ne dà testimonianza ciascuna delle innumerevoli fatiche infruttuose che ogni giorno, per imperizia tecnica o per speculazione fallita o semplicemente per sventura, vengono sprecate per un risultato senza valore. Ma non meno anche ciascuno dei numerosi casi in cui poca fatica è ricompensata con alto valore».²³
Se dunque ciò nonostante per un qualche ambito si afferma un accordo necessario e conforme a legge tra le due grandezze, si deve rendere conto a sé stessi e ai propri lettori di alcune ragioni capaci di sostenere una tale affermazione.
Marx adduce ora anche nel suo sistema una fondazione. Credo però di poter convincere che la via di fondazione imboccata era fin dall'origine innaturale, non corrispondente alla natura del problema; che inoltre la fondazione esposta nel sistema non era manifestamente quella mediante la quale Marx stesso pervenne alla sua convinzione, - ma che essa fu escogitata a posteriori come sostegno artificiosamente confezionato per un'opinione preconcetta attinta da altre impressioni; che infine - e questa è la cosa più decisiva - l'argomentazione è cosparsa di un cumulo dei più evidenti errori logici e metodologici, che la privano di ogni forza dimostrativa.
Guardiamo più da vicino.
La tesi fondamentale che Marx propone alla credenza dei suoi lettori è che il valore di scambio delle merci - poiché soltanto su questo, non sul valore d'uso, è rivolta la sua analisi - trovi fondamento e misura nelle quantità di lavoro incorporate nelle merci.
Ora, tanto i valori di scambio, ossia i prezzi delle merci, quanto le quantità di lavoro necessarie alla loro riproduzione sono grandezze esteriormente manifeste, che nel complesso sono abbastanza ben accessibili a un accertamento empirico. Per Marx, dunque, la cosa più ovvia sarebbe stata, per convincersi di una proposizione la cui esattezza o inesattezza deve imprimersi nei fatti dell'esperienza, di appellarsi all'esperienza, in altre parole: di intraprendere anche una prova puramente empirica per la sua tesi, accessibile a una prova puramente empirica. Ma questo Marx non lo fa. E non si può nemmeno dire che egli sia passato con noncuranza accanto a questa possibile e certo anche appropriata fonte di conoscenza e di prova. Bensì, come dimostrano le esposizioni del suo terzo volume, egli sa benissimo come siano fatti i fatti empirici e che essi sono contrari alla sua tesi. Egli sa che i prezzi delle merci si fissano non in proporzione alla quantità di lavoro incorporata, bensì ai costi di produzione complessivi, che comprendono ancora anche altri elementi. Egli ha perciò evitato la prova più naturale della sua tesi non certo per caso, bensì nella chiara consapevolezza che per questa via non si potesse conseguire un risultato favorevole alla sua tesi.
Esiste però anche un secondo procedimento di prova e di persuasione, parimenti del tutto naturale per tesi di questo genere, vale a dire quello psicologico. Si possono infatti indagare - con una mescolanza di induzione e deduzione assai consueta nella nostra scienza - i motivi che guidano gli uomini da un lato nel compimento degli scambi e nella determinazione dei prezzi di scambio, dall'altro nella loro partecipazione alla produzione; e dalla natura di questi motivi si possono trarre conclusioni circa un modo tipico di agire degli uomini, dove, fra l'altro, potrebbe concepibilmente risultare anche una connessione tra i prezzi regolarmente richiesti e accordati e la quantità di lavoro necessaria per la produzione delle merci. Questo metodo è stato applicato spesso e con il miglior successo proprio in questioni analoghe - su di esso poggiano, per esempio, la consueta fondazione della legge della domanda e dell'offerta, della legge dei costi di produzione, la spiegazione della rendita fondiaria ecc. - e anche Marx stesso se ne è servito, almeno in forma grezza, non di rado. Soltanto proprio nel caso della sua tesi fondamentale egli lo evita di nuovo. Benché evidentemente la connessione esteriore asserita tra valori di scambio e quantità di lavoro potrebbe trovare la sua piena comprensione solo attraverso lo svelamento degli anelli intermedi psicologici che concatenano l'una e gli altri, egli rinuncia all'esposizione di queste connessioni interne; anzi, dichiara perfino occasionalmente che "la più profonda analisi" delle "due forze motrici sociali" della "domanda e dell'offerta", che condurrebbe appunto a quella connessione interna, è "qui non opportuna" (III. 169), dove quel "qui" si riferisce bensì in primo luogo soltanto a un excursus sull'influenza della domanda e dell'offerta sulla formazione dei prezzi, ma di fatto e praticamente si estende, in quanto si tratti di un'analisi davvero "profonda" e accurata, all'intero sistema marxiano e in particolare anche alla fondazione del suo più importante pensiero fondamentale.
Anche qui, però, vi è di nuovo qualcosa di singolare da notare. Marx infatti non passa accanto neppure a questo secondo metodo di ricerca, possibile e naturale, con candida noncuranza. Egli lo evita anzi nuovamente di proposito e nella piena consapevolezza di quale risultato esso porterebbe e che questo non sarebbe favorevole alla sua tesi. Nel terzo volume egli chiama infatti realmente in causa, sotto il loro rozzo nome collettivo di "concorrenza", quegli impulsi operanti nella produzione e nello scambio alla cui "più profonda analisi" egli rinuncia qui e altrove, e sa ed espone che questi impulsi in realtà non conducono a un adeguamento dei prezzi alle quantità di lavoro incorporate nelle merci, ma al contrario li allontanano da questo metro e li sospingono verso un livello che corrisponde alla cooperazione di almeno un secondo fattore coordinato. È appunto la "concorrenza" che, secondo Marx, determina la formazione del celebre saggio medio del profitto e la "trasformazione" dei puri valori-lavoro in "prezzi di produzione" che da essi divergono e racchiudono una porzione di profitto medio.
Invece di fondare la sua tesi empiricamente sull'esperienza o psicologicamente sui motivi in essa operanti, Marx preferisce imboccare un terzo procedimento di prova, per una materia di questo genere certamente alquanto strano: la via di una prova puramente logica, di una deduzione dialettica a partire dall'essenza dello scambio.
Marx ha trovato già nell'antico Aristotele il pensiero che "lo scambio non può sussistere senza l'uguaglianza, l'uguaglianza però non senza la commensurabilità" (I. 35). A questo pensiero egli si riallaccia. Si rappresenta lo scambio di due merci sotto l'immagine di un'equazione, ne deduce che nelle due cose scambiate e con ciò equiparate deve esistere "un che di comune della medesima grandezza", e si propone di rintracciare questo elemento comune, al quale le cose equiparate, in quanto valori di scambio, devono essere "riducibili" (I. 11).
Vorrei osservare, per inciso, che già il primo presupposto, secondo cui nello scambio di due cose dovrebbe manifestarsi un'"uguaglianza" delle medesime, mi sembra concepito in modo assai poco moderno - il che in fondo non avrebbe poi grande importanza -, ma anche assai poco realistico o, per dirla in buon tedesco, scorretto. Là dove regnano uguaglianza ed esatto equilibrio non suole infatti subentrare alcun mutamento della posizione di quiete precedente. Se dunque, nel caso dello scambio, la faccenda si conclude con il fatto che le merci cambiano di proprietario, ciò è assai più un segno che era in gioco una qualche disuguaglianza o una preponderanza, dal cui prevalere è stato imposto il mutamento - esattamente come tra le parti costitutive di corpi composti avvicinati l'uno all'altro vengono contratti nuovi legami chimici, quando l'"affinità chimica" verso le parti costitutive del corpo estraneo avvicinato non è appunto egualmente forte, bensì più forte che verso le parti costitutive della composizione precedente. In effetti anche l'economia politica moderna è concorde nel ritenere inesatta l'antica concezione scolastico-teologica dell'"equivalenza" dei valori da scambiare. Ma non voglio dare a questo punto ulteriore peso e mi rivolgo all'esame critico di quelle operazioni logiche e metodiche mediante le quali Marx distilla, come l'"elemento comune" cercato, il lavoro.
Sono appunto queste operazioni quelle delle quali ho già accennato sopra che mi sembrano costituire il punto più vulnerabile della teoria marxiana. Esse presentano quasi altrettanti errori scientifici capitali quanti sono gli anelli del pensiero - e questi non sono affatto pochi -, e recano tracce palpabili del fatto di essere state escogitate e congegnate a posteriori, allo scopo di far emergere un'opinione preconcetta come apparente risultato naturale di un effettivo procedimento di ricerca.
Nella ricerca dell'"elemento comune" caratteristico del valore di scambio Marx adotta il seguente procedimento. Passa in rassegna le diverse proprietà che gli oggetti equiparati nello scambio in genere possiedono, elimina poi, secondo il metodo dell'esclusione, tutte quelle che non superano la prova, finché alla fine rimane ancora una sola proprietà. Questa - è la proprietà di essere prodotto del lavoro - deve allora essere la cercata proprietà comune.
Questo procedimento è alquanto strano, ma in sé non riprovevole. È certamente alquanto strano che, invece di mettere positivamente alla prova la presunta proprietà caratteristica - il che però avrebbe condotto a uno dei due metodi prima discussi, da Marx deliberatamente evitati -, ci si procuri la convinzione che proprio essa sia la proprietà cercata unicamente per la via negativa, secondo cui tutte le altre proprietà non lo sono, una però deve pur esserlo. Tuttavia questo metodo può condurre alla meta desiderata, se viene maneggiato con la necessaria cautela e completezza; cioè se si bada con scrupolosa diligenza a che tutto ciò che vi appartiene venga effettivamente immesso nel setaccio logico, e poi a non commettere alcuna svista presso nessuno dei singoli anelli che vengono esclusi nel corso della setacciatura.
Come procede invece Marx?
Egli immette fin da principio nel setaccio soltanto quelle cose dotate di valore di scambio che possiedono la proprietà che alla fine vuole setacciare fuori come la "comune", e lascia fuori tutte quelle di altra natura. Fa come chi desidera vivamente che dall'urna esca una pallina bianca e, cautamente, favorisce questo risultato non mettendo nell'urna altre palline che bianche. Egli limita infatti fin da principio l'ambito della sua indagine sulla sostanza del valore di scambio alle "merci", intendendo questo concetto, senza definirlo proprio accuratamente, in ogni caso in senso più ristretto di quello dei "beni" e restringendolo ai prodotti del lavoro in contrapposizione ai doni della natura. Ora è pur evidente: se realmente lo scambio significa un'equiparazione che presuppone l'esistenza di un "elemento comune di uguale grandezza", allora questo elemento comune deve pur essere cercato e trovato presso tutte le specie di beni che entrano nello scambio; non soltanto presso i prodotti del lavoro, ma anche presso i doni della natura, come il suolo e il terreno, il legname in piedi, le forze idriche, i giacimenti di carbone, le cave, i giacimenti di petrolio, le acque minerali, le miniere d'oro e simili.13 Escludere i beni dotati di valore di scambio che non sono prodotti del lavoro nella ricerca dell'elemento comune che sta a fondamento del valore di scambio è, in tali circostanze, un peccato mortale metodologico. Non è altro che se un fisico volesse indagare la ragione di una proprietà comune a tutti i corpi, per esempio la gravità, mediante una setacciatura delle proprietà di un singolo gruppo di corpi, per esempio dei corpi trasparenti, passando in rassegna tutte le proprietà comuni ai corpi trasparenti, dimostrando di tutte le altre loro proprietà che esse non possono essere la ragione della gravità, e in base a ciò proclamando infine che la trasparenza dovrebbe essere la causa della gravità!
L'esclusione dei doni della natura (che certamente non sarebbe venuta in mente al padre del pensiero dell'equiparazione nello scambio, Aristotele) si lascia giustificare tanto meno, in quanto alcuni doni della natura, come il suolo e il terreno, appartengono agli oggetti più importanti del patrimonio e del traffico economico, e in quanto non si può affatto sostenere che presso i doni della natura i valori di scambio si fissino sempre soltanto in modo del tutto casuale e arbitrario. Da un lato prezzi casuali ricorrono anche presso i prodotti del lavoro, e dall'altro i prezzi dei doni della natura presentano spesso le più chiare relazioni con punti di riferimento o motivi determinanti fissi. Che, per esempio, il prezzo d'acquisto dei fondi costituisca un multiplo della loro rendita commisurato al saggio d'interesse vigente nel paese, è altrettanto noto quanto è certo che il legname in piedi o il carbone nella miniera, con diversa qualità o in diverse giaciture aventi disuguali condizioni di trasporto, non ottiene un prezzo diverso per puro caso, e simili.
Marx si guarda bene anche dal rendere espresso conto del fatto che, e del perché, abbia escluso fin da principio dall'indagine una parte dei beni dotati di valore di scambio. Anche qui egli sa, come tanto spesso, scivolare sopra i punti delicati del suo ragionamento con un'abilità dialettica viscida come quella di un'anguilla. Egli evita anzitutto di richiamare l'attenzione del lettore sul fatto che il suo concetto di "merce" è più ristretto di quello del bene dotato di valore di scambio in generale. Per la successiva restrizione dell'indagine alle merci egli prepara assai abilmente un naturale punto di aggancio mediante la frase generale, apparentemente del tutto innocua, posta all'inizio del suo libro, secondo cui "la ricchezza delle società nelle quali domina il modo di produzione capitalistico si presenta come un'immane raccolta di merci". Questa proposizione è completamente falsa, se si intende l'espressione merce nel senso di prodotti del lavoro che Marx vi sottintende più tardi. Poiché i doni della natura, incluso il suolo e il terreno, costituiscono una parte assai considerevole e non minimamente indifferente della ricchezza nazionale. Ma il lettore non prevenuto sorvola facilmente su questa inesattezza, perché egli non sa che Marx attribuirà più tardi all'espressione merce un senso molto più ristretto.
Anche nel seguito ciò non viene ancora chiarito. Al contrario, nei primi capoversi del primo capitolo si parla alternativamente della "cosa", del "valore d'uso", del "bene" e della "merce", senza che tra quest'ultima e i primi venga tracciata una netta distinzione. "L'utilità di una cosa" — si legge a p. 10 — "ne fa un valore d'uso". "Il corpo della merce ... è un valore d'uso o bene". A p. 11 leggiamo: "Il valore di scambio appare ... come il rapporto quantitativo ..., in cui valori d'uso di una specie si scambiano contro valori d'uso di un'altra specie". Si badi bene: qui come campo del fenomeno del valore di scambio viene addirittura ancora indicato il valore d'uso = bene. E con la frase: "Consideriamo la cosa più da vicino", che di certo non è atta ad annunciare un passaggio a un altro e più ristretto ambito d'indagine, Marx prosegue: "Una singola merce, per esempio un quarter di frumento, si scambia nelle più diverse proporzioni con altri articoli". E "Prendiamo inoltre due merci" ecc. Nello stesso capoverso ricompare addirittura ancora una volta l'espressione "cose", e proprio nella formulazione importante per il problema, secondo cui "un che di comune della stessa grandezza esiste in due cose diverse" (che vengono appunto poste eguali l'una all'altra nello scambio). Alla pagina seguente, 12, Marx conduce però la ricerca del "comune" soltanto per il "valore di scambio delle merci", senza far notare con una sola parola che con ciò egli intende aver ristretto il campo d'indagine a una parte delle cose dotate di valore di scambio.14 E subito alla pagina successiva, p. 13, la restrizione viene di nuovo abbandonata e il risultato appena ottenuto per l'ambito più ristretto delle merci viene applicato alla cerchia più ampia dei valori d'uso dei beni. "Un valore d'uso o bene ha dunque un valore soltanto perché in esso è oggettivato o materializzato lavoro umano astratto!"
Se Marx, nel punto decisivo, non avesse ristretto l'indagine ai prodotti del lavoro, ma avesse cercato il comune anche presso le risorse naturali dotate di valore di scambio, sarebbe stato palese che il lavoro non può essere il comune. Se egli avesse compiuto quella restrizione in modo esplicito e manifesto, allora egli stesso e i suoi lettori sarebbero immancabilmente inciampati nel grossolano errore metodico, avrebbero dovuto sorridere del ingenuo artificio mediante il quale la proprietà di essere prodotto del lavoro viene felicemente distillata come proprietà comune di una cerchia, dopo che si sono prima espressamente escluse dalla medesima tutte le cose dotate di valore di scambio che per natura vi apparterrebbero parimenti, ma che non sono prodotti del lavoro. L'artificio poteva farsi soltanto così come Marx l'ha fatto, inavvertitamente, con una dialettica che scivola in fretta e con leggerezza sul punto delicato. Esprimendo la mia sincera ammirazione per l'abilità con cui Marx ha saputo presentare in modo accettabile un procedimento tanto difettoso, non posso naturalmente che constatare che il procedimento era del tutto difettoso.
Ma proseguiamo nell'esame. Con l'artificio appena descritto Marx aveva pur sempre ottenuto soltanto che il lavoro potesse in generale entrare in concorrenza. Mediante l'artificiosa restrizione della cerchia esso era in primo luogo divenuto una proprietà "comune" a questa ristretta cerchia. Ma accanto ad esso potevano pur sempre entrare in questione, come comuni, anche altre proprietà. In che modo vengono ora estromessi questi altri concorrenti?
Ciò avviene mediante due ulteriori anelli del ragionamento, di cui ciascuno contiene solo poche parole, ma in esse uno dei più gravi errori logici.
Nel primo anello Marx esclude tutte le "proprietà geometriche, fisiche, chimiche o altre proprietà naturali delle merci". Poiché "le loro proprietà corporee vengono in considerazione solo in quanto esse stesse le rendono utilizzabili, dunque in valori d'uso. D'altra parte, però, il rapporto di scambio delle merci è palesemente caratterizzato dall'astrazione dai loro valori d'uso". Poiché "all'interno di esso (del rapporto di scambio) un valore d'uso vale esattamente quanto ogni altro, purché sia presente in proporzione adeguata" (I. 12).
"Che cosa avrebbe detto Marx della seguente argomentazione? In un teatro d'opera tre eccellenti cantanti, un tenore, un basso e un baritono, hanno ciascuno uno stipendio di 20.000 f1. Ci si domanda: qual è la circostanza comune per la quale essi vengono posti l'uno eguale all'altro nello stipendio? e io rispondo: nella questione dello stipendio una buona voce vale esattamente quanto ogni altra, una buona voce di tenore quanto una buona voce di basso o una buona voce di baritono, purché sia comunque presente in proporzione adeguata. Di conseguenza si astrae "palesemente", nella questione dello stipendio, dalla buona voce, di conseguenza la buona voce non può essere la causa comune dell'alto stipendio. — Che questa argomentazione sia falsa, è chiaro. Ma altrettanto chiaro è anche che la conclusione marxiana, sulla quale essa è esattamente ricalcata, non è di un capello più corretta. Entrambe soffrono dello stesso errore. Esse confondono l'astrazione da una circostanza in generale con l'astrazione dalle particolari modalità sotto le quali questa circostanza si presenta. Ciò che nel nostro esempio è indifferente per la questione dello stipendio è evidentemente soltanto la particolare modalità sotto la quale la buona voce appare, se come tenore, come basso, come voce di baritono, ma non certo la buona voce in generale. E parimenti, per il rapporto di scambio delle merci si astrae bensì dalla particolare modalità sotto la quale può apparire il valore d'uso delle merci, se la merce serva all'alimentazione, all'abitazione, al vestiario ecc., ma non certo dal valore d'uso in generale. Che non si astragga senz'altro da quest'ultimo, Marx avrebbe già potuto desumerlo dal fatto che nessun valore di scambio può esistere là dove non sia presente un valore d'uso, un fatto che Marx stesso è ripetutamente costretto ad ammettere." (Böhm-Bawerk)15
Ma ancora peggio è messo l'anello successivo del corso della dimostrazione. "Se si prescinde dal valore d'uso dei corpi delle merci" — prosegue Marx testualmente — "ad essi rimane ancora soltanto una proprietà, quella di essere prodotti del lavoro". Davvero? domando oggi, così come ho domandato 12 anni fa: soltanto ancora una proprietà? Ai beni dotati di valore di scambio non rimane forse comune, per esempio, anche la proprietà di essere rari in rapporto al fabbisogno? Oppure di essere oggetto di domanda e di offerta? Oppure di essere appropriati? Oppure di essere "prodotti della natura"? Poiché che essi siano tanto prodotti della natura quanto prodotti del lavoro nessuno lo dice più chiaramente di Marx stesso, quando una volta dichiara: "I corpi delle merci sono combinazioni di due elementi, materia naturale e lavoro". Oppure non è forse comune ai valori di scambio anche la proprietà di cagionare costi ai loro produttori — una proprietà di cui Marx nel terzo volume si ricorda così esattamente?
Perché dunque, domando anche oggi di nuovo, il principio del valore non dovrebbe risiedere altrettanto bene in una qualsiasi di queste proprietà comuni, invece che nella proprietà di essere prodotto del lavoro? Poiché a favore di quest'ultima Marx non ha addotto nemmeno la traccia di una ragione positiva; la sua unica ragione è quella negativa, che il valore d'uso felicemente eliminato per astrazione non è il principio del valore di scambio. Ma questa ragione negativa non spetta forse in misura esattamente eguale a tutte le altre proprietà comuni trascurate da Marx?
Anzi, di più! Alla stessa p. 12, sulla quale Marx ha eliminato per astrazione l'influsso del valore d'uso sul valore di scambio con la motivazione che un valore d'uso vale tanto quanto ogni altro, purché sia presente in proporzione adeguata, egli ci racconta dei prodotti del lavoro quanto segue:
"Tuttavia anche il prodotto del lavoro ci si è già trasformato fra le mani. Se astraiamo dal suo valore d'uso, astraiamo anche dalle componenti corporee e dalle forme che ne fanno un valore d'uso. Esso non è più tavolo o casa o filo o qualche altra cosa utile. Tutte le sue proprietà sensibili sono cancellate. Esso non è più nemmeno il prodotto del lavoro del falegname o del lavoro edile o del lavoro di filatura o di qualche altro determinato lavoro produttivo. Con il carattere utile dei prodotti del lavoro scompare il carattere utile dei lavori in essi rappresentati, scompaiono dunque anche le diverse forme concrete di questi lavori; essi non si distinguono più, bensì sono tutti insieme ridotti a eguale lavoro umano, lavoro umano astratto."
Si può dire più chiaramente ed espressamente che per il rapporto di scambio non soltanto un valore d'uso, ma anche una specie di lavoro e di prodotti del lavoro "vale esattamente quanto ogni altra, purché sia presente in proporzione adeguata"? Che, in altre parole, esattamente lo stesso stato di fatto, in base al quale Marx ha appena pronunciato il suo verdetto di esclusione contro il valore d'uso, sussiste anche riguardo al lavoro? Lavoro e valore d'uso hanno un lato qualitativo e uno quantitativo. Tanto quanto il valore d'uso è qualitativamente diverso come tavolo, casa o filo, altrettanto lo è il lavoro come lavoro del falegname, lavoro edile o lavoro di filatura. E tanto quanto si può confrontare il lavoro di specie diversa secondo la sua quantità, esattamente così si possono confrontare valori d'uso di specie diversa secondo la grandezza del valore d'uso. È assolutamente impossibile da scoprire perché l'identico stato di fatto debba condurre per l'uno dei concorrenti all'esclusione, per l'altro all'incoronazione con il prezzo! Se Marx avesse per caso invertito l'ordine dell'indagine, avrebbe potuto, con esattamente lo stesso apparato di conclusioni con cui ha escluso il valore d'uso, escludere il lavoro e poi di nuovo, con lo stesso apparato di conclusioni con cui ha incoronato il lavoro, proclamare il valore d'uso come l'unica proprietà comune rimasta e dunque cercata, e dichiarare il valore una "gelatina di valore d'uso". Credo che si possa affermare non per scherzo, bensì con piena serietà, che nei due capoversi della p. 12, nel primo dei quali si elimina per astrazione l'influsso del valore d'uso e nel secondo si dimostra il lavoro come il comune cercato, i soggetti si lascerebbero scambiare reciprocamente senza alcun mutamento nell'esteriore correttezza logica; che nella struttura immutata delle proposizioni del primo capoverso si potrebbero inserire, al posto del valore d'uso, ovunque il lavoro e i prodotti del lavoro, e nella struttura del secondo, al posto del lavoro, ovunque il valore d'uso!
Tale è la logica e la metodica con cui Marx introduce nel suo sistema il suo principio fondamentale del lavoro come unico fondamento del valore. Ritengo del tutto escluso che questo hocus-pocus dialettico sia stato per Marx stesso fondamento e fonte della convinzione. Un pensatore del rango di Marx — e io lo stimo per una forza di pensiero di primissimo rango — se per lui si fosse trattato di formare anzitutto la propria convinzione e di cercare davvero il reale nesso delle cose con sguardo libero e imparziale, non avrebbe potuto in alcun modo cercare fin dall'inizio per una via tanto contorta e contraria alla natura, non avrebbe potuto in alcun modo, per mera infelice casualità, cadere uno dopo l'altro in tutti gli errori logici e metodici descritti e riportare a casa, come risultato naturale, non previsto e non voluto in anticipo, di un simile cammino di ricerca, la tesi del lavoro come unica fonte del valore.
Credo che il reale stato di fatto fosse diverso. Non dubito affatto che Marx fosse davvero e onestamente convinto della sua tesi. Ma le ragioni della sua convinzione non sono quelle che egli ha scritto nel sistema. Erano probabilmente, in fondo, più impressioni che ragioni.
Soprattutto le impressioni dell'autorità. Smith e Ricardo, le grandi autorità, avevano infatti insegnato, come almeno allora si credeva, la stessa tesi. Tuttavia non l'avevano fondata più di quanto facesse Marx, ma l'avevano soltanto postulata a partire da certe impressioni generali e vaghe. Al contrario, là dove guardavano da vicino, e per àmbiti in cui un'osservazione più precisa non si poteva evitare, l'hanno espressamente contraddetta. Per l'economia empirica sviluppata Smith ha insegnato, proprio come Marx nel suo terzo volume, il gravitare dei valori e dei prezzi verso un livello di costi che, oltre al lavoro, racchiude anche un guadagno medio del capitale, e Ricardo, nella celebre sezione IV del capitolo «On value», ha parimenti esposto con ogni chiarezza ed espressamente che, accanto al lavoro immediato e mediato, anche l'entità e la durata dell'investimento di capitale esercitano un'influenza determinante sul valore dei beni. Per poter inseguire, senza visibile contraddizione, il prediletto pensiero filosofico del lavoro come «vera» fonte del valore, dovettero rifugiarsi con esso nel paese e nel tempo della favola, dove non esistevano ancora né capitalisti né proprietari fondiari. Qui esso poteva essere affermato senza essere confutato, perché incontrollato. Non controllato dall'esperienza, che per ciò non esiste, e non controllato dall'analisi scientifico-psicologica, perché – proprio come Marx – essi evitarono una tale analisi: non fondavano, postulavano come stato «naturale» un idillio del valore-lavoro.16
In tali stati d'animo e concezioni, che attraverso l'autorità di Smith e Ricardo avevano acquisito un prestigio enorme, benché certo non incontestato, Marx subentrò come erede. E come socialista ardente vi credette volentieri. Nessuna meraviglia che egli, di fronte a un pensiero così perfettamente atto a sostenere la sua concezione economica del mondo, non si mostrasse più scettico di un Ricardo, al quale pure quel pensiero doveva andare profondamente contro corrente. Nessuna meraviglia neppure che egli non si lasciasse indurre dalle dichiarazioni contraddittorie dei classici a dubbi critici contro la tesi del valore-lavoro, ma le interpretasse soltanto come tentativi dei classici di sottrarsi per una via traversa alle sgradite conseguenze di una verità scomoda. In breve, nessuna meraviglia che, sulla base dello stesso materiale che aveva indotto i classici alle loro dichiarazioni unilaterali, per metà vaghe, per metà contraddette e per nulla fondate, egli per parte sua credesse alle medesime tesi, ma fortemente, incondizionatamente e con ardente convinzione. Per sé non aveva bisogno di ulteriori ragioni. Solo per il suo sistema aveva bisogno di una fondazione formale.
Che in questa egli non potesse semplicemente appoggiarsi ai classici si comprende, poiché questi infatti non avevano fondato nulla. Sappiamo anche che egli non poteva né appellarsi all'esperienza né tentare una fondazione economico-psicologica, poiché queste vie l'avrebbero manifestamente condotto all'esatto contrario della sua tesi da dimostrare. Si rivolse dunque alla speculazione logico-dialettica, del resto consona al suo orientamento intellettuale. E qui valse il motto: aiuti ciò che può aiutare! Egli sapeva ciò che voleva e doveva far uscire, e così rigirò e avvitò i pazienti concetti e le premesse con ammirevole raffinatezza tanto a lungo, finché il risultato già noto in anticipo ne uscì realmente in forma conclusiva esteriormente rispettabile. Forse che egli ne fosse così accecato dalle sue convinzioni da non percepire affatto le mostruosità logiche e metodiche che vi dovevano necessariamente intervenire; forse che le percepisse, ma le giustificasse a se stesso come meri aiuti formali, per procurare anche a una verità nella sua più profonda convinzione fondata nel merito la veste sistematica che le spettava: su questo io non posso, e oggi probabilmente nessuno più può, giudicare. Ciò che però vorrei affermare è che forse mai altrimenti una mente così potente nel pensiero come fu Marx ha esibito una logica così gravemente, così continuamente e così palpabilmente falsa come fa Marx nella fondazione sistematica della sua tesi fondamentale.
Questa tesi falsa egli la intesse ora nel suo sistema. Con un'ammirevole abilità tattica, che si rivela di nuovo brillantemente già nei suoi passi successivi. Benché infatti egli abbia derivato la sua tesi, evitando accuratamente la prova dell'esperienza, unicamente «dal profondo dell'animo», il pensiero di mettere alla prova il risultato di questa speculazione aprioristica con l'esperienza non si lascia tuttavia del tutto respingere. Se Marx stesso non lo avesse fatto, lo avrebbero presumibilmente fatto i suoi lettori di propria iniziativa. Come agisce dunque Marx?
Egli divide. In un punto l'incongruenza della sua tesi con l'esperienza è flagrante. Questo punto egli stesso lo affronta, prendendo il toro per le corna. Egli infatti, in conseguenza del suo principio fondamentale, aveva insegnato che il valore delle diverse merci sta in rapporto come il tempo di lavoro necessario alla loro produzione (I. 14). Ora è evidente anche per l'osservatore frettoloso che questa tesi non regge di fronte a certi fatti, che per esempio il prodotto giornaliero di uno scultore, di un ebanista d'arte, di un liutaio, di un costruttore di macchine ecc. ha certamente un valore non uguale, bensì assai più alto, del prodotto giornaliero di un comune artigiano o operaio di fabbrica, benché in entrambi sia «incorporato» altrettanto tempo di lavoro. Marx porta ora egli stesso questi fatti al discorso con una magistrale svolta dialettica. Ne prende atto in un tono come se essi non contenessero un conflitto con il suo principio fondamentale, ma soltanto una lieve variante di esso, che si mantiene ancora entro la regola e richiede solo una certa delucidazione o determinazione più precisa di quest'ultima. Egli dichiara infatti di voler intendere come lavoro nel senso del suo teorema il «dispendio di forza-lavoro semplice», «che in media ogni uomo comune, senza particolare sviluppo, possiede nel suo organismo corporeo»; in altre parole, «lavoro semplice medio» (I. 19), similmente già (I. 13). «Il lavoro più complicato» – egli prosegue poi – «vale solo come lavoro semplice potenziato, o piuttosto moltiplicato, sicché un quantum minore di lavoro complicato è uguale a un quantum maggiore di lavoro semplice. Che questa riduzione avvenga costantemente lo mostra l'esperienza. Una merce può essere il prodotto del lavoro più complicato: il suo valore la pone uguale al prodotto di lavoro semplice e rappresenta quindi essa stessa solo un determinato quantum di lavoro semplice. Le diverse proporzioni, in cui diverse specie di lavoro sono ridotte al lavoro semplice come loro unità di misura, vengono fissate da un processo sociale alle spalle dei produttori e appaiono perciò loro date dalla consuetudine».
Per un lettore che corre rapidamente questa spiegazione può davvero suonare del tutto plausibile. Se però si osserva soltanto un po' a sangue freddo e con sobrietà, l'impressione si rovescia nel suo contrario.
Il fatto con cui abbiamo a che fare è che il prodotto di una giornata o di un'ora di lavoro qualificato ha un valore maggiore del prodotto di una giornata o di un'ora di lavoro semplice, che per esempio il prodotto giornaliero di uno scultore equivale nel valore a cinque prodotti giornalieri di uno spaccapietre. Ora Marx ha insegnato che le cose poste uguali fra loro nello scambio devono contenere «qualcosa di comune della stessa grandezza», e questo comune dovrebbe essere un lavoro e un tempo di lavoro. Lavoro in generale? Ciò lasciavano supporre le prime, generali esposizioni di Marx fino a p. 13, ma ciò evidentemente non sarebbe esatto: poiché cinque giornate di lavoro non sono certo «la stessa grandezza» di una giornata di lavoro. Perciò Marx ora non dice più lavoro senz'altro, bensì «lavoro semplice»: il comune dovrebbe dunque essere il contenuto di altrettanto lavoro di specie determinata, cioè di lavoro semplice.
Ma ciò, osservato a sangue freddo, è ancora meno esatto, poiché nel prodotto dello scultore non è affatto incorporato alcun «lavoro semplice», tanto meno un lavoro semplice di uguale quantità di quello contenuto in cinque prodotti giornalieri di uno spaccapietre. La sobria verità è che i due prodotti incorporano specie diverse di lavoro in quantità diversa, e questo è pure, come ogni persona spregiudicata ammetterà, l'esatto contrario dello stato di fatto che Marx esige e deve affermare: che cioè essi incorporino lavoro della stessa specie in uguale quantità!
Certo Marx dice: il lavoro complicato «vale» come lavoro semplice moltiplicato, ma «valere» non è «essere», e la teoria mira all'essenza delle cose. Naturalmente gli uomini possono, sotto un qualche riguardo, considerare uguali una giornata di lavoro di scultore a cinque giornate di lavoro di spaccapietre, così come possono per esempio considerare uguale anche un capriolo a cinque lepri. Ma tanto poco un tale considerare-uguale autorizzerebbe lo statistico ad affermare con scientifica serietà, a proposito di una riserva di caccia in cui si trovano 100 caprioli e 500 lepri, che vi siano dentro 1000 lepri, altrettanto poco lo statistico dei prezzi o il teorico del valore è autorizzato ad affermare seriamente che nel prodotto giornaliero dello scultore siano incorporate cinque giornate di lavoro semplice e che questo sia il reale motivo per cui esso, nello scambio, viene posto uguale a cinque prodotti giornalieri dello spaccapietre. Quanto tutto si possa dimostrare, quando ci si permette, là dove l'«essere» ci lascia in asso, di aiutarsi con il «valere» e con il «far valere», cercherò di illustrarlo un istante più tardi con un esempio direttamente adattato al problema del valore. Prima però devo ancora inserire un'altra considerazione.
Marx fa infatti, nel passo citato, un tentativo di giustificare la sua manovra con la «riduzione» del lavoro complicato a lavoro semplice, e precisamente mediante l'esperienza. «Che questa riduzione avvenga costantemente lo mostra l'esperienza. Una merce può essere il prodotto del lavoro più complicato: il suo valore la pone uguale al prodotto di lavoro semplice e rappresenta quindi essa stessa solo un determinato quantum di lavoro semplice».
Bene. Lasciamo per ora che ciò valga, e osserviamo solo un po' più da vicino in quale modo e attraverso quali fattori debba essere determinata la misura di riduzione per questa riduzione empirica invocata da Marx. Qui ci imbattiamo nella percezione molto naturale, ma per la teoria marxiana molto compromettente, che la misura di riduzione non è determinata da nient'altro che dagli stessi rapporti di scambio effettivi. Non è determinato né determinabile a priori, a partire da una qualche proprietà inerente ai lavori qualificati, in quale rapporto essi debbano essere convertiti in lavoro semplice nella formazione del valore dei loro prodotti, ma non decide nient'altro che l'esito effettivo, gli effettivi rapporti di scambio. Marx stesso lo dice: «il suo valore la pone uguale al prodotto di lavoro semplice», ed egli rinvia a «un processo sociale» attraverso il quale «alle spalle dei produttori vengono fissate le diverse proporzioni in cui diverse specie di lavoro sono ridotte al lavoro semplice come loro unità di misura», e che queste proporzioni appaiono perciò «date dalla consuetudine».
Che cosa significa, in queste circostanze, il richiamo al "valore" e al "processo sociale" come fattori determinanti della scala di riduzione? — Significa, prescindendo da tutto il resto, il puro e nudo circolo nella spiegazione. Oggetto della spiegazione dovrebbero infatti essere i rapporti di scambio delle merci, ad esempio anche il perché una statuetta, che è costata un giorno di lavoro di scultore, si scambi con un carico di pietrame che è costato cinque giorni di lavoro di spaccapietre, e non forse contro una quantità maggiore o minore di pietrame che costa dieci oppure soltanto tre giorni di lavoro. Che cosa ci dice Marx a spiegazione? Il rapporto di scambio è questo e non un altro, perché il giorno di lavoro di scultore va appunto ridotto a cinque giorni di lavoro semplice. E perché va ridotto proprio a cinque giorni? Perché l'esperienza mostra che esso viene così ridotto da un processo sociale. E quale è questo processo sociale? Lo stesso che si deve spiegare: lo stesso per cui appunto il prodotto di un giorno di lavoro di scultore viene equiparato nel valore al prodotto di cinque giorni di lavoro comune. Se di fatto esso venisse regolarmente scambiato contro il prodotto di soli tre giornate di lavoro semplice, Marx ci indurrebbe ugualmente a riconoscere la scala di riduzione di 1 : 3 come quella conforme all'esperienza, e a fondare su di essa la spiegazione che e perché una statuetta deve essere scambiata proprio contro il prodotto di tre giornate di lavoro di uno spaccapietre, né più né meno! In breve, è chiaro che per questa via non apprendiamo assolutamente nulla sulla vera causa per cui i prodotti di diverse specie di lavoro si scambiano gli uni con gli altri in questo o quel rapporto; essi si scambiano così, ci dice Marx, sia pure con parole un po' diverse, perché secondo l'esperienza si scambiano così!
Annoto ancora di passaggio che gli epigoni di Marx, forse nella consapevolezza del circolo or ora descritto, hanno tentato di porre la riduzione del lavoro complicato a lavoro semplice su un'altra base, reale. "Non è una finzione, bensì un fatto" — dice Grabski²⁸ — "che un'ora di lavoro complicato ne contiene in sé parecchie di lavoro semplice". Infatti si deve, "per restare conseguenti, tenere conto anche di quel lavoro che è stato impiegato per l'acquisizione dell'abilità artistica". Credo che non occorrano molte parole per rendere evidente la totale insufficienza anche di questa spiegazione. Contro il fatto che al lavoro di esercizio si aggiunga la quota di lavoro di apprendimento che proporzionalmente vi compete, non voglio sollevare alcuna obiezione. Ma evidentemente si potrebbero spiegare le differenze nella validità del lavoro complicato rispetto a quello semplice a partire da tale aggiunta soltanto se la grandezza di quest'ultima corrispondesse alla grandezza di quella differenza. Ad esempio, nel nostro caso supposto, in un'ora di lavoro di scultore in atto starebbero realmente cinque ore di lavoro semplice soltanto se per ogni ora di esercizio toccassero quattro ore di apprendimento, oppure, riconvertito in unità maggiori, se dei 50 anni di vita che uno scultore dedica al suo mestiere apprendendo ed esercitando, egli dovesse apprendere per 40 anni per poter esercitare per 10 anni. Che un simile rapporto, o anche solo uno pressappoco analogo, abbia luogo nella realtà, nessuno vorrà però affermare. Mi distacco perciò dall'evidentemente insufficiente ipotesi d'imbarazzo dell'epigono e torno di nuovo alla dottrina del maestro stesso, per illustrare la natura e la portata dei suoi errori ancora con un esempio nel quale, come credo, il modo erroneo di concludere di Marx viene in luce nel modo più evidente.
Con esattamente lo stesso tipo di argomentazione si potrebbe infatti affermare e sostenere anche la tesi che il principio e la misura del valore di scambio risiedano nel contenuto materiale delle merci, che le merci si scambino nel rapporto della quantità di materia in esse incorporata. Dieci chili di materia in una data forma di merce si scambiano in ogni momento contro dieci chili di materia in un'altra forma di merce. Se contro questa affermazione si obietta naturalmente che essa è pur evidentemente falsa, poiché ad esempio 10 chili d'oro non si scambiano contro 10, bensì contro 40.000 chili di ferro oppure contro un numero ancora maggiore di chili di carbone, allora replichiamo sul modello di Marx: per la formazione del valore ciò che conta è il contenuto di materia media comune. Questa funge da unità di misura. Materie qualificate, fini, preziose "valgono soltanto come materia semplice potenziata o piuttosto moltiplicata, sicché una quantità minore di materia qualificata è uguale a una quantità maggiore di materia semplice. Che questa riduzione avvenga di continuo, lo mostra l'esperienza. Una merce può essere costituita dalla materia più squisita — il suo valore la equipara alle merci formate di materia comune e perciò essa stessa rappresenta soltanto una determinata quantità di materia comune". Un "processo sociale", la cui effettiva esistenza non può certo essere messa in dubbio, riduce di continuo ad esempio la libbra di oro grezzo a 40.000, la libbra di argento grezzo a 1.500 libbre di ferro grezzo. La lavorazione dell'oro, ad esempio per mano di un comune orefice oppure per la mano di un grande artista, produce ulteriori sfumature nella qualificazione della materia, alle quali la pratica rende giustizia, in base all'esperienza, mediante particolari scale di riduzione. Se perciò una libbra di lingotti d'oro si scambia contro lingotti di ferro di 40.000 libbre, o se una coppa d'oro foggiata da Benvenuto Cellini si scambia, a parità di peso, contro 4.000.000 di libbre di ferro, ciò non è una violazione, bensì una conferma della tesi che le merci si scambiano nel rapporto della "materia media" da esse rappresentata!
Credo che il lettore spregiudicato riconoscerà senza difficoltà in queste argomentazioni i due ingredienti della ricetta marxiana: la sostituzione del "valere" al "essere" e il circolo esplicativo che consiste nel desumere la scala di riduzione proprio da quei rapporti di scambio di fatto esistenti nella società, che hanno appunto bisogno di spiegazione!
Così Marx si è sbarazzato della più stridente contraddizione dei fatti contro la sua teoria — sul piano dialettico, indiscutibilmente, con grande abilità; nella sostanza stessa, naturalmente, come non poteva essere altrimenti, in modo del tutto insufficiente.
Accanto a ciò vi sono però ancora altre incongruenze, di grado meno appariscente, con l'esperienza effettiva, vale a dire quelle che derivano dalla partecipazione dell'investimento di capitale alla determinazione dei prezzi effettivi dei beni, le medesime che, come notato sopra, Ricardo discute nella IV sezione del Capitolo "On value". Di fronte a queste incongruenze Marx imbocca una direzione diversa. Verso di esse chiude per il momento del tutto gli occhi. Le ignora per due volumi interi. Fa come se non esistessero, in quanto le astrae per via di presupposizione durante l'intero primo e secondo volume. Durante tutta l'ulteriore esposizione della sua teoria del valore, come pure nello sviluppo della sua teoria del plusvalore, egli muove infatti sempre dalla "premessa", in parte tacitamente mantenuta, in parte espressamente enunciata, che le merci si scambino realmente ai loro valori, cioè esattamente nel rapporto del lavoro in esse incorporato.17
Egli collega anche questa astrazione per via di presupposizione di nuovo con una mossa dialettica straordinariamente abile. Esistono infatti certe deviazioni di fatto dalla regola teorica, dalle quali un teorico può realmente astrarre: sono le fluttuazioni casuali e transitorie dei prezzi di mercato attorno al loro livello durevole regolare. Marx non manca ora, in occasioni di tal genere in cui dichiara di voler astrarre dalle deviazioni dei prezzi dai valori, di indirizzare l'attenzione dei lettori su tali "circostanze casuali" dalle quali si dovrebbe "prescindere", come sulle "costanti oscillazioni dei prezzi di mercato", il cui "salire e scendere si compensa", e che "si riducono esse stesse al prezzo medio come loro regola interna".18 Con un simile rinvio egli si guadagna l'approvazione dei lettori per la sua astrazione; che però, così facendo, egli astragga non soltanto da fluttuazioni casuali, bensì anche da "deviazioni" del tutto stabili, durevoli, tipiche, la cui esistenza costituisce addirittura una parte integrante della regola stessa da spiegare, ciò resta nascosto al lettore che non guardi con la massima precisione, ed egli scivola, ignaro, oltre il peccato mortale metodologico dell'autore.
Poiché è un peccato mortale metodologico, in un'indagine scientifica, ignorare proprio ciò che si deve spiegare. Ora, la teoria marxiana del plusvalore non mira ad altro che a una spiegazione, condotta nel suo senso, del profitto del capitale. Ma il profitto del capitale risiede proprio in quelle costanti deviazioni dei prezzi delle merci dall'ammontare dei loro meri costi di lavoro. Se perciò si ignorano queste "deviazioni", si ignora addirittura la parte principale di ciò che si deve spiegare. Io ho rimproverato la medesima svista metodologica, 12 anni fa, tanto a Rodbertus, che se ne era reso colpevole nello stesso modo, quanto a Marx stesso.³¹ Mi sia permesso ripetere le parole conclusive della mia critica di allora:
„Essi (i seguaci della teoria dello sfruttamento) affermano la legge secondo cui il valore di tutte le merci poggia sul tempo di lavoro in esse incorporato, per attaccare, nell'istante successivo, tutte le formazioni di valore che con questa „legge“ non armonizzano, ad esempio le differenze di valore che spettano al capitalista come plusvalore, come „illegittime“, „innaturali“, „ingiuste“, e per raccomandarne l'estirpazione. Dapprima dunque essi ignorano l'eccezione, per poter proclamare la loro legge del valore come generale. E dopo aver così carpito la validità generale di essa, tornano di nuovo a porre l'attenzione sulle eccezioni, per bollarle come trasgressioni della legge. Questo modo di concludere non è davvero migliore di quando si percepisce che vi sono molti uomini sciocchi, si ignora che vi sono anche uomini saggi, si perviene per questa via alla „legge universalmente valida“ che „tutti gli uomini sono sciocchi“, e poi si esige l'estirpazione dei saggi esistenti „contro la legge“!“ (Böhm-Bawerk)³²
Per la sua esposizione Marx guadagnò certo, mediante la sua manovra di astrazione, un grande vantaggio tattico. Egli ha escluso „per via di presupposizione“ la realtà perturbante dal suo sistema e perciò, finché può mantenere questa esclusione, non entra in alcun conflitto con essa. Ciò vale per la parte restante, di gran lunga la maggiore, del primo volume, per tutto il secondo e anche per il primo quarto del terzo volume. In questo corso intermedio del sistema marxiano la corrente dei suoi sviluppi e concatenamenti logici scorre con una compattezza e una coerenza interna davvero imponenti. Qui Marx può fare buona logica, perché per via di „presupposizione“ ha previamente messo i fatti in accordo con le sue idee e può perciò rimanere fedele a queste senza urtare contro quelli, e dove a Marx è consentito fare buona logica, là egli sa anche farla, e per giunta in modo magistrale. Queste parti intermedie del sistema, per quanto falso possa essere il punto di partenza del medesimo, fisseranno per sempre, grazie alla loro straordinaria coerenza interna, la gloria del loro autore come forza di pensiero di prim'ordine. E — cosa che come effetto collaterale ha sicuramente giovato non poco all'influenza pratica del sistema marxiano — durante questo lungo corso intermedio, nella coerenza interna sostanzialmente davvero irreprensibile, i lettori che hanno una volta felicemente superato il tumultuoso inizio guadagnano tempo per immedesimarsi nel mondo concettuale marxiano e per acquistare fiducia in quei percorsi di idee che ora scaturiscono davvero così graziosamente l'uno dall'altro e si compongono così bene ordinati in un tutto. Sono dunque lettori consolidati nella fiducia quelli ai quali Marx si rivolge con quelle dure pretese che nel terzo volume è infine costretto ad avanzare.
Poiché, per quanto Marx lo rimandi, una volta egli deve aprire gli occhi sui fatti della vita reale. Egli deve finalmente ammettere dinanzi ai suoi lettori che le merci, nella vita effettiva, e per giunta regolarmente e necessariamente, si scambiano non nel rapporto del tempo di lavoro in esse incorporato, bensì in parte al di sotto, in parte al di sopra di questo rapporto, a seconda che il capitale investito richieda un ammontare minore o maggiore di profitto medio; in breve, che accanto al tempo di lavoro anche l'investimento di capitale costituisce un fattore determinante coordinato del rapporto di scambio delle merci. Di qui sorgono per Marx due dure incombenze. Egli deve in primo luogo tentare di giustificarsi dinanzi ai suoi lettori per aver dapprima, e così a lungo, insegnato che il lavoro costituisce l'unico fattore determinante dei rapporti di scambio; e deve in secondo luogo — il che fu forse l'incombenza ancor più dura — fornire ai suoi lettori, per i fatti ostili alla sua teoria, anche una spiegazione teorica, che evidentemente non poteva risolversi senza resto nella sua teoria del valore-lavoro, ma che d'altra parte non doveva nemmeno contraddirla.
Che in queste dimostrazioni non si potesse più procedere con una logica buona e diritta è comprensibile. Assistiamo ora alla controparte del confuso inizio del sistema. Là Marx, per dedurre un teorema che per via diretta non poteva ricavarsi dai fatti, aveva dovuto fare violenza in parte a questi, in parte e soprattutto alla logica, e mettere in conto alcuni dei più incredibili errori di pensiero. Ora la situazione si ripete. Ora con i teoremi che per due volumi avevano tenuto il campo da soli e quindi indisturbati, si scontrano di nuovo i fatti, i quali naturalmente si conciliano con essi altrettanto poco che all'inizio. Eppure l'armonia del sistema deve essere mantenuta. Ciò non può avvenire altrimenti che, di nuovo, a spese della logica. Assistiamo perciò nel sistema marxiano allo spettacolo a prima vista sorprendente, ma in realtà del tutto naturale nelle condizioni descritte, che la parte di gran lunga preponderante per estensione del sistema rappresenta un capolavoro di logica rigorosa e compatta, degno della forza di pensiero del suo autore, ma nel quale, in due punti — purtroppo proprio quelli decisivi — sono inserite parti di una conduzione del pensiero incredibilmente debole e trascurata: la prima volta proprio all'inizio, dove la teoria si separò per la prima volta dai fatti, e la seconda volta dopo il primo quarto del terzo volume, dove i fatti vengono di nuovo portati nel campo visivo dei lettori; è principalmente il decimo capitolo del terzo libro (pp. 151-179) che qui viene in considerazione.
Una parte di quel contenuto l'abbiamo già imparata a conoscere e a giudicare; si tratta dell'autodifesa di Marx contro l'accusa di contraddizione fra la legge dei prezzi di produzione e la "legge del valore".19 Resta ora ancora da gettare uno sguardo sul secondo compito del capitolo indicato, sulla spiegazione teorica con cui Marx introduce nel suo sistema la teoria dei prezzi di produzione, che tiene conto dei rapporti effettivi.20 Questa considerazione ci conduce ancora a uno dei punti più istruttivi e più caratteristici per il sistema marxiano: alla posizione della "concorrenza" nel suo sistema.
La "concorrenza" è, come ho già accennato una volta più sopra, una sorta di nome collettivo per tutti gli impulsi e i motivi psichici da cui le parti del mercato si lasciano guidare nel loro comportamento, e che in questo modo acquistano influenza sulla formazione dei prezzi. Chi è disposto all'acquisto ha i suoi motivi, che persegue nell'acquisto, e da cui scaturisce per lui una certa norma per l'altezza del prezzo che è disposto a offrire inizialmente o, nel caso estremo, al massimo. E parimenti il venditore e il produttore hanno certi motivi che li determinano a cedere la loro merce a certi prezzi e non ad altri, a continuare o persino ad ampliare la loro produzione a una determinata altezza del prezzo, ma a sospenderla a un'altra altezza. Nella concorrenza dei compratori e dei venditori tutti questi impulsi e moventi determinanti si incontrano ora gli uni con gli altri, e chi si richiama alla concorrenza per spiegare una formazione dei prezzi si richiama in fondo, sotto un nome collettivo, al gioco e all'effetto di tutti quei motivi e impulsi psichici che erano guida presso entrambe le parti del mercato.
Marx ora si sforza in generale di assegnare alla concorrenza e alle forze che in essa agiscono una posizione il più possibile subordinata nel suo sistema. Egli passa oltre, oppure cerca almeno di ridurre il modo e la misura della loro influenza dove e come può. Ciò si mostra in varie occasioni in maniera drastica.
Anzitutto già nella deduzione della sua legge del valore-lavoro. Ogni persona spregiudicata sa e vede che quell'influenza che la quantità di lavoro impiegata esercita in generale sulla forma durevole dei prezzi dei beni — questa influenza non è certo di natura così esclusiva come afferma la legge marxiana del valore — è mediata soltanto dal gioco di domanda e offerta, ossia dalla concorrenza. In scambi isolati o in un monopolio possono emergere prezzi che (anche prescindendo dalle pretese del capitale investito) stanno fuori di ogni proporzione con il tempo di lavoro incorporato. Naturalmente anche Marx lo sa. Ma anzitutto, nella deduzione della sua legge del valore, non porta il discorso su questo. Se lo facesse, non si potrebbe certo respingere l'ulteriore questione e indagine in che modo e attraverso quali anelli intermedi, fra tutti i motivi e fattori che diventano operanti sotto la bandiera della concorrenza, debba spettare proprio al tempo di lavoro l'unica influenza decisiva sull'altezza del prezzo. E la completa analisi di quei motivi, qui inevitabile, avrebbe infallibilmente messo in primo piano il valore d'uso delle merci molto più fortemente di quanto potesse convenire a Marx, avrebbe mostrato alcune cose sotto un'altra luce e infine alcune cose in generale, alle quali Marx non voleva concedere alcuna validità nel suo sistema.
Perciò egli, in quell'occasione in cui una fondazione sistematicamente completa della sua legge del valore gli avrebbe imposto come dovere l'esposizione del ruolo mediatore della concorrenza, scivola anzitutto del tutto in silenzio oltre questo punto. Più tardi se ne ricorda bensì, ma, per luogo e modo della menzione, non come di un anello importante nel sistema teorico, bensì in osservazioni fugaci e occasionali, che riportano il fatto con poche parole, come qualcosa che più o meno si intende da sé, e senza affannarsi con una fondazione più profonda.
- che lo scambio delle merci non è solamente "casuale od occasionale";
- che le merci "da entrambe le parti vengono prodotte in quantità proporzionate che corrispondono approssimativamente al bisogno reciproco, ciò che è portato con sé dalla reciproca esperienza dello smercio, e ciò che così cresce come risultato dallo scambio continuato stesso", e che "nessun monopolio naturale o artificiale metta una delle parti contraenti in condizione di vendere al di sopra del valore, o la costringa a cedere al di sotto di esso".
Dunque una vivace concorrenza reciproca, che è anche già durata abbastanza a lungo da adeguare la produzione allo smercio constatato per esperienza, ossia al bisogno dei compratori, è ciò che Marx richiede qui come condizione affinché la sua legge del valore possa in generale entrare in efficacia. Dobbiamo tenere bene a mente questo passo.
Una fondazione più precisa non vi viene aggiunta. Al contrario, poco dopo, e precisamente proprio nel mezzo di quelle esposizioni in cui Marx parla ancora relativamente nel modo più diffuso della concorrenza, dei suoi due "lati", la domanda e l'offerta, e del loro rapporto con la formazione dei prezzi, egli respinge espressamente un'"analisi più profonda di queste due forze motrici sociali" come "qui non adatta"!21
Ma c'è di più! Per abbassare ancora ulteriormente il significato di domanda e offerta per il sistema teorico, e probabilmente anche per giustificare la sua trascuratezza teorica di questi fattori, Marx ha escogitato una propria, singolare teoria che egli, dopo averla già sfiorata prima in cenni occasionali, sviluppa alle pp. 169 e 170 del terzo volume. Egli parte dal fatto che, quando uno dei due fattori prevale sull'altro, p. es. la domanda sull'offerta, o viceversa, si formano prezzi di mercato irregolari, che deviano dal "valore di mercato" che costituisce il "centro di oscillazione" per questi prezzi di mercato; che invece, se le merci debbono vendersi a questo loro valore di mercato normale, domanda e offerta devono esattamente coincidere. E a ciò annoda la seguente singolare argomentazione: "Quando domanda e offerta si coprono, cessano di agire. Quando due forze agiscono ugualmente in direzione opposta, si annullano a vicenda, non agiscono affatto verso l'esterno, e i fenomeni che si producono sotto questa condizione devono essere spiegati altrimenti che per l'intervento di queste due forze. Quando domanda e offerta si annullano reciprocamente, cessano di spiegare alcunché, non agiscono sul valore di mercato e ci lasciano ancor più al buio sul perché il valore di mercato si esprima proprio in questa somma di denaro e in nessun'altra". Dal rapporto di domanda e offerta si possono dunque bensì spiegare le "deviazioni dal valore di mercato", prodotte dal prevalere di una forza sull'altra, ma non l'altezza del valore di mercato stesso.
Che questa strana teoria si adatti bene al sistema di Marx è evidente. Se per l'altezza dei prezzi durevoli dal rapporto di domanda e offerta non c'è assolutamente nulla da spiegare, allora era anche del tutto in regola che Marx, nella sua fondazione, non si curasse oltre di questi fattori irrilevanti e introducesse senza ulteriori giri nel sistema quel fattore che, secondo la sua opinione, esercita da solo un'influenza reale sull'altezza del valore, vale a dire il lavoro.
Ma è, come io credo, non meno evidente che quella strana teoria è completamente falsa. La sua argomentazione poggia, come tanto spesso in Marx, su un gioco di parole.
È del tutto giusto che nella vendita di una merce al suo valore di mercato normale, in un certo senso, domanda e offerta debbano coincidere: cioè che a questo prezzo se ne richieda effettivamente tanta quanta se ne offra della merce. Ma ciò vale non soltanto nella vendita al valore di mercato normale, bensì in ogni prezzo di mercato, anche deviante e irregolare. Inoltre è a tutti, e anche a Marx, ben noto che domanda e offerta sono grandezze elastiche. Oltre alla domanda e all'offerta che giungono di fatto allo scambio, vi è sempre anche una domanda e un'offerta "escluse"; una quantità di persone che parimenti richiedono la merce per il loro bisogno, ma che non vogliono o non possono offrire il prezzo offerto dai loro concorrenti più forti, e una quantità di persone che sarebbero parimenti disposte a fornire la merce richiesta, ma soltanto a prezzi più alti di quelli che entrano in questione sul mercato attuale. Ora, la parola che domanda e offerta "si coprono" non vale affatto dell'intera domanda e offerta, bensì soltanto della parte riuscita. Ma è infine anche cosa nota che la meccanica del mercato trova il suo compito proprio nella selezione della parte riuscita dalla domanda complessiva e dall'offerta complessiva, e che il mezzo più importante di questa selezione è la formazione dei prezzi. Non si possono comprare più merci di quante se ne vendano. Da entrambi i lati possono dunque giungere a conclusione solo altrettanti aspiranti (ovvero aspiranti per altrettante merci). La selezione di questo numero uguale avviene ora per il fatto che il prezzo viene spostato automaticamente a un'altezza per la quale gli eccedenti su entrambi i lati sono esclusi, così che il prezzo è insieme troppo alto per gli eccedenti disposti all'acquisto e troppo basso per gli eccedenti disposti alla vendita. Alla determinazione di questa altezza del prezzo prendono ora parte non soltanto i rapporti degli aspiranti che giungono a conclusione, ma anche quelli degli aspiranti esclusi,22 ed è già per questo falso concludere, dall'uguaglianza della parte di domanda e offerta che giunge a conclusione, a un totale annullamento dell'effetto che procede in generale da domanda e offerta.
Ma ciò è falso anche per un altro motivo. Ammettiamo pure che con la formazione dei prezzi abbia a che fare solo la parte riuscita di domanda e offerta che si trova in equilibrio quantitativo: allora è un'assunzione del tutto erronea e antiscientifica che forze che si tengono esattamente in equilibrio "cessino" perciò "di agire". Al contrario, il loro effetto è appunto lo stato di equilibrio raggiunto, e quando si tratta di spiegare questo stato di equilibrio con tutte le sue particolarità, fra le quali appartiene in modo eminente l'altezza del livello in cui l'equilibrio è stato trovato, ciò non può avvenire, come crede Marx, soltanto "altrimenti che per l'intervento delle due forze", bensì può al contrario avvenire soltanto per l'intervento delle forze che si tengono in equilibrio. Tali proposizioni astratte possono del resto essere rese evidenti nel modo più convincente con un esempio pratico.
Facciamo salire un pallone aerostatico. Tutti sanno che il pallone sale allora e perché è riempito di un gas che è più leggero dell'aria atmosferica. Ma non sale all'infinito, bensì soltanto fino a una certa altezza, alla quale poi permane sospeso, finché altri influssi, come la fuoriuscita del gas ecc., non modificano la situazione. Come si regola dunque, e da quali fattori è determinata, questa altezza di salita? Anche questo è del tutto chiaro e trasparente. La densità dell'aria atmosferica diminuisce verso l'alto. Il pallone sale soltanto finché la densità dello strato d'aria che lo circonda è ancora maggiore della sua propria densità, e cessa di salire quando la propria densità e la densità dello strato d'aria circostante si tengono esattamente in equilibrio. Il pallone aerostatico salirà dunque tanto più in alto quanto minore è la densità del suo gas di riempimento, e quanto più in alto si trova lo strato d'aria in cui l'aria atmosferica presenta lo stesso grado di densità. In queste circostanze è evidente che la spiegazione dell'altezza di salita non può essere ottenuta in alcun altro modo che richiamandosi ai reciproci rapporti di densità del pallone da una parte e dell'aria atmosferica dall'altra.
Come si presenterebbe però la cosa secondo il giro di idee marxiano? Raggiunta l'altezza di salita, le due forze, densità del pallone e densità dell'aria circostante, si tengono esattamente in equilibrio. Esse «cessano perciò di agire», «cessano di spiegare alcunché», esse «non agiscono sull'altezza di salita», e se dunque vogliamo spiegare quest'ultima, dobbiamo spiegarla «in altro modo che non per l'intervento di queste due forze»! Sì, ma per quale altro mezzo, allora?!
Oppure, quando una bilancia decimale, nel pesare un corpo, indica 50 chili, come può essere spiegata questa posizione della bilancia? Non per mezzo del rapporto tra il peso del corpo da pesare da una parte e il peso che serve a pesarlo dall'altra, poiché queste due forze, alla posizione in questione della bilancia, si tengono esattamente in equilibrio, cessano perciò di agire, e dal loro rapporto non può essere spiegato nulla, e neppure la posizione della bilancia!
Credo che l'errore sia abbastanza evidente, come non meno anche che lo stesso tipo di errore sta a fondamento delle esposizioni in cui Marx ragiona via l'influsso della domanda e dell'offerta sull'altezza dei prezzi durevoli. Del resto, perché non sorga alcun malinteso: non è affatto mia opinione che il richiamo alla formula della domanda e dell'offerta contenga già una spiegazione completa e soddisfacente dei prezzi durevoli. Al contrario, la mia opinione, espressa altrove spesso e in modo approfondito, è che si debbano analizzare con esattezza gli elementi che con quella parola d'ordine vengono designati solo in modo grossolanamente riassuntivo, accertare con precisione natura e misura del loro reciproco influsso, e in questo modo pervenire anche alla conoscenza di quegli elementi cui spetta uno speciale influsso proprio sulla posizione durevole dei prezzi. Ma per questa spiegazione più profonda l'influsso del rapporto tra domanda e offerta sulla formazione dei prezzi, ragionato via da Marx, è un anello intermedio indispensabile: essa non corre accanto a esso, ma vi passa attraverso in mezzo.
Riprendiamo il nostro filo. Abbiamo visto da vari segni quanto Marx si sforzi di far passare in secondo piano, nel suo sistema, l'influsso della domanda e dell'offerta. Ora gli si presenta, in quella singolare svolta che il suo sistema compie dopo il primo quarto del terzo volume, il compito di spiegare perché i prezzi durevoli delle merci gravitino non secondo la quantità di lavoro incorporata, bensì secondo i «prezzi di produzione» che da quella divergono.
Come la forza che porta a compimento ciò, egli indica - la concorrenza. La concorrenza eguaglia i saggi di profitto, originariamente diversi per i diversi rami di produzione a seconda della diversa composizione organica dei capitali, in un saggio generale di profitto medio, 57 e in connessione con ciò i prezzi devono, a lungo andare, gravitare secondo i prezzi di produzione che rendono un medesimo profitto medio.
Stabiliamo rapidamente alcuni punti che sono importanti per la valutazione di questa spiegazione.
È in primo luogo chiaro che il richiamo alla concorrenza non significa, quanto al contenuto, nulla di diverso dal richiamo all'efficacia della domanda e dell'offerta. In quel passo, da noi già una volta riportato sopra, in cui Marx descrive nel modo più conciso il processo dell'eguagliamento del saggio di profitto attraverso la concorrenza dei capitali (III, 175 sg.), egli fa anche compiere questo processo del tutto espressamente da «un tale rapporto dell'offerta alla domanda, che il profitto medio diventi lo stesso nelle diverse sfere di produzione, e perciò i valori si trasformino in prezzi di produzione».
In secondo luogo è certo che in questo processo non si tratta di semplici oscillazioni intorno al centro di gravità corrispondente alla teoria del valore dei primi due volumi, cioè intorno al tempo di lavoro incorporato, bensì dello spostamento definitivo dei prezzi su un altro, durevole centro di gravità, cioè il prezzo di produzione.
E ora si accalca domanda su domanda.
Se secondo Marx il rapporto tra domanda e offerta non può esercitare alcun influsso sull'altezza del prezzo durevole, come può la «concorrenza», che è identica proprio a questo rapporto, essere la forza che sposta l'altezza dei prezzi durevoli dal livello dei «valori» a quello, da esso così ampiamente divergente, dei prezzi di produzione?
In questa invocazione forzata e contraria alla teoria della concorrenza quale deus ex machina, che spinge i prezzi durevoli dal centro di gravità conforme alla teoria della quantità di lavoro incorporata su un altro centro di gravità, non si fa forse strada piuttosto, involontariamente, l'ammissione che le «forze motrici sociali» che governano la vita reale racchiudono in sé e fanno valere taluni fondamenti determinanti elementari dei rapporti di scambio che non si lasciano ridurre a tempo di lavoro, e che dunque l'analisi della teoria originaria, la quale distillò nient'altro che il tempo di lavoro come ciò che sta a fondamento dei rapporti di scambio, era incompleta, non corrispondente ai fatti?
E inoltre: Marx ci ha detto egli stesso, e ci siamo bene impresso questo passo,23 che le merci si scambiano solo allora approssimativamente secondo i loro valori, quando esiste una vivace concorrenza; egli ha dunque invocato allora la concorrenza come un fattore che ha la tendenza a spingere i prezzi delle merci verso i loro «valori». E ora apprendiamo a conoscere la concorrenza come una forza che, al contrario, spinge i prezzi delle merci via dai loro «valori» e verso i prezzi di produzione! Esiste per queste affermazioni, che per giunta si trovano in uno e medesimo capitolo, il decimo capitolo del terzo volume presumibilmente destinato a una fatale celebrità, una conciliazione? E se Marx avesse forse inteso trovare la conciliazione nel fatto che l'una proposizione vale per gli stati primitivi, l'altra per la società moderna sviluppata – non dobbiamo allora obiettargli – che nel primo capitolo della sua opera ha introdotto la sua teoria del valore-lavoro non a partire dai rapporti di una robinsonata, bensì da quelli di società, «nelle quali domina il modo di produzione capitalistico» e la cui «ricchezza appare come un'immensa raccolta di merci»? E non pretende egli forse, in tutta la sua opera, che noi scorgiamo e giudichiamo i rapporti delle nostre società moderne alla luce della sua teoria del lavoro? Ma se domandiamo dove, secondo le sue stesse affermazioni, si debba cercare nella società moderna l'ambito di validità della sua legge del valore, cerchiamo del tutto invano. Poiché o non esiste concorrenza: allora le merci non si scambiano affatto secondo i loro valori, stando a Marx II, 156 sg.; oppure agisce la concorrenza: allora esse, a maggior ragione, non si scambiano secondo i loro valori, bensì secondo i loro prezzi di produzione, stando a Marx III, 176!
Così si accumula nell'ominoso decimo capitolo contraddizione su contraddizione. Non voglio prolungare ulteriormente l'indagine già così a lungo distesa enumerando anche tutte le minori contraddizioni e imprecisioni di cui questo capitolo brulica. Credo che chiunque legga questo capitolo con imparzialità avrà la sensazione che esso sia, per così dire, degenerato dal proprio tipo. Invece del modo di esprimersi rigoroso, pregnante, cauto, invece della logica ferrea a cui siamo abituati dalle parti più brillanti dell'opera marxiana, troviamo qui incertezza ed essere saltellante non soltanto nell'argomentazione, ma persino nell'uso dei termini tecnici. Quanto è sorprendente, per esempio, la concezione costantemente mutevole di domanda e offerta, che ora vengono considerate del tutto correttamente come grandezze elastiche con differenze di intensità, ora invece, secondo il peggior modello di una «economia volgare» da tempo superata, come semplici quantità; oppure quanto è insoddisfacente e poco conseguente l'esposizione di quali fattori sia governato il valore di mercato, quando le diverse partite della massa di merci che giungono sul mercato sono prodotte in condizioni di produzione disuguali e simili!
La causa di questo fenomeno non può essere trovata soltanto nel fatto che questo capitolo sia stato scritto dal Marx ormai invecchiato, poiché anche in parti più tarde si trova più di un'esposizione scritta in modo splendido. E inoltre quell'ominoso capitolo, al cui contenuto già nel primo volume erano disseminate oscure allusioni,³⁹ deve essere stato concepito già per tempo. Bensì Marx scrive qui in modo confuso e oscillante perché non gli era lecito scrivere in modo chiaro e netto senza incorrere in aperta contraddizione e ritrattazione. Se egli qui, dove prese le mosse dai reali rapporti di scambio osservabili nella vita effettiva, vi avesse fatto luce con la stessa serietà e la stessa accuratezza con cui per due volumi inseguì la sua ipotesi del valore-lavoro fin nelle sue estreme conseguenze logiche; se qui avesse dato alla parola d'ordine della «concorrenza» un contenuto scientifico mediante un'accurata analisi economico-psicologica delle «forze motrici sociali» che pervengono a efficacia sotto quel nome collettivo, se qui non avesse avuto requie né riposo finché un qualche anello intermedio non fosse chiarito, una qualche conseguenza non fosse seguita fino in fondo, oppure una qualche relazione apparisse oscura o contraddittoria – e quasi ogni parola del suo attuale decimo capitolo sollecita a una tale più profonda indagine o chiarificazione – allora egli sarebbe stato sospinto passo per passo all'edificazione di un sistema del tutto diverso quanto al contenuto, e l'aperta contraddizione e ritrattazione delle proposizioni cardinali del suo sistema originario non sarebbe stata evitabile. Evitabile essa era soltanto mediante velatura, mediante indeterminatezza e oscurità – ciò Marx, se non lo seppe, lo avvertì pur tuttavia istintivamente, quando rifiutò espressamente la «più profonda analisi delle forze motrici sociali».
E con ciò, credo, è anche indicato l'alfa e l'omega di tutti gli errori, le contraddizioni e le oscurità marxiani. Il suo sistema non mantiene alcun contatto solido e compatto con i fatti. Né mediante una sana empiria né mediante una solida analisi economico-psicologica Marx ha tratto dai fatti i fondamenti del suo sistema, bensì lo fonda su nessun terreno più saldo di quello di una rigida dialettica. Questa è la grande colpa che Marx pone in culla al suo sistema. Da essa scaturisce con necessità tutto il resto. Il sistema è ordinato secondo una certa direzione, i fatti corrono in un'altra e si mettono di traverso al sistema ora qua ora là. Là la colpa originaria genera ogni volta nuova colpa. Lo scontro non deve venire alla luce: allora o si avvolge la cosa nell'oscurità o nell'indeterminatezza, oppure si piega e si rigira con artifici dialettici simili a quelli dell'inizio, oppure, certo, dove tutto ciò non giova, ci si contraddice. Questo è il segno sotto il quale sta il decimo capitolo del terzo volume di Marx: esso porta il cattivo raccolto a lungo differito, che doveva crescere dalla cattiva semina!