Appendice A: I beni e le «relazioni»
Aristotele (Politica i. 4. 1253ᵇ, 23–25) chiama «beni» i mezzi della vita e del benessere degli uomini. Il punto di vista prevalentemente etico dal quale i popoli dell'antichità consideravano le relazioni umane si riflette nelle vedute degli scrittori antichi sulla natura dell'utilità e sulla natura dei beni, così come il punto di vista religioso predomina negli scritti medievali. Ambrogio dice «nihil utile, nisi quod ad vitae illius eternae prosit gratiam»,110 e perfino Louis Thomassin, le cui vedute economiche appartengono al medioevo, scrive nel suo Traité du négoce et de l'usure (Paris, 1697, p. 22) che «l'utilité même se mesure par les considérations de la vie éternelle».111 Tra gli scrittori più recenti, François V. de Forbonnais definisce i beni (biens) come «les propriétés qui ne rendent pas une production annuelle, telles que les meubles précieux, les fruits destinés à la consommation»,112 (Principes économiques in E. Daire [ed.], Mélanges d'économie politique, Paris, 1847, I, 174–175), e li contrappone alle «richesses» (beni che fruttano una rendita). Una distinzione simile, in un senso diverso, è fatta anche da Du Pont (Physiocratie, Leyden, 1768, p. cxviii).
La parola «bene», nel significato particolare della scienza odierna, fu già usata da Guillaume F. Le Trosne (De l'intérêt social, Paris, 1777, pp. 5–6), il quale contrappone i bisogni ai mezzi per la loro soddisfazione e chiama questi ultimi beni (biens). Si veda anche Jacques Necker, Sur la législation et le commerce des grains, Paris, 1775, pp. 17–24. Jean Baptiste Say (Cours complet d'économie politique pratique, Paris, 1840, I, 65) definisce i beni (biens) come «les moyens que nous avons de satisfaire [nos besoins]».
Lo sviluppo della teoria del bene in Germania può essere desunto da quanto segue: Julius v. Soden (Die Nazional-Oekonomie, Leipzig, 1805, I, 39–40) definì il bene come un articolo di consumo; L.H. v. Jakob (Grundsätze der National-Oekonomie, Halle, 1825, p. 30) definì il bene come «was zur Befriedigung menschlicher Bedürfnisse geschickt ist»;113 Gottlieb Hufeland (Neue Grundlegung der Staatswirthschaftskunst, Wien, 1815, I, 15) lo definì come «jedes Mittel zu einem Zwecke eines Menschen»;114 Henri Storch (Cours d'économie politique, St. Petersburg, 1815, I, 56–57) disse: «L'arrêt que notre jugement porte sur l'utilité des choses . . . en fait des biens.»115 Da questi inizi, Friedrich Carl Fulda (Grundsätze der ökonomisch-politischen oder Kameralwissenschaften, Tübingen, 1816, p. 2) definisce i beni come «diejenige [Sachen], welche der Mensch zu diesem Zweck [Befriedigung geistiger und physischer Bedürfnisse] als Mittel anerkennt»116 (cfr., tuttavia, Hufeland, op. cit., I, 22ss.). Wilhelm Roscher (Grundlagen der Nationalökonomie, ventesima edizione, Stuttgart, 1892, p. 2) li definisce come «alles dasjenige was zur. . . Befriedigung eines wahren menschlichen Bedürfnisses anerkannt brauchbar ist».117
Sir James Steuart, in An Inquiry into the Principles of Political Oeconomy (London, 1767, I, 360ss.), aveva già diviso i beni in cose, servizi personali e diritti. Nella categoria dei diritti incluse perfino privilegi o immunità commerciabili (p. 370). Say (op. cit., pp. 530–531) annoverava tra i beni (biens) lo studio di un avvocato, l'avviamento di cui gode un commerciante, le imprese giornalistiche e perfino la reputazione di un comandante militare. Friedrich v. Hermann (Staatswirthschaftliche Untersuchungen, München, 1874, pp. 103ss.) include un gran numero di relazioni sotto il concetto di beni esterni (relazioni di ospitalità, amore, famiglia, impiego retribuito, ecc.) e le distingue dai beni materiali e dai servizi personali come una categoria particolare di beni. Roscher (op. cit., p. 8) annovera lo Stato tra le «relazioni», mentre Albert E.F. Schäffle (Die nationalökonomische Theorie der ausschliessenden Absazverhältnisse, Tübingen, 1867, p. 12) limita il concetto di «relazioni» alle «übertragbare, durch private Beherrschung des Absatzes und durch Verdrängung der Concurrenz ausschliessend gemachte Renten». In questo passo Schäffle usa il termine «rendita» in un senso peculiare a lui proprio. (Si veda Schäffle, Das gesellschaftliche System der menschlichen Wirtschaft, Tübingen, 1873, I, 208ss.; inoltre Soden, op. cit., I, 25ss.; e Hufeland, op. cit., I, 30.)