La teoria del valore
1. La natura e l'origine del valore
Se il fabbisogno di un bene, in un periodo di tempo su cui deve estendersi l'attività previdente degli uomini, è maggiore della quantità di esso a loro disponibile per quel periodo di tempo, e se essi si sforzano di soddisfare i loro bisogni di esso nel modo più completo possibile date le circostanze, gli uomini si sentono spinti a esercitare l'attività descritta in precedenza e designata come attività economica. Ma la loro percezione di questa relazione dà origine a un altro fenomeno, la cui più profonda comprensione è di importanza decisiva per la nostra scienza. Mi riferisco al valore dei beni.
Se il fabbisogno di un bene è maggiore della quantità di esso disponibile, e una parte dei bisogni implicati deve in ogni caso rimanere insoddisfatta, la quantità disponibile del bene non può essere diminuita di alcuna parte dell'intero ammontare, in modo praticamente degno di nota, senza far sì che qualche bisogno, in precedenza provvisto, venga soddisfatto o per nulla o solo in modo meno completo di quanto sarebbe altrimenti avvenuto. La soddisfazione di un qualche bisogno umano dipende perciò dalla disponibilità di ciascuna concreta quantità, praticamente significativa, di tutti i beni soggetti a questa relazione quantitativa. Se gli uomini che esercitano attività economica diventano consapevoli di questa circostanza (vale a dire, se percepiscono che la soddisfazione di uno dei loro bisogni, o la maggiore o minore completezza della sua soddisfazione, dipende dalla loro disponibilità di ciascuna porzione di una quantità di beni o di ciascun singolo bene soggetto alla suddetta relazione quantitativa), questi beni assumono per loro il significato che chiamiamo valore. Il valore è dunque l'importanza che i singoli beni o quantità di beni assumono per noi perché siamo consapevoli di dipendere dalla loro disponibilità per la soddisfazione dei nostri bisogni.31
Il valore dei beni, di conseguenza, è un fenomeno che scaturisce dalla stessa fonte da cui scaturisce il carattere economico dei beni — vale a dire, dalla relazione, spiegata in precedenza, tra il fabbisogno di beni e le quantità di essi disponibili.32 Ma vi è una differenza tra i due fenomeni. Da un lato, la percezione di questa relazione quantitativa stimola la nostra attività previdente, facendo così sì che i beni soggetti a questa relazione diventino oggetti della nostra attività economica (cioè, beni economici). Dall'altro lato, la percezione della medesima relazione ci rende consapevoli del significato che la disponibilità di ciascuna unità concreta33 delle quantità disponibili di questi beni ha per la nostra vita e il nostro benessere, facendo così sì che essa assuma valore per noi.34 Così come una penetrante indagine dei processi mentali fa apparire la conoscenza delle cose esterne come meramente la nostra consapevolezza delle impressioni prodotte dalle cose esterne sulle nostre persone, e quindi, in ultima analisi, come meramente la conoscenza di stati delle nostre stesse persone, così anche, in ultima analisi, l'importanza che attribuiamo alle cose del mondo esterno è soltanto un'emanazione dell'importanza che ha per noi il nostro continuo esistere e svilupparci (vita e benessere). Il valore non è perciò nulla di insito nei beni, nessuna loro proprietà, bensì meramente l'importanza che attribuiamo dapprima alla soddisfazione dei nostri bisogni, vale a dire alla nostra vita e al nostro benessere, e che di conseguenza trasferiamo ai beni economici quali cause esclusive della soddisfazione dei nostri bisogni.
Da ciò risulta anche chiaro perché solo i beni economici abbiano valore per noi, mentre i beni soggetti alla relazione quantitativa responsabile del carattere non economico non possono affatto assumere valore. La relazione responsabile del carattere non economico dei beni consiste nel fatto che il fabbisogno di beni è minore delle loro quantità disponibili. Vi sono dunque sempre porzioni dell'intera scorta di beni non economici che non sono correlate ad alcun bisogno umano insoddisfatto, e che possono perciò perdere il loro carattere di bene senza incidere in alcun modo sulla soddisfazione dei bisogni umani. Pertanto nessuna soddisfazione35 dipende dal nostro controllo di alcuna delle unità di un bene avente carattere non economico, e da ciò consegue che anche determinate quantità di beni soggetti a questa relazione quantitativa (beni non economici) non hanno alcun valore per noi.
Se un abitante di una foresta vergine ha a propria disposizione varie centinaia di migliaia di alberi, mentre ne necessita soltanto una ventina all'anno per il pieno soddisfacimento del suo fabbisogno di legname, egli non si considererà in alcun modo danneggiato, nella soddisfazione dei suoi bisogni, se un incendio boschivo distrugge un migliaio circa di alberi, purché egli sia ancora in grado di soddisfare i suoi bisogni in modo completo come prima con i restanti. In tali circostanze, pertanto, la soddisfazione di nessuno dei suoi bisogni dipende dalla sua disponibilità di un qualsiasi singolo albero, e per questa ragione anche un albero non ha alcun valore per lui.
Ma si supponga che vi siano anche, nella foresta, dieci alberi da frutto selvatici i cui frutti sono consumati dal medesimo individuo. Si supponga inoltre che la quantità di frutti a lui disponibile non sia maggiore del suo fabbisogno. Certamente, allora, neppure uno solo di questi alberi da frutto potrebbe essere bruciato nell'incendio senza fargli patire come conseguenza la fame, o senza almeno fargli sì che non sia in grado di soddisfare il suo bisogno di frutti in modo completo come prima. Per questa ragione ciascuno degli alberi da frutto ha valore per lui.
Se gli abitanti di un villaggio necessitano di mille secchi d'acqua al giorno per soddisfare completamente il loro fabbisogno, e hanno a disposizione un ruscello con una portata giornaliera di centomila secchi, una concreta porzione di questa quantità d'acqua, per esempio un secchio, non avrà alcun valore per loro, poiché potrebbero soddisfare il loro bisogno d'acqua in modo altrettanto completo se questa quantità parziale venisse sottratta alla loro disponibilità, o se essa perdesse del tutto il suo carattere di bene. Anzi, lasceranno scorrere al mare molte migliaia di secchi di questo bene ogni giorno senza compromettere in alcun modo la soddisfazione del loro bisogno d'acqua. Finché perdura la relazione responsabile del carattere non economico dell'acqua, pertanto, la soddisfazione di nessuno dei loro bisogni dipenderà dalla loro disponibilità di un qualsiasi singolo secchio d'acqua in modo tale che la soddisfazione di questo bisogno non avrebbe luogo se essi non fossero in grado di usare quel particolare secchio. Per questa ragione un secchio d'acqua non ha alcun valore per loro.
Se, d'altro canto, la portata giornaliera del ruscello scendesse a cinquecento secchi al giorno a causa di una siccità inconsueta o di altro fatto naturale, e gli abitanti del villaggio non avessero altra fonte di approvvigionamento, il risultato sarebbe che la quantità totale allora disponibile sarebbe insufficiente a soddisfare il loro pieno fabbisogno d'acqua, ed essi non potrebbero arrischiarsi a perdere alcuna parte di quella quantità, per esempio un secchio, senza compromettere la soddisfazione dei loro bisogni. Ciascuna concreta porzione della quantità a loro disposizione avrebbe allora certamente valore per loro.
I beni non economici, dunque, non solo non hanno valore di scambio, come finora si è supposto nella letteratura della nostra disciplina, ma non hanno valore alcuno e quindi nemmeno valore d'uso. Cercherò di spiegare più in dettaglio in seguito il rapporto tra valore di scambio e valore d'uso, dopo aver trattato alcuni dei principî rilevanti per la loro considerazione. Per il momento, si osservi che valore di scambio e valore d'uso sono due concetti subordinati al concetto generale di valore, e quindi coordinati nei loro rapporti reciproci. Tutto ciò che ho già detto sul valore in generale vale pertanto per il valore d'uso tanto quanto per il valore di scambio.
Se dunque un gran numero di economisti attribuiscono valore d'uso (sebbene non valore di scambio) ai beni non economici, e se alcuni recenti economisti inglesi e francesi desiderano addirittura bandire del tutto il concetto di valore d'uso dalla nostra scienza e vederlo sostituito dal concetto di utilità,36 il loro desiderio si fonda su un fraintendimento dell'importante differenza tra i due concetti e dei fenomeni effettivi che ne stanno alla base.
L'utilità è la capacità di una cosa di servire alla soddisfazione dei bisogni umani, ed è quindi (purché l'utilità sia riconosciuta) un presupposto generale del carattere di bene. I beni non economici possiedono utilità tanto quanto i beni economici, poiché sono altrettanto capaci di soddisfare i nostri bisogni. Anche per questi beni, la loro capacità di soddisfare i bisogni deve essere riconosciuta dagli uomini, perché altrimenti non potrebbero acquisire il carattere di bene. Ma ciò che distingue un bene non economico da un bene soggetto alla relazione quantitativa responsabile del carattere economico è la circostanza che la soddisfazione dei bisogni umani non dipende dalla disponibilità di quantità concrete del primo, ma dipende dalla disponibilità di quantità concrete del secondo. Per questa ragione il primo possiede utilità, ma soltanto il secondo, oltre all'utilità, possiede anche quel significato per noi che chiamiamo valore.
Naturalmente l'errore che sta alla base della confusione tra utilità e valore d'uso non ha avuto alcuna influenza sull'attività pratica degli uomini. In nessun momento un individuo che amministra ha attribuito valore, in circostanze ordinarie, a un piede cubo d'aria o, in regioni ricche di sorgenti, a una pinta d'acqua. L'uomo pratico distingue benissimo la capacità di un oggetto di soddisfare uno dei suoi bisogni dal suo valore. Ma questa confusione è diventata un enorme ostacolo allo sviluppo delle teorie più generali della nostra scienza.37
La circostanza che un bene abbia valore per noi è attribuibile, come abbiamo visto, al fatto che disporne ha per noi il significato di soddisfare un bisogno che non sarebbe provveduto se non disponessimo del bene. I nostri bisogni, almeno in parte, almeno per quanto concerne la loro origine, dipendono dalla nostra volontà o dalle nostre abitudini. Una volta che i bisogni sono sorti, tuttavia, non vi è più alcun elemento arbitrario nel valore che i beni hanno per noi, poiché il loro valore è allora la conseguenza necessaria della nostra consapevolezza della loro importanza per la nostra vita o il nostro benessere. Sarebbe impossibile, dunque, per noi considerare privo di valore un bene quando sappiamo che la soddisfazione di uno dei nostri bisogni dipende dall'averlo a nostra disposizione. Sarebbe altresì impossibile per noi attribuire valore ai beni quando sappiamo di non dipendere da essi per la soddisfazione dei nostri bisogni. Il valore dei beni non è perciò nulla di arbitrario, ma sempre la conseguenza necessaria della consapevolezza umana che il mantenimento della vita, del benessere, o di una qualunque per quanto insignificante parte di essi, dipende dal controllo di un bene o di una quantità di beni.
Riguardo a questa consapevolezza, tuttavia, gli uomini possono errare sul valore dei beni proprio come possono errare rispetto a tutti gli altri oggetti della conoscenza umana. Possono quindi attribuire valore a cose che non lo possiedono in realtà, secondo le considerazioni economiche, se assumono erroneamente che la soddisfazione più o meno completa dei loro bisogni dipenda da un bene, o da una quantità di beni, quando questa relazione è in realtà inesistente. In casi di questo genere osserviamo il fenomeno del valore immaginario.
Il valore dei beni sorge dal loro rapporto con i nostri bisogni, e non è insito nei beni stessi. Con i mutamenti di questo rapporto, il valore sorge e scompare. Per gli abitanti di un'oasi, che dispongono di una sorgente la quale soddisfa abbondantemente le loro esigenze d'acqua, una certa quantità d'acqua presso la sorgente stessa non avrà valore. Ma se la sorgente, in conseguenza di un terremoto, dovesse improvvisamente ridurre la sua portata d'acqua a tal punto che la soddisfazione dei bisogni degli abitanti dell'oasi non sarebbe più pienamente provveduta, ciascuno dei loro concreti bisogni d'acqua diverrebbe dipendente dalla disponibilità di una quantità determinata di essa, e tale quantità acquisterebbe immediatamente valore per ogni abitante. Questo valore, tuttavia, scomparirebbe improvvisamente se il vecchio rapporto fosse ristabilito e la sorgente riacquistasse la sua portata d'acqua di prima. Un risultato simile seguirebbe se la popolazione dell'oasi crescesse a tal punto che l'acqua della sorgente non basterebbe più alla soddisfazione di tutti i bisogni. Un tale mutamento, dovuto all'aumento dei consumatori, potrebbe persino verificarsi con una certa regolarità nei periodi in cui l'oasi fosse visitata da numerose carovane.
Il valore non è dunque nulla di insito nei beni, nessuna loro proprietà, né una cosa indipendente esistente di per sé. È un giudizio che gli uomini che amministrano formulano sull'importanza dei beni di cui dispongono per il mantenimento della loro vita e del loro benessere. Il valore non esiste perciò al di fuori della coscienza degli uomini. È quindi anche del tutto erroneo chiamare “valore” un bene che ha valore per gli individui che amministrano, oppure, per gli economisti, parlare di “valori” come di cose reali indipendenti, e oggettivare in tal modo il valore. Poiché le entità che esistono oggettivamente sono sempre soltanto cose particolari o quantità di cose, e il loro valore è qualcosa di fondamentalmente diverso dalle cose stesse; è un giudizio formulato dagli individui che amministrano sull'importanza che il disporre delle cose ha per il mantenimento della loro vita e del loro benessere. L'oggettivazione del valore dei beni, che è di natura interamente soggettiva, ha nondimeno contribuito grandemente alla confusione sui principî fondamentali della nostra scienza.
2. La misura originaria del valore
In quanto precede, abbiamo rivolto la nostra attenzione alla natura e alle cause ultime del valore — vale a dire, ai fattori comuni al valore in tutti i casi. Ma nella vita reale troviamo che i valori dei diversi beni sono molto differenti in grandezza, e che il valore di un dato bene muta di frequente. Un'indagine sulle cause delle differenze nel valore dei beni e un'indagine sulla misura del valore sono i temi che ci occuperanno in questa sezione. Il corso della nostra indagine è determinato dalla seguente considerazione.
I beni di cui disponiamo non hanno valore per noi in se stessi. Al contrario, abbiamo visto che soltanto la soddisfazione dei nostri bisogni ha importanza per noi direttamente, poiché la nostra vita e il nostro benessere dipendono da essa. Ma ho anche spiegato che gli uomini attribuiscono questa importanza ai beni di cui dispongono se i beni assicurano loro la soddisfazione di bisogni che non sarebbero provveduti qualora non ne disponessero — vale a dire, attribuiscono questa importanza ai beni economici. Nel valore dei beni, dunque, incontriamo sempre soltanto il significato che assegniamo alla soddisfazione dei nostri bisogni — vale a dire, alla nostra vita e al nostro benessere. Se ho descritto adeguatamente la natura del valore dei beni, se si è stabilito che in ultima analisi soltanto la soddisfazione dei nostri bisogni ha importanza per noi, e se si è stabilito altresì che il valore di tutti i beni non è che un'imputazione di questa importanza ai beni economici, allora le differenze che osserviamo nella grandezza del valore dei diversi beni nella vita reale possono fondarsi soltanto su differenze nella grandezza dell'importanza delle soddisfazioni che dipendono dal disporre di questi beni. Per ricondurre le differenze che osserviamo nella grandezza del valore dei diversi beni nella vita reale alle loro cause ultime, dobbiamo perciò svolgere un duplice compito. Dobbiamo indagare: (1) in quale misura diverse soddisfazioni abbiano per noi diversi gradi di importanza (fattore soggettivo), e (2) quali soddisfazioni di bisogni concreti dipendano, in ciascun caso particolare, dal nostro disporre di un determinato bene (fattore oggettivo). Se questa indagine mostra che soddisfazioni distinte di bisogni concreti hanno per noi diversi gradi di importanza, e che queste soddisfazioni, di gradi di importanza tanto diversi, dipendono dal nostro disporre di particolari beni economici, avremo risolto il nostro problema. Poiché avremo ricondotto alle sue cause ultime il fenomeno economico la cui spiegazione abbiamo affermato essere il problema centrale di questa indagine. Intendo le differenze nella grandezza del valore dei beni.
Con una risposta alla questione delle cause ultime delle differenze nel valore dei beni, viene fornita anche una soluzione al problema di come avvenga che il valore di ciascuno dei diversi beni sia esso stesso soggetto a mutamento. Ogni mutamento non consiste in altro che in differenze attraverso il tempo. Quindi, con una conoscenza delle cause ultime delle differenze tra i membri di un insieme di grandezze in generale, otteniamo anche una più profonda comprensione dei loro mutamenti.
A. Differenze nella grandezza dell'importanza di diverse soddisfazioni (fattore soggettivo).
Per quanto concerne le differenze nell'importanza che diverse soddisfazioni hanno per noi, è anzitutto un fatto della più comune esperienza che le soddisfazioni di massima importanza per gli uomini sono di solito quelle da cui dipende il mantenimento della vita, e che le altre soddisfazioni sono graduate in grandezza di importanza secondo il grado (durata e intensità) di piacere che da esse dipende. Così, se gli uomini che amministrano devono scegliere tra la soddisfazione di un bisogno da cui dipende il mantenimento della loro vita e un altro da cui dipende soltanto un grado maggiore o minore di benessere, preferiranno di solito il primo. Allo stesso modo, preferiranno di solito le soddisfazioni da cui dipende un grado più elevato del loro benessere. A parità di intensità, preferiranno i piaceri di durata maggiore a quelli di durata minore, e a parità di durata, i piaceri di intensità maggiore a quelli di intensità minore.
Il mantenimento della nostra vita dipende dalla soddisfazione del nostro bisogno di cibo, e anche, nel nostro clima, dal vestire i nostri corpi e dall'avere un riparo a nostra disposizione. Ma soltanto un grado più elevato di benessere dipende dall'avere una carrozza, una scacchiera, ecc. Così osserviamo che gli uomini temono la mancanza di cibo, di vestiti e di riparo molto più della mancanza di una carrozza, di una scacchiera, ecc. Attribuiscono inoltre un'importanza sostanzialmente più elevata all'assicurarsi la soddisfazione dei primi bisogni di quanta ne attribuiscano alla soddisfazione di bisogni da cui, come nei casi appena menzionati, dipende soltanto un godimento passeggero o un accresciuto comfort (vale a dire, soltanto un grado più elevato del loro benessere). Ma anche queste soddisfazioni hanno gradi di importanza molto diversi. Il mantenimento della vita non dipende né dall'avere un letto comodo né dall'avere una scacchiera, ma l'uso di questi beni contribuisce, e certamente in gradi molto diversi, all'accrescimento del nostro benessere. Non vi può quindi essere dubbio che, quando gli uomini hanno la scelta tra il fare a meno di un letto comodo o il fare a meno di una scacchiera, rinunceranno alla seconda molto più prontamente che al primo.
Abbiamo così visto che diverse soddisfazioni sono molto disuguali in importanza, poiché alcune sono soddisfazioni che hanno per gli uomini la piena importanza del mantenimento della loro vita, altre sono soddisfazioni che determinano il loro benessere in grado più elevato, altre ancora in grado minore, e così via giù fino a soddisfazioni da cui dipende qualche godimento passeggero insignificante. Ma un attento esame dei fenomeni della vita mostra che queste differenze nell'importanza di diverse soddisfazioni possono osservarsi non soltanto con la soddisfazione di bisogni di specie diverse, ma anche con la soddisfazione più o meno completa di uno e medesimo bisogno.
La vita degli uomini dipende dalla soddisfazione del loro bisogno di cibo in generale. Ma sarebbe del tutto erroneo considerare tutti i cibi che essi consumano come necessari al mantenimento della loro vita o persino della loro salute (vale a dire, al loro perdurante benessere). Tutti sanno quanto sia facile saltare uno dei pasti consueti senza mettere in pericolo la vita o la salute. Anzi, l'esperienza mostra che le quantità di cibo necessarie a mantenere la vita sono solo una piccola parte di ciò che le persone agiate di norma consumano, e che gli uomini assumono persino molto più cibo e bevanda di quanto sia necessario alla piena conservazione della salute. Gli uomini consumano cibo per diverse ragioni: anzitutto, assumono cibo per mantenere la vita; oltre a ciò, assumono ulteriori quantità per conservare la salute, poiché una dieta sufficiente soltanto a mantenere la vita è troppo parca, come mostra l'esperienza, per evitare disturbi organici; infine, avendo già consumato quantità sufficienti a mantenere la vita e a conservare la salute, gli uomini consumano ulteriormente cibi semplicemente per il piacere che traggono dal loro consumo.
I singoli atti concreti di soddisfazione del bisogno di cibo hanno di conseguenza gradi di importanza molto diversi. La soddisfazione del bisogno di cibo di ogni uomo fino al punto in cui la sua vita è con ciò assicurata ha la piena importanza del mantenimento della sua vita. Il consumo che eccede questa quantità, di nuovo fino a un certo punto, ha l'importanza di conservare la sua salute (vale a dire, il suo perdurante benessere). Il consumo che si estende oltre persino questo punto ha soltanto l'importanza — come mostra l'osservazione — di un piacere progressivamente più debole, finché raggiunge infine un certo limite al quale la soddisfazione del bisogno di cibo è così completa che ogni ulteriore assunzione di cibo non contribuisce né al mantenimento della vita né alla conservazione della salute — né dà alcun piacere al consumatore, divenendo dapprima per lui cosa indifferente, infine causa di dolore, un pericolo per la salute e da ultimo un pericolo per la vita stessa.
Osservazioni simili possono essere fatte riguardo al soddisfacimento più o meno completo di tutti gli altri bisogni umani. Una stanza, o almeno un luogo dove dormire al riparo dalle intemperie, è necessaria nel nostro clima per il mantenimento della vita, e un alloggio ragionevolmente spazioso per la conservazione della salute. Oltre a ciò, tuttavia, gli uomini possiedono di solito ulteriori alloggi, se ne hanno i mezzi, semplicemente a scopo di piacere (salotti, sale da ballo, sale da gioco, padiglioni, casini di caccia, ecc.). Non è quindi difficile riconoscere che i singoli atti concreti di soddisfacimento del bisogno di riparo hanno gradi di importanza assai diversi. Fino a un certo punto, la nostra vita dipende dal soddisfacimento del nostro bisogno di riparo. Oltre questo, la nostra salute dipende da un soddisfacimento più completo. E ulteriori tentativi di soddisfare lo stesso bisogno porteranno dapprima un godimento maggiore e poi minore, finché alla fine si può concepire, per ciascuna persona, un punto in cui l'ulteriore impiego degli alloggi disponibili diventerebbe per lei materia di completa indifferenza, e infine perfino gravoso.
È possibile, dunque, riguardo al soddisfacimento più o meno completo di uno stesso e medesimo bisogno, fare un'osservazione simile a quella fatta in precedenza riguardo ai diversi bisogni degli uomini. Abbiamo visto prima che i diversi bisogni degli uomini sono assai disuguali nell'importanza del loro soddisfacimento, graduandosi dall'importanza della loro vita fino all'importanza che attribuiscono a un piccolo godimento passeggero. Vediamo ora, inoltre, che il soddisfacimento di un qualsiasi bisogno specifico ha, fino a un certo grado di completezza, l'importanza relativamente più alta, e che un ulteriore soddisfacimento ha un'importanza progressivamente minore, finché alla fine si raggiunge uno stadio in cui un soddisfacimento più completo di quel particolare bisogno è materia di indifferenza. In ultimo si verifica uno stadio in cui ogni atto che ha l'apparenza esteriore di un soddisfacimento di questo bisogno non solo non ha più alcuna importanza per il consumatore, ma è anzi un peso e un dolore.
Per riformulare numericamente l'argomentazione precedente, allo scopo di facilitare la comprensione della difficile indagine che segue, designerò con 10 l'importanza dei soddisfacimenti da cui dipende la vita, e con 9, 8, 7, 6, ecc. la minore importanza degli altri soddisfacimenti in successione. In questo modo otteniamo una scala dell'importanza dei diversi soddisfacimenti che comincia con 10 e termina con 1.
Diamo ora, per ciascuno di questi diversi soddisfacimenti, espressione numerica all'importanza aggiuntiva, decrescente per gradi a partire dalla cifra che indica la misura in cui il particolare bisogno è già soddisfatto, di ulteriori atti di soddisfacimento di quel particolare bisogno. Per i soddisfacimenti da cui, fino a un certo punto, dipende la nostra vita, e da cui, oltre questo punto, dipende un benessere che decresce costantemente con il grado di completezza del soddisfacimento già raggiunto, otteniamo una scala che comincia con 10 e termina con 0. Analogamente, per i soddisfacimenti la cui importanza più alta è 9, otteniamo una scala che comincia con questa cifra e termina anch'essa con 0, e così via.
Le dieci scale ottenute in questo modo sono riportate nella tabella seguente:38
Menger, tuttavia, non nomina esplicitamente all'inizio la sua variabile indipendente, e il lettore è lasciato a trovarla da sé nella discussione che segue. A volte Menger afferma vagamente che le successive aggiunte al soddisfacimento totale sono il risultato di successivi “atti di soddisfacimento”, ma più avanti (p. 130) chiarisce che esse sono il risultato di successive aggiunte uguali alla quantità della merce consumata. Questo, però, non è tutto. Nel paragrafo che segue la tabella, Menger confronta le cifre di una colonna con quelle di un'altra colonna quando sostiene che, dopo che è stata consumata una quinta unità (?) di cibo, l'individuo della tabella si trova di fronte al fatto che una sesta unità di cibo gli darà un soddisfacimento aggiuntivo minore di quello che gli darebbe una prima unità di tabacco, e che deve perciò portare in equilibrio il suo consumo delle due merci. Un tale confronto non è valido a meno che un'unità di tabacco e un'unità di cibo non siano definite in modo tale che entrambe siano ottenibili con un'eguale spesa di qualche altra risorsa (come il lavoro o il denaro), poiché altrimenti le due unità non costituirebbero alternative tra cui l'individuo debba scegliere.
Un modello minimo che soddisfi la discussione di Menger richiede, dunque, le seguenti assunzioni:
(1) L'individuo che economizza della tabella è in grado non solo di ordinare i suoi soddisfacimenti, ma anche di assegnare indici cardinali ai loro relativi gradi di importanza. In altre parole, egli è in grado di confrontare diversi soddisfacimenti in termini di un'unità omogenea di soddisfacimento. (Si veda anche il riassunto dei principi a p. 139 e la discussione nel Cap. IV, Sez. 2.)
| I | II | III | IV | V | VI | VII | VIII | IX |
|---|---|---|---|---|---|---|---|---|
| 10 | 9 | 8 | 7 | 6 | 5 | 4 | 3 | 2 |
| 9 | 8 | 7 | 6 | 5 | 4 | 3 | 2 | 1 |
| 8 | 7 | 6 | 5 | 4 | 3 | 2 | 1 | 0 |
| 7 | 6 | 5 | 4 | 3 | 2 | 1 | 0 | |
| 6 | 5 | 4 | 3 | 2 | 1 | 0 | ||
| 5 | 4 | 3 | 2 | 1 | 0 | |||
| 4 | 3 | 2 | 1 | 0 | ||||
| 3 | 2 | 1 | 0 | |||||
| 2 | 1 | 0 | ||||||
| 1 | 0 | |||||||
| 0 |
Si supponga che la scala nella colonna I esprima l'importanza che per un certo individuo ha il soddisfacimento del suo bisogno di cibo, importanza che diminuisce secondo il grado di soddisfacimento già raggiunto, e che la scala nella colonna V esprima analogamente l'importanza del suo bisogno di tabacco. È evidente che il soddisfacimento del suo bisogno di cibo, fino a un certo grado di completezza, ha per questo individuo un'importanza decisamente più alta del soddisfacimento del suo bisogno di tabacco. Ma se il suo bisogno di cibo è già soddisfatto fino a un certo grado di completezza (se, per esempio, un ulteriore soddisfacimento del suo bisogno di cibo ha per lui soltanto l'importanza che abbiamo designato numericamente con la cifra 6), il consumo di tabacco comincia ad avere per lui la stessa importanza di un ulteriore soddisfacimento del suo bisogno di cibo. L'individuo cercherà perciò, da questo punto in poi, di portare in equilibrio il soddisfacimento del suo bisogno di tabacco con il soddisfacimento del suo bisogno di cibo. Sebbene il soddisfacimento del suo bisogno di cibo in generale abbia per l'individuo in questione un'importanza sostanzialmente più alta del soddisfacimento del suo bisogno di tabacco, con il progressivo soddisfacimento del primo si giunge tuttavia a uno stadio (come è illustrato nella tabella) in cui ulteriori atti di soddisfacimento del suo bisogno di cibo hanno per lui un'importanza minore dei primi atti di soddisfacimento del suo bisogno di tabacco, il quale, sebbene meno importante in generale, è a questo stadio ancora del tutto insoddisfatto.
Con questo riferimento a un fenomeno ordinario della vita, credo di aver chiarito in modo soddisfacente il significato dei numeri nella tabella, scelti unicamente per facilitare la dimostrazione di un campo della psicologia difficile e finora inesplorato.
La diversa importanza che per gli uomini ha il soddisfacimento di singoli bisogni concreti non è estranea alla coscienza di alcun uomo che economizzi, per quanto poca attenzione sia stata finora prestata dagli studiosi ai fenomeni qui trattati. Ovunque gli uomini vivano, e qualunque livello di civiltà occupino, possiamo osservare come gli individui che economizzano valutino l'importanza relativa del soddisfacimento dei loro vari bisogni in generale, come valutino in particolare l'importanza relativa dei singoli atti che conducono al soddisfacimento più o meno completo di ciascun bisogno, e come siano infine guidati dai risultati di questo confronto verso attività dirette al più pieno soddisfacimento possibile dei loro bisogni (economizzare). In effetti, questa valutazione dell'importanza relativa dei bisogni — questo scegliere tra i bisogni che devono rimanere insoddisfatti e i bisogni che, in conformità ai mezzi disponibili, devono raggiungere il soddisfacimento, e il determinare il grado in cui questi ultimi devono essere soddisfatti — è proprio quella parte dell'attività economica degli uomini che occupa la loro mente più di ogni altra, che ha l'influenza più vasta sui loro sforzi economici, e che è esercitata quasi di continuo da ogni individuo che economizza. Ma la conoscenza umana dei diversi gradi di importanza del soddisfacimento di diversi bisogni e di singoli atti di soddisfacimento è anche la prima causa delle differenze nel valore dei beni.
B. La dipendenza di singoli soddisfacimenti da beni particolari (fattore oggettivo).
Se, di fronte a ciascun particolare bisogno concreto degli uomini, vi fosse un solo bene disponibile, e se quel bene fosse idoneo esclusivamente al soddisfacimento di quell'unico bisogno (così che, da un lato, il soddisfacimento del bisogno non avrebbe luogo se quel particolare bene non fosse a nostra disposizione, e dall'altro lato il bene fosse capace di servire al soddisfacimento di quel bisogno concreto e di nessun altro), la determinazione del valore del bene sarebbe assai facile; esso sarebbe uguale all'importanza che attribuiamo al soddisfacimento di quel bisogno. Poiché è evidente che, ogniqualvolta dipendiamo, nel soddisfare un dato bisogno, dalla disponibilità di un certo bene (vale a dire, ogniqualvolta questo soddisfacimento non avrebbe luogo se non avessimo quel bene a nostra disposizione) e quando quel bene non è, al tempo stesso, idoneo ad alcun altro scopo utile, esso può raggiungere la piena, ma non mai alcuna altra importanza se non quella che il dato soddisfacimento ha per noi. Quindi, a seconda che l'importanza del dato soddisfacimento per noi, in un caso come questo, sia maggiore o minore, il valore del particolare bene per noi sarà maggiore o minore. Se, per esempio, un individuo miope fosse gettato su un'isola deserta e trovasse tra i beni che ha salvato un solo paio di occhiali che correggono la sua miopia ma nessun secondo paio, non vi è dubbio che questi occhiali avrebbero per lui tutta l'importanza che egli attribuisce a una vista corretta, e altrettanto certamente nessuna importanza maggiore, poiché gli occhiali sarebbero difficilmente idonei al soddisfacimento di altri bisogni.
Ma nella vita ordinaria il rapporto tra i beni disponibili e i nostri bisogni è in generale assai più complicato. Di solito non un solo bene ma una quantità di beni sta di fronte non a un solo bisogno concreto ma a un complesso di tali bisogni. Talvolta un numero maggiore e talvolta un numero minore di soddisfacimenti, di gradi di importanza assai diversi, dipende dal nostro disporre di una data quantità di beni, e ciascuno dei beni ha la capacità di produrre questi soddisfacimenti così grandemente diversi per importanza.
Un agricoltore isolato, dopo un raccolto abbondante, ha a sua disposizione più di duecento staia di grano. Una parte di esso gli assicura il mantenimento della propria vita e di quella della sua famiglia fino al raccolto successivo, e un'altra parte la conservazione della salute; una terza parte gli assicura la semente per la prossima semina; una quarta parte può essere impiegata per la produzione di birra, whisky e altri generi di lusso; e una quinta parte può essere usata per l'ingrasso del suo bestiame. Alcune staia rimanenti, che non può impiegare ulteriormente per questi soddisfacimenti più importanti, le destina al nutrimento di animali domestici per rendere in qualche modo utile il resto del suo grano.
L'agricoltore dipende, dunque, dal grano in suo possesso per soddisfacimenti di gradi di importanza assai diversi. Dapprima assicura con esso la propria vita e quella della sua famiglia, e poi la propria salute e quella della sua famiglia. Oltre a ciò, assicura con esso il funzionamento ininterrotto della sua fattoria, un importante fondamento del suo benessere duraturo. Infine, impiega una parte del suo grano a scopo di piacere, e così facendo impiega di nuovo il suo grano per scopi che hanno per lui gradi di importanza assai diversi.
Stiamo dunque considerando un caso — uno che è tipico della vita ordinaria — in cui soddisfacimenti di gradi di importanza assai diversi dipendono dalla disponibilità di una quantità di beni che assumeremo, per maggiore semplicità, composta di unità completamente omogenee. La domanda che ora sorge è: quale, nelle condizioni date, è il valore di una certa parte del grano per il nostro agricoltore? Le staia di grano che assicurano la propria vita e quella della sua famiglia avranno per lui un valore più alto delle staia che gli consentono di seminare i suoi campi? E queste ultime staia avranno per lui un valore maggiore delle staia di grano che impiega a scopo di piacere?
Nessuno negherà che i soddisfacimenti che appaiono assicurati dalle varie parti della scorta di grano disponibile sono assai disuguali per importanza, andando da un'importanza di 10 a un'importanza di 1 secondo le nostre precedenti designazioni. Eppure nessuno sarà in grado di sostenere che alcune staia di grano (quelle, per esempio, con cui l'agricoltore nutrirà sé stesso e la sua famiglia fino al raccolto successivo) avranno per lui un valore più alto di altre staia della stessa qualità (quelle, per esempio, con cui produrrà bevande di lusso).
In questo e in ogni altro caso in cui soddisfacimenti di diversi gradi di importanza dipendono dal disporre di una data quantità di beni, ci troviamo, anzitutto, di fronte alla difficile questione: quale particolare soddisfacimento dipende da una particolare parte della quantità di beni in questione?
La soluzione di questa importantissima questione della teoria del valore deriva dalla riflessione sull'economia umana e sulla natura del valore.
Abbiamo visto che gli sforzi degli uomini sono diretti a soddisfare pienamente i loro bisogni, e, dove ciò è impossibile, a soddisfarli nel modo più completo possibile. Se una quantità di beni sta di fronte a bisogni di varia importanza per gli uomini, essi soddisferanno per primi, o provvederanno per primi, a quei bisogni il cui soddisfacimento ha per loro la maggiore importanza. Se rimangono dei beni, li indirizzeranno al soddisfacimento dei bisogni che vengono subito dopo per grado di importanza rispetto a quelli già soddisfatti. Ogni ulteriore residuo sarà applicato consecutivamente al soddisfacimento dei bisogni che vengono subito dopo per grado di importanza.39
Se un bene può essere usato per il soddisfacimento di diversi generi di bisogni, e se, rispetto a ciascun genere di bisogno, i successivi singoli atti di soddisfacimento hanno ciascuno importanza decrescente secondo il grado di completezza con cui il bisogno in questione è già stato soddisfatto, gli uomini che economizzano impiegheranno per primo le quantità del bene di cui dispongono per assicurare quegli atti di soddisfacimento, senza riguardo al genere di bisogno, che hanno per loro la massima importanza. Impiegheranno le quantità rimanenti per assicurare i soddisfacimenti di bisogni concreti che vengono subito dopo per importanza, e ogni ulteriore residuo per assicurare soddisfacimenti via via meno importanti. Il risultato finale di questo procedimento è che i più importanti tra i soddisfacimenti che non possono essere conseguiti hanno la stessa importanza per ogni genere di bisogno, e quindi che tutti i bisogni vengono soddisfatti fino a un eguale grado di importanza dei singoli atti di soddisfacimento.
Ci siamo chiesti quale valore abbia per un individuo che esercita attività economica una data unità di una quantità di beni da lui posseduta. La nostra domanda può essere formulata in modo più preciso rispetto alla natura del valore se viene posta in questa forma: quale soddisfacimento non verrebbe conseguito se l'individuo che esercita attività economica non disponesse della data unità — ossia se egli avesse il comando di una quantità complessiva inferiore di quell'unica unità? La risposta, che discende dall'esposizione precedente sulla natura dell'economia umana, è che in tal caso ogni individuo che esercita attività economica soddisferebbe in ogni modo, con la quantità di beni che ancora gli rimane, i suoi bisogni più importanti e rinuncerebbe al soddisfacimento di quelli meno importanti. Pertanto, di tutti i soddisfacimenti precedentemente conseguiti, soltanto quello che ha per lui la minore importanza rimarrebbe ora non conseguito.
Di conseguenza, in ogni caso concreto, di tutti i soddisfacimenti assicurati per mezzo dell'intera quantità di un bene a disposizione di un individuo che esercita attività economica, soltanto quelli che hanno per lui la minore importanza dipendono dalla disponibilità di una data porzione dell'intera quantità. Pertanto il valore che una qualsiasi porzione dell'intera quantità disponibile del bene ha per questa persona è uguale all'importanza che hanno per lui i soddisfacimenti di minore importanza tra quelli assicurati dall'intera quantità e conseguiti con una porzione equivalente.40
Si supponga che un individuo abbia bisogno di 10 unità distinte (o 10 misure) di un bene per il pieno soddisfacimento di tutti i suoi bisogni rispetto a quel bene, che tali bisogni varino in importanza da 10 a 1, ma che egli abbia a sua disposizione soltanto 7 unità (o soltanto 7 misure) del bene. Da quanto si è detto sulla natura dell'economia umana è direttamente evidente che questo individuo soddisferà, con la quantità a sua disposizione (7 unità), soltanto quei suoi bisogni rispetto al bene che vanno in importanza da 10 a 4, e che gli altri bisogni, che vanno in importanza da 3 a 1, rimarranno insoddisfatti. Quale valore ha per l'individuo in questione una delle sue 7 unità (o misure) in questo caso? Secondo quanto abbiamo appreso sulla natura del valore dei beni, questa domanda equivale alla domanda: quale è l'importanza dei soddisfacimenti che non verrebbero conseguiti se l'individuo interessato avesse a sua disposizione soltanto 6 unità (o misure) invece di 7. Se per qualche accidente egli venisse privato di uno dei suoi sette beni (o misure), è chiaro che la persona in questione impiegherebbe le 6 unità rimanenti per soddisfare i bisogni più importanti e trascurerebbe il meno importante. Pertanto il risultato della perdita di un bene (o di una misura) sarebbe che soltanto il minore di tutti i soddisfacimenti assicurati dall'intera quantità disponibile di sette unità (cioè il soddisfacimento la cui importanza era indicata con 4) andrebbe perduto, mentre quei soddisfacimenti (o atti di soddisfacimento dei bisogni) la cui importanza va da 10 a 5 avrebbero luogo come prima. In questo caso, dunque, soltanto un soddisfacimento la cui importanza era indicata con 4 dipenderà dal comando di una singola unità (o misura), e finché l'individuo in questione continua ad avere il comando di 7 unità (o misure) del bene, il valore di ciascuna unità (o misura) sarà uguale all'importanza di questo soddisfacimento. Poiché è soltanto questo soddisfacimento, con un'importanza di 4, a dipendere da un'unità (o misura) della quantità disponibile del bene. A parità di altre condizioni, se all'individuo che esercita attività economica in questione fossero disponibili soltanto 5 unità (o misure) del bene, è evidente che — finché questa situazione economica persistesse — ciascuna unità distinta o quantità parziale del bene avrebbe per lui un'importanza espressa numericamente dalla cifra 6. Se egli avesse 3 unità, ciascuna avrebbe per lui un'importanza espressa numericamente dalla cifra 8. Infine, se egli avesse un solo bene, la sua importanza sarebbe uguale a 10.
L'esame di un certo numero di casi particolari illustrerà pienamente i principi qui esposti, e non intendo sottrarmi a questo compito importante, anche se so che apparirò tedioso ad alcuni lettori. Seguendo le orme di Adam Smith, rischierò una certa noia per guadagnare in chiarezza di esposizione.
Per cominciare dal caso più semplice, si supponga che un individuo isolato che esercita attività economica abiti un'isola rocciosa in mezzo al mare, che egli trovi sull'isola una sola sorgente e che dipenda esclusivamente da essa per il soddisfacimento del suo bisogno di acqua dolce. Si assuma che questo individuo isolato abbia bisogno: (a) di un'unità di acqua al giorno per il mantenimento della propria vita, (b) di diciannove unità per gli animali il cui latte e la cui carne gli forniscono i mezzi di sussistenza più necessari, (c) di quaranta unità, in parte affinché egli possa consumare l'intera quantità necessaria al mantenimento non solo della sua vita ma anche della sua salute; in parte, nella misura necessaria alla continuazione della sua salute e del suo benessere generale, per pulire il proprio corpo, i propri abiti e i propri strumenti; e in parte per il sostentamento di alcuni animali aggiuntivi il cui latte e la cui carne egli ritiene necessari, e infine (d) di quaranta unità aggiuntive di acqua al giorno, in parte per il suo giardino fiorito, e in parte per alcuni animali, che egli tiene, non per il mantenimento della propria vita e della propria salute, ma semplicemente allo scopo di una dieta più varia, o per mera compagnia. Si assuma inoltre che egli non sappia come impiegare più di questo totale di cento unità di acqua.
Finché la sorgente fornisce acqua così copiosamente che egli può non solo soddisfare tutti i suoi bisogni di acqua ma lasciar defluire in mare diverse migliaia di secchi al giorno, e quindi finché il soddisfacimento di nessuno dei suoi bisogni dipende dal fatto che egli abbia a sua disposizione un'unità in più o un'unità in meno (per esempio, un secchio pieno), un'unità di acqua, come abbiamo visto, non avrà per lui né carattere economico né valore, e quindi non potrà esservi questione alcuna circa la grandezza del suo valore. Ma se ora qualche evento naturale dovesse improvvisamente causare l'esaurimento parziale della sorgente, e se il nostro abitante dell'isola, di conseguenza, avesse a sua disposizione soltanto 90 unità di acqua mentre continua a richiederne 100 per il pieno soddisfacimento dei suoi bisogni, è chiaro che allora qualche soddisfacimento dipenderebbe dalla disponibilità di ciascuna porzione dell'intera scorta di acqua, e quindi che ogni singola unità di acqua acquisterebbe per lui quel significato che chiamiamo valore.
Se ora, tuttavia, ci chiediamo quale dei suoi soddisfacimenti dipenda, in questo caso, da una data porzione delle 90 unità di acqua a sua disposizione, per esempio da 10 unità, la nostra domanda assume la forma seguente: quali soddisfacimenti del nostro individuo isolato non verrebbero conseguiti se egli non avesse a sua disposizione questa data porzione della scorta — ossia se egli avesse soltanto 80 unità invece di 90?
Nulla è più certo del fatto che il nostro individuo che esercita attività economica continuerebbe, anche se avesse a disposizione soltanto 80 unità di acqua al giorno, a consumare la quantità necessaria alla conservazione della propria vita, e tanta altra ancora quanta ne serve a mantenere il numero di animali indispensabili a tenerlo in vita. Poiché questi scopi richiedono soltanto 20 unità di acqua al giorno, egli applicherebbe le restanti 60 unità anzitutto al soddisfacimento di tutti i bisogni da cui dipendono la sua salute e il suo continuo benessere generale. Poiché a questo scopo egli richiede un totale di soltanto 40 secchi di acqua al giorno, gli rimarrebbero 20 unità, che potrebbero essere impiegate per scopi di mero godimento. Le ultime 20 unità potrebbero così mantenere o il suo giardino fiorito o gli animali che egli possiede puramente per piacere. Egli sceglierebbe certamente, dei due soddisfacimenti, quello che gli appare più importante, e trascurerebbe quello meno importante.
Quando il nostro Crusoe ha a disposizione 90 unità di acqua al giorno, la questione se egli continuerà ad avere a sua disposizione questa quantità o 10 unità in meno equivale per lui alla questione se egli sarà o no in grado di continuare a soddisfare i bisogni meno importanti che vengono soddisfatti con 10 unità di acqua al giorno. Pertanto, finché una quantità complessiva di 90 unità continua a essere a sua disposizione, 10 unità di acqua avranno soltanto l'importanza di questi soddisfacimenti meno importanti — ossia soltanto l'importanza di godimenti relativamente insignificanti.
Si supponga ora che la sorgente che fornisce acqua all'individuo dell'economia isolata sia ulteriormente esaurita, e a tal punto, in effetti, che soltanto quaranta unità di acqua siano a lui disponibili al giorno. Ora, di nuovo, proprio come prima, il mantenimento della sua vita e del suo benessere dipenderà dalla disponibilità di questa intera quantità di acqua. Ma la situazione è mutata sotto un aspetto importante. Se prima qualcuno dei suoi piaceri o delle sue comodità dipendeva dalla disponibilità di ciascuna parte, in qualsiasi modo praticamente significativa, dell'intera scorta (per esempio, un'unità), ora la questione di un'unità in più o un'unità in meno di acqua disponibile al giorno è, per il nostro Crusoe, già una questione del mantenimento più o meno completo della sua salute o del suo benessere generale. In altre parole, se egli perdesse un'unità, l'effetto sarebbe che non potrebbe più soddisfare uno dei bisogni dal cui soddisfacimento dipendono la conservazione della sua salute e il suo continuo benessere generale. Se un singolo secchio di acqua non aveva alcun valore per il nostro Crusoe finché egli ne aveva a disposizione diverse centinaia al giorno, e se poi, quando ne aveva soltanto 90 al giorno, ogni unità aveva soltanto l'importanza di un particolare godimento da essa dipendente, ora ciascuna parte delle quaranta unità ancora disponibili ha per lui l'importanza di soddisfacimenti assai più importanti. Poiché ora il soddisfacimento di bisogni il cui mancato soddisfacimento compromette la sua salute e il suo continuo benessere dipende da ciascuna delle quaranta unità. Ma il valore di ogni quantità di beni è uguale all'importanza dei soddisfacimenti che da essa dipendono. Se il valore di un'unità di acqua per il nostro Crusoe era dapprima uguale a zero, e nel secondo caso uguale a uno, ora sarebbe già espresso numericamente da qualcosa come la cifra sei.
Si supponga che, con il perdurare della siccità, la sorgente si esaurisca sempre più, e infine fornisca al giorno proprio la quantità di acqua richiesta a malapena per sostenere la vita di questo individuo isolato (quindi nel nostro caso all'incirca 20 unità, poiché egli ne richiede tanta per sé e per quegli animali della sua mandria senza il cui latte e la cui carne non può mantenersi in vita). In tal caso, è chiaro che ogni quantità di acqua praticamente significativa a lui disponibile avrebbe la piena importanza del mantenimento della sua vita. Pertanto un'unità di acqua avrebbe un valore ancora più alto di prima, un valore espresso numericamente dalla cifra 10.
Così, nel primo dei nostri casi, abbiamo visto che finché l'individuo aveva a sua disposizione diverse migliaia di secchi di acqua al giorno, una piccola porzione di questa quantità, per esempio un secchio, non aveva per lui alcun valore, perché nessun tipo di soddisfacimento dipendeva da un singolo secchio. Nel secondo caso, abbiamo visto che un'unità concreta delle 90 unità a lui disponibili aveva già l'importanza di certi godimenti minori, poiché i soddisfacimenti meno importanti che dipendevano dalle 90 unità erano questi godimenti. Nel terzo caso, quando egli aveva a sua disposizione soltanto 40 unità di acqua al giorno, abbiamo visto che soddisfacimenti più importanti dipendevano da ciascuna unità concreta. Nel quarto caso, soddisfacimenti ancora più importanti vennero a dipendere da ciascuna unità concreta. In ciascun caso successivo, abbiamo visto il valore delle unità rimanenti elevarsi progressivamente man mano che soddisfacimenti più importanti venivano a dipendere da esse.
Per passare a relazioni più complicate (sociali), si supponga che una nave a vela disti ancora 20 giorni di navigazione dal raggiungere terra, che per qualche accidente le sue scorte di cibo siano andate quasi completamente perdute, e che per ciascuno dei compagni di bordo rimanga di una sola varietà di cibo, per esempio biscotti, soltanto una quantità appena sufficiente alla conservazione della sua vita per i 20 giorni. Questo è un caso in cui dati bisogni delle persone sulla nave a vela stanno di fronte al comando esattamente di quella precisa quantità di un dato bene che rende il soddisfacimento di tali bisogni interamente dipendente dalla quantità disponibile del bene. Se si assume che la vita dei viaggiatori possa essere mantenuta soltanto se ciascuno di essi consuma mezza libbra di biscotti al giorno, e che ciascun viaggiatore abbia effettivo possesso di 10 libbre di biscotti, allora questa quantità di cibo avrà per ciascun viaggiatore la piena importanza del mantenimento della sua vita. In tali condizioni, nessuno che dia un qualche valore alla propria vita potrebbe essere indotto a cedere questa quantità di beni, e neppure una parte apprezzabile di essa, per beni diversi dai generi alimentari, neppure per i beni più preziosi della vita ordinaria. Se, per esempio, un uomo ricco in viaggio sulla nave offrisse una libbra d'oro per un pari peso di biscotti, allo scopo di alleviare i morsi della fame inevitabili con razioni così scarse, egli non troverebbe alcuno dei suoi compagni di bordo disposto ad accettare un simile baratto.
Si supponga ora che i viaggiatori sulla nave abbiano il comando di altre cinque libbre di biscotti di bordo ciascuno, in aggiunta alle 10 libbre già menzionate. In questo caso la loro vita non dipenderebbe più dal loro comando di una singola libbra di biscotti, poiché una libbra potrebbe essere sottratta al loro controllo, o da essi scambiata per beni diversi dai generi alimentari, senza mettere in pericolo la loro vita. Anche se la loro stessa vita non dipenderebbe più da una libbra di cibo, una libbra di esso costituirebbe nondimeno una protezione contro i morsi della fame, nonché un mezzo per la conservazione della loro salute, poiché un nutrimento così scarso, protratto per venti giorni, quale sarebbe la dieta di tutte le persone che hanno a disposizione soltanto dieci libbre di biscotti, avrebbe senza dubbio un effetto dannoso sul loro benessere. In tali circostanze, sebbene una singola libbra di biscotti non avrebbe più per loro l'importanza del mantenimento della loro vita, essa avrebbe nondimeno l'importanza che ciascuno attribuisce alla conservazione della propria salute e del proprio benessere, nella misura in cui questi dipendono da una singola libbra di biscotti.
Si assuma, infine, che la cambusa della nave sia stata completamente spogliata di tutte le sue scorte di cibo; che i viaggiatori siano anch'essi privi di qualsiasi cibo proprio; che la nave sia carica di un carico di diverse migliaia di quintali di biscotti; e che il capitano della nave, in considerazione della sfortunata situazione dei viaggiatori in conseguenza di questa calamità, autorizzi ciascuno a nutrirsi a piacimento di biscotti. I viaggiatori, naturalmente, prenderanno i biscotti per placare la loro fame. Ma nessuno dubiterà che un gustoso pezzo di carne avrebbe, in tal caso, un valore considerevole per un viaggiatore la cui intera dieta per venti giorni consisterebbe altrimenti di soli biscotti, mentre una libbra di biscotti avrebbe un valore straordinariamente piccolo, e forse nessun valore affatto.
Perché il comando di una libbra di biscotti aveva per ciascun viaggiatore la piena importanza del mantenimento della sua vita nel primo di questi casi, una importanza ancora assai grande nel secondo caso, ma nessuna importanza affatto, o comunque soltanto un'importanza estremamente lieve, nel terzo caso?
I bisogni dei viaggiatori rimasero gli stessi in tutti e tre i casi, poiché né le loro personalità né i loro fabbisogni mutarono. Ciò che mutò, tuttavia, fu la quantità di cibo che stava di fronte a questi fabbisogni in ciascun caso. Di fronte a fabbisogni di cibo identici da parte dei viaggiatori, vi erano dieci libbre di cibo a persona nel primo caso, una quantità maggiore nel secondo caso, e una quantità ancora maggiore nel terzo caso. Pertanto, da un caso al successivo, l'importanza dei soddisfacimenti che dipendevano da singole unità del cibo declinò progressivamente.
Ma ciò che abbiamo potuto osservare qui, dapprima in un individuo isolato e poi in un piccolo gruppo temporaneamente isolato dal resto dell'umanità, vale ugualmente per le relazioni più complesse di un popolo e della società umana in generale. La situazione degli abitanti di un paese dopo un cattivo raccolto, dopo un raccolto medio e infine, in un anno successivo a un raccolto eccezionalmente abbondante, presenta rapporti analoghi per natura a quelli descritti sopra. Anche qui, di fronte a certi determinati fabbisogni, vi è una quantità disponibile di alimenti minore nel primo caso che nel secondo, e minore nel secondo caso che nel terzo. Pertanto, anche in questi casi, l'importanza dei soddisfacimenti che dipendono da singole unità dell'intera provvista varia considerevolmente.
Se un silo contenente 100.000 staia di grano brucia in un paese che ha appena avuto un raccolto eccezionalmente abbondante, l'effetto della sciagura sarà al massimo che si produrrà meno alcol, oppure che la parte più povera della popolazione sarà, nel peggiore dei casi, nutrita un po' più scarsamente, senza tuttavia patire privazioni; se la sciagura si verifica dopo un raccolto medio, molte persone dovranno già rinunciare a soddisfacimenti più importanti; e se la disgrazia coincide con una carestia, moltissime persone moriranno di fame. In ciascuno dei tre casi, da ogni singola unità concreta del grano disponibile alle persone interessate dipendono soddisfacimenti di importanza assai diversa, e per questa ragione il valore di un'unità di grano varia notevolmente nei tre casi.
Se riassumiamo quanto detto, otteniamo i seguenti principi come risultato della nostra indagine fin qui condotta:
(1) L'importanza che i beni hanno per noi e che chiamiamo valore è meramente imputata. Fondamentalmente, soltanto i soddisfacimenti hanno importanza per noi, poiché il mantenimento della nostra vita e del nostro benessere dipende da essi. Ma noi imputiamo logicamente questa importanza ai beni dalla cui disponibilità siamo consapevoli di dipendere per tali soddisfacimenti.
(2) Le grandezze di importanza che i diversi soddisfacimenti di bisogni concreti (i singoli atti di soddisfacimento realizzabili per mezzo di singoli beni) hanno per noi sono ineguali, e la loro misura risiede nel grado della loro importanza per il mantenimento della nostra vita e del nostro benessere.
(3) Le grandezze dell'importanza dei nostri soddisfacimenti che vengono imputate ai beni — cioè le grandezze dei loro valori — sono pertanto anch'esse ineguali, e la loro misura risiede nel grado di importanza che i soddisfacimenti dipendenti dai beni in questione hanno per noi.
(4) In ogni caso particolare, di tutti i soddisfacimenti assicurati dall'intera quantità disponibile di un bene, soltanto quelli che hanno la minore importanza per un individuo economizzante dipendono dalla disponibilità di una data porzione dell'intera quantità.
(5) Il valore di un bene particolare o di una data porzione dell'intera quantità di un bene a disposizione di un individuo economizzante è quindi per lui pari all'importanza del meno importante dei soddisfacimenti assicurati dall'intera quantità disponibile e conseguiti con una qualsiasi porzione uguale. È infatti rispetto a questi soddisfacimenti meno importanti che l'individuo economizzante interessato dipende dalla disponibilità del bene particolare, ossia di una data quantità di un bene.41
Così, nella nostra indagine fin qui condotta, abbiamo ricondotto le differenze nel valore dei beni alle loro cause ultime, e abbiamo nel contempo anche trovato la misura ultima e originaria con la quale gli uomini giudicano i valori di tutti i beni.
Se quanto detto è inteso correttamente, non vi può essere alcuna difficoltà nel risolvere qualsiasi problema concernente la spiegazione delle cause che determinano le differenze tra i valori di due o più beni concreti o quantità di beni.
Se ci chiediamo, per esempio, perché una libbra di acqua potabile non abbia per noi alcun valore in circostanze ordinarie, mentre una frazione minima di una libbra d'oro o di diamanti presenti generalmente un valore molto elevato, la risposta è la seguente: i diamanti e l'oro sono così rari che tutti i diamanti disponibili all'umanità potrebbero essere custoditi in un baule e tutto l'oro in un'unica grande stanza, come dimostrerà un semplice calcolo. L'acqua potabile, d'altra parte, si trova sulla terra in quantità così grandi che difficilmente si potrebbe immaginare un serbatoio abbastanza capiente da contenerla tutta. Di conseguenza, gli uomini sono in grado di soddisfare soltanto i bisogni più importanti che l'oro e i diamanti servono a soddisfare, mentre sono solitamente in grado non solo di soddisfare pienamente i loro bisogni di acqua potabile, ma anche, in aggiunta, di lasciarne sfuggire inutilizzate grandi quantità, poiché non sono in grado di consumare l'intera quantità disponibile. In circostanze ordinarie, pertanto, nessun bisogno umano resterebbe insoddisfatto se gli uomini non potessero disporre di una particolare quantità di acqua potabile. Con l'oro e i diamanti, d'altra parte, anche i soddisfacimenti meno significativi assicurati dalla quantità totale disponibile hanno ancora un'importanza relativamente elevata per gli uomini economizzanti. Così quantità concrete di acqua potabile non hanno solitamente alcun valore per gli uomini economizzanti, mentre quantità concrete di oro e di diamanti ne hanno uno elevato.
Tutto ciò vale soltanto per le circostanze ordinarie della vita, quando l'acqua potabile ci è disponibile in quantità copiose e l'oro e i diamanti in quantità assai esigue. Nel deserto, tuttavia, dove la vita di un viaggiatore dipende spesso da un sorso d'acqua, si può senz'altro immaginare che da una libbra d'acqua dipendano, per un individuo, soddisfacimenti più importanti che da una libbra d'oro. In tal caso, il valore di una libbra d'acqua sarebbe di conseguenza maggiore, per l'individuo interessato, del valore di una libbra d'oro. E l'esperienza ci insegna che un rapporto di questo genere, o uno simile, si sviluppa effettivamente là dove la situazione economica è quale l'ho appena descritta.
C. L'influenza delle differenze nella qualità dei beni sul loro valore.
I bisogni umani possono spesso essere soddisfatti da beni di tipi diversi e ancor più frequentemente da beni che differiscono non quanto al tipo, ma quanto alla specie. Là dove abbiamo a che fare con dati complessi di bisogni umani, da un lato, e con le quantità di beni disponibili per il loro soddisfacimento, dall'altro (p. 129), i bisogni non stanno quindi sempre di fronte a quantità di beni omogenei, ma spesso di fronte a beni di tipi diversi, e ancor più frequentemente di fronte a beni di specie diverse.
Per maggiore semplicità di esposizione ho finora omesso di considerare le differenze tra i beni, e ho, nelle sezioni precedenti, preso in esame soltanto casi in cui quantità di beni del tutto omogenei stanno di fronte a bisogni di un tipo specifico (sottolineando in particolare il modo in cui la loro importanza diminuisce in conformità al grado di completezza del soddisfacimento già conseguito). In tal modo, ho potuto dare maggiore risalto all'influenza che le differenze nelle quantità disponibili esercitano sul valore dei beni.
I casi che restano ora da prendere in considerazione sono quelli in cui dati bisogni umani possono essere soddisfatti da beni di tipi o specie diversi e in cui, pertanto, dati fabbisogni umani stanno di fronte a quantità disponibili di beni le cui singole porzioni sono qualitativamente differenti.
A questo riguardo, occorre anzitutto osservare che le differenze tra i beni, siano esse differenze di tipo o di specie, non possono influire sul valore delle diverse unità di una data provvista se il soddisfacimento dei bisogni umani non è in alcun modo influenzato da tali differenze. I beni che soddisfano i bisogni umani in modo identico sono per ciò stesso considerati del tutto omogenei dal punto di vista economico, anche se possono appartenere a tipi o specie diversi in base all'apparenza esteriore.
Se le differenze, quanto al tipo o alla specie, tra due beni devono essere responsabili di differenze nel loro valore, è necessario che essi abbiano anche diverse capacità di soddisfare i bisogni umani. In altre parole, è necessario che abbiano ciò che chiamiamo, dal punto di vista economico, differenze di qualità. Un esame dell'influenza che le differenze di qualità esercitano sul valore dei singoli beni costituisce pertanto l'oggetto dell'indagine seguente.
Da un punto di vista economico, le differenze qualitative tra i beni possono essere di due tipi. I bisogni umani possono essere soddisfatti in modo quantitativamente o qualitativamente diverso per mezzo di quantità uguali di beni qualitativamente diversi. Con una data quantità di legno di faggio, per esempio, il bisogno umano di calore può essere soddisfatto in modo quantitativamente più intenso che con la stessa quantità di abete. Ma due quantità uguali di alimenti di pari valore nutritivo possono soddisfare il bisogno di cibo in modi qualitativamente diversi, poiché il consumo di una pietanza può, per esempio, procurare godimento mentre l'altra può non procurarne alcuno o procurarne soltanto uno inferiore. Con i beni della prima categoria, la qualità inferiore può essere pienamente compensata da una quantità maggiore, ma con i beni della seconda categoria ciò non è possibile. L'abete, l'ontano o il pino possono sostituire il legno di faggio a fini di riscaldamento, e se il carbone a inferiore tenore di carbonio, la corteccia di quercia a inferiore tenore di tannino e le ordinarie prestazioni di lavoro di braccianti lenti o meno efficienti sono disponibili agli uomini economizzanti soltanto in quantità sufficientemente grandi, essi possono in generale sostituire perfettamente i beni di qualità superiore. Ma anche se alimenti o bevande sgradevoli al palato, stanze buie e umide, le prestazioni di medici mediocri, ecc., sono disponibili nelle quantità più grandi, essi non potranno mai soddisfare i nostri bisogni altrettanto bene, qualitativamente, quanto i corrispondenti beni di qualità superiore.
Quando gli individui economizzanti stimano il valore di un bene, si tratta puramente, come abbiamo visto, di stimare l'importanza del soddisfacimento di quei bisogni rispetto ai quali essi dipendono dalla disponibilità del bene (p. 122). La quantità di un bene che produrrà un dato soddisfacimento è, tuttavia, soltanto un fattore secondario nella valutazione. Se infatti quantità minori di un bene di qualità superiore soddisferanno un bisogno umano nello stesso modo (cioè in modo quantitativamente e qualitativamente identico) di quantità maggiori di un bene di qualità inferiore, è evidente che le quantità minori del bene di qualità superiore avranno per gli uomini economizzanti lo stesso valore delle quantità maggiori del bene di qualità inferiore. Così quantità uguali di beni aventi qualità diverse del primo tipo presenteranno valori ineguali nella proporzione indicata. Se, per esempio, nel determinare il valore della corteccia di quercia teniamo conto esclusivamente del suo tenore di tannino, e sette quintali di una qualità hanno la stessa efficacia di otto quintali di un'altra qualità, essa avrà anche lo stesso valore di quest'ultima quantità per gli artigiani che usano la corteccia. Il semplice ridurre questi beni a quantità di pari efficacia economica (procedimento effettivamente impiegato nelle attività economiche degli uomini in tutti i casi di questo genere) elimina quindi completamente la difficoltà nel determinare il valore di date quantità di qualità diverse (nella misura in cui la loro efficacia è soltanto quantitativamente differente). In tal modo, il caso più complicato qui considerato si riduce al semplice rapporto spiegato in precedenza (pp. 123 e segg.).
La questione dell'influenza delle diverse qualità sui valori dei singoli beni è più complicata quando le differenze qualitative tra i beni fanno sì che i bisogni siano soddisfatti in modi qualitativamente diversi. Non vi può essere dubbio, dopo quanto detto sul principio generale della determinazione del valore (p. 122), che anche in questo caso il fattore che ne determina il valore è l'importanza dei bisogni che resterebbero insoddisfatti se non disponessimo di un particolare bene non solo del tipo generale ma anche della qualità specifica corrispondente a tali bisogni. La difficoltà di cui qui discuto non risiede quindi nell'inapplicabilità del principio generale della determinazione del valore a questi beni, ma piuttosto nella determinazione del particolare soddisfacimento che dipende da un particolare bene concreto quando un intero gruppo di bisogni sta di fronte a beni le cui varie unità sono in grado di soddisfare tali bisogni in modi qualitativamente diversi. In altre parole, essa risiede nell'applicazione pratica del principio generale della determinazione del valore all'attività economica umana. La soluzione di questo problema emerge dalle seguenti considerazioni.
Gli individui economizzanti non utilizzano le quantità di beni di cui dispongono senza riguardo alle differenze di qualità, quando queste esistono. Un agricoltore che ha a disposizione grano di diverse qualità non usa, per esempio, la qualità peggiore per la semina, il grano di qualità media come mangime per il bestiame e il migliore per l'alimentazione e la produzione di bevande. Né usa indistintamente i grani di diverse qualità per l'uno o l'altro scopo. Egli impiega piuttosto, in vista dei suoi fabbisogni, la qualità migliore per la semina, la migliore che resta per l'alimentazione e le bevande, e il grano di qualità più scadente per l'ingrasso del bestiame.
Con i beni le cui unità sono omogenee, l'intera quantità disponibile di un bene sta di fronte all'intero insieme dei bisogni concreti che possono essere soddisfatti per suo mezzo. Ma nei casi in cui le diverse unità di un bene soddisfano i bisogni umani in modi qualitativamente diversi, l'intera quantità disponibile di un bene non sta più di fronte all'intero insieme dei bisogni; ogni quantità disponibile di qualità specifica sta invece di fronte ai corrispondenti bisogni specifici degli individui economizzanti.
Se, rispetto a un dato scopo di consumo, un bene di una certa qualità non può affatto essere sostituito da beni di qualsiasi altra qualità, il principio della determinazione del valore precedentemente dimostrato (p. 132) si applica pienamente e direttamente a particolari quantità di quel bene. Così il valore di una qualsiasi particolare unità di un tale bene è pari all'importanza del soddisfacimento meno importante che è provveduto dall'intera quantità disponibile di questa precisa qualità di bene, poiché è rispetto a questo soddisfacimento che dipendiamo effettivamente dalla disponibilità della particolare unità di questa qualità.
Ma i bisogni umani possono essere soddisfatti per mezzo di beni di diverse qualificazioni, sebbene in modi qualitativamente diversi. Se i beni di una qualità possono essere sostituiti da beni di un'altra qualità, sebbene non con la stessa efficacia, il valore di un'unità dei beni di qualità superiore è pari all'importanza del soddisfacimento meno importante che è provveduto dai beni di qualità superiore, diminuita di una quota di valore42 che è tanto maggiore: (1) quanto minore è il valore dei beni di qualità inferiore con i quali può anche essere soddisfatto il particolare bisogno in questione, e (2) quanto minore è la differenza, per gli uomini, tra l'importanza di soddisfare il particolare bisogno con il bene superiore e l'importanza di soddisfarlo con quello inferiore.
Giungiamo così al risultato che, anche nei casi in cui un complesso di bisogni sta di fronte a una quantità di beni di diverse qualità, da ogni quantità parziale o da ogni unità concreta di questi beni dipendono sempre soddisfacimenti di date intensità. Pertanto, in tutti i casi discussi, il principio della determinazione del valore che ho formulato sopra mantiene la sua piena applicabilità.
D. Il carattere soggettivo della misura del valore. Lavoro e valore. Errore.
Quando ho trattato la natura del valore, ho osservato che il valore non è nulla di insito nei beni e che non è una proprietà dei beni. Ma il valore non è nemmeno una cosa indipendente. Non vi è alcun motivo per cui un bene non possa avere valore per un individuo economizzante e nessun valore per un altro individuo in circostanze diverse. La misura del valore è di natura interamente soggettiva, e per questa ragione un bene può avere grande valore per un individuo economizzante, scarso valore per un altro e nessun valore affatto per un terzo, a seconda delle differenze nei loro fabbisogni e nelle quantità disponibili. Ciò che una persona disprezza o tiene in poco conto è apprezzato da un'altra, e ciò che una persona abbandona è spesso raccolto da un'altra. Mentre un individuo economizzante stima in egual misura una data quantità di un bene e una quantità maggiore di un altro bene, osserviamo frequentemente valutazioni esattamente opposte presso un altro individuo economizzante.
Pertanto non solo la natura, ma anche la misura del valore è soggettiva. I beni hanno sempre valore per certi individui economizzanti, e questo valore è altresì determinato soltanto da tali individui.
Il valore che un individuo economizzante attribuisce a un bene è uguale all'importanza del particolare soddisfacimento che dipende dal suo disporre del bene. Non esiste alcun legame necessario e diretto tra il valore di un bene e il fatto che, o in quali quantità, lavoro e altri beni di ordine superiore siano stati impiegati nella sua produzione. Un bene non economico (una quantità di legname in una foresta vergine, per esempio) non acquista valore per gli uomini se grandi quantità di lavoro o altri beni economici sono stati impiegati nella sua produzione. Se un diamante sia stato trovato per caso oppure ottenuto da una miniera di diamanti con l'impiego di mille giornate di lavoro è del tutto irrilevante per il suo valore. In generale, nessuno nella vita pratica si informa sulla storia dell'origine di un bene nello stimarne il valore, ma considera unicamente i servizi che il bene gli renderà e a cui dovrebbe rinunciare se non lo avesse a propria disposizione. Beni nei quali è stato profuso molto lavoro spesso non hanno alcun valore, mentre altri, nei quali è stato profuso poco o nessun lavoro, hanno un valore molto elevato. Beni nei quali è stato profuso molto lavoro e altri nei quali è stato profuso poco o nessun lavoro hanno spesso uguale valore per gli uomini economizzanti. Le quantità di lavoro o di altri mezzi di produzione impiegati nella sua produzione non possono dunque essere il fattore determinante del valore di un bene. Il confronto tra il valore di un bene e il valore dei mezzi di produzione impiegati nella sua produzione mostra, naturalmente, se e in che misura la sua produzione, un atto di attività umana passata, sia stata appropriata o economica. Ma le quantità di beni impiegati nella produzione di un bene non hanno alcun influsso né necessario né direttamente determinante sul suo valore.
Ugualmente insostenibile è l'opinione secondo cui il fattore determinante del valore dei beni sarebbe la quantità di lavoro o di altri mezzi di produzione necessari per la loro riproduzione. Un gran numero di beni non può essere riprodotto (oggetti d'antiquariato, e dipinti di antichi maestri, per esempio) e così, in numerosi casi, possiamo osservare un valore ma nessuna possibilità di riproduzione. Per questa ragione, qualunque fattore connesso con la riproduzione non può essere il principio determinante del valore in generale. L'esperienza, inoltre, mostra che il valore dei mezzi di produzione necessari per la riproduzione di molti beni (abiti fuori moda e macchine obsolete, per esempio) è talvolta considerevolmente più alto e talvolta più basso del valore dei prodotti stessi.
Il fattore determinante del valore di un bene, dunque, non è né la quantità di lavoro o di altri beni necessari per la sua produzione né la quantità necessaria per la sua riproduzione, ma piuttosto la grandezza dell'importanza di quei soddisfacimenti rispetto ai quali siamo consapevoli di dipendere dal disporre del bene. Questo principio della determinazione del valore è universalmente valido, e non se ne può trovare alcuna eccezione nell'economia umana.
L'importanza che un soddisfacimento ha per noi non è il risultato di una decisione arbitraria, ma è piuttosto misurata dall'importanza, che non è arbitraria, che il soddisfacimento ha per la nostra vita o per il nostro benessere. I gradi relativi di importanza dei diversi soddisfacimenti e degli atti successivi di soddisfacimento sono tuttavia questioni di giudizio da parte degli uomini economizzanti, e per questa ragione la loro conoscenza di questi gradi di importanza è, in alcuni casi, soggetta a errore.
Abbiamo visto in precedenza che i soddisfacimenti da cui dipende la loro vita hanno la massima importanza per gli uomini, che i soddisfacimenti che seguono per importanza sono quelli da cui dipende il loro benessere, e che i soddisfacimenti da cui dipende un grado più elevato di benessere (a parità di intensità un soddisfacimento più duraturo, e a parità di durata uno più intenso) hanno per gli uomini un'importanza maggiore di quelli da cui dipende un grado inferiore del loro benessere.
Ma quanto è stato detto non esclude affatto la possibilità che uomini stolti possano, in conseguenza della loro conoscenza difettosa, talvolta stimare l'importanza di vari soddisfacimenti in modo contrario alla loro reale importanza. Persino individui la cui attività economica è condotta razionalmente, e che perciò certamente si sforzano di riconoscere la vera importanza dei soddisfacimenti al fine di acquisire un fondamento accurato per la loro attività economica, sono soggetti a errore. L'errore è inseparabile da ogni conoscenza umana.
Gli uomini sono particolarmente inclini a lasciarsi indurre a sopravvalutare l'importanza di soddisfacimenti che procurano un intenso piacere momentaneo ma contribuiscono solo fugacemente al loro benessere, e così a sottovalutare l'importanza di soddisfacimenti da cui dipende un benessere meno intenso ma più duraturo. In altre parole, gli uomini stimano spesso più altamente i godimenti passeggeri e intensi del loro benessere durevole, e talvolta persino più della loro stessa vita.
Se gli uomini sono dunque già spesso in errore riguardo alla loro conoscenza del fattore soggettivo della determinazione del valore, quando si tratta semplicemente di valutare i propri stati d'animo, ancor più facilmente erreranno quando si tratta della loro percezione del fattore oggettivo della determinazione del valore, specialmente quando si tratta della loro conoscenza delle grandezze delle quantità a loro disponibili e delle diverse qualità dei beni.
Già per queste sole ragioni è chiaro perché la determinazione del valore dei singoli beni sia afflitta da molteplici errori nella vita economica. Ma oltre alle oscillazioni di valore che derivano da mutamenti nei bisogni umani, da mutamenti nelle quantità di beni disponibili agli uomini, e da mutamenti nelle proprietà fisiche dei beni, possiamo osservare anche oscillazioni nei valori dei beni che sono causate semplicemente da mutamenti nella conoscenza che gli uomini hanno dell'importanza dei beni per la loro vita e il loro benessere.
3. Le leggi che governano il valore dei beni di ordine superiore
A. Il principio che determina il valore dei beni di ordine superiore.
Tra i più clamorosi degli errori fondamentali che hanno avuto le conseguenze di più vasta portata nel precedente sviluppo della nostra scienza vi è l'argomento secondo cui i beni acquistano valore per noi perché nella loro produzione sono stati impiegati beni che avevano valore per noi. Più avanti, quando giungerò alla discussione dei prezzi dei beni di ordine superiore, mostrerò le cause specifiche che furono responsabili di questo errore e del suo divenire il fondamento della teoria accettata dei prezzi (in una forma circondata, naturalmente, da ogni sorta di clausole speciali). Qui voglio affermare, anzitutto, che questo argomento è così rigorosamente in contrasto con ogni esperienza (p. 146) che dovrebbe essere respinto anche se fornisse una soluzione formalmente corretta al problema di stabilire un principio che spieghi il valore dei beni.
Ma persino quest'ultimo scopo non può essere raggiunto dall'argomento in questione, poiché esso offre una spiegazione solo per il valore dei beni che possiamo designare come «prodotti» ma non per il valore di tutti gli altri beni, che appaiono come fattori originari di produzione. Esso non spiega il valore dei beni forniti direttamente dalla natura, specialmente i servizi della terra. Non spiega il valore dei servizi del lavoro. E nemmeno, come vedremo più avanti, spiega il valore dei servizi del capitale. Poiché il valore di tutti questi beni non può essere spiegato con l'argomento che i beni traggono il loro valore dal valore dei beni profusi nella loro produzione. Anzi, esso rende il loro valore del tutto incomprensibile.
Questo argomento, perciò, non fornisce né una soluzione formalmente corretta né una conforme ai fatti della realtà, al problema di scoprire una spiegazione universalmente valida del valore dei beni. Da un lato, esso è in contraddizione con l'esperienza; e dall'altro, è manifestamente inapplicabile ovunque abbiamo a che fare con beni che non sono il prodotto della combinazione di beni di ordine superiore. Il valore dei beni di ordine inferiore non può, dunque, essere determinato dal valore dei beni di ordine superiore che furono impiegati nella loro produzione. Al contrario, è evidente che il valore dei beni di ordine superiore è sempre e senza eccezione determinato dal valore prospettico dei beni di ordine inferiore alla cui produzione essi servono.43 L'esistenza dei nostri fabbisogni di beni di ordine superiore dipende dal fatto che i beni che essi servono a produrre abbiano un atteso carattere economico (p. 107) e quindi un atteso valore. Nel garantire i nostri fabbisogni per il soddisfacimento dei nostri bisogni, non abbiamo necessità di disporre di beni adatti alla produzione di beni di ordine inferiore privi di valore atteso (poiché non ne abbiamo fabbisogno). Abbiamo perciò il principio che il valore dei beni di ordine superiore dipende dal valore atteso dei beni di ordine inferiore che essi servono a produrre. Quindi i beni di ordine superiore possono acquistare valore, o conservarlo una volta che lo hanno, solo se, o finché, servono a produrre beni che ci aspettiamo abbiano valore per noi. Stabilito questo fatto, è chiaro anche che il valore dei beni di ordine superiore non può essere il fattore determinante del valore prospettico dei corrispondenti beni di ordine inferiore. Né può il valore dei beni di ordine superiore già profusi nel produrre un bene di ordine inferiore essere il fattore determinante del suo valore presente. Al contrario, il valore dei beni di ordine superiore è, in tutti i casi, regolato dal valore prospettico dei beni di ordine inferiore alla cui produzione essi sono stati o saranno assegnati dagli uomini economizzanti.
Il valore prospettico dei beni di ordine inferiore è spesso — e questo deve essere osservato attentamente — molto diverso dal valore che beni simili hanno nel presente. Per questa ragione, il valore dei beni di ordine superiore mediante i quali disporremo di beni di ordine inferiore in un tempo futuro (pp. 67 sgg.) non è affatto misurato dal valore attuale di beni simili di ordine inferiore, ma piuttosto dal valore prospettico dei beni di ordine inferiore alla cui produzione essi servono.
Supponiamo, per esempio, di avere il salnitro, lo zolfo, il carbone, i servizi di lavoro specializzato, gli attrezzi, ecc., necessari per la produzione di una certa quantità di polvere da sparo, e che così, mediante questi beni, disporremo di questa quantità di polvere da sparo fra tre mesi. È chiaro che il valore che questa polvere da sparo ci si aspetta abbia per noi fra tre mesi non deve necessariamente essere uguale, ma può essere maggiore o minore, del valore di una identica quantità di polvere da sparo nel momento presente. Quindi anche la grandezza del valore dei suddetti beni di ordine superiore è misurata, non dal valore della polvere da sparo nel presente, ma dal valore prospettico del loro prodotto al termine del periodo di produzione. Si possono persino immaginare casi in cui un bene di ordine inferiore o di primo ordine sia del tutto privo di valore nel presente (il ghiaccio in inverno, per esempio), mentre i corrispondenti beni di ordine superiore simultaneamente disponibili che assicurano quantità del bene di ordine inferiore per un periodo di tempo futuro (tutti i materiali e gli strumenti necessari per la produzione del ghiaccio artificiale, per esempio) hanno valore rispetto a questo periodo di tempo futuro, e viceversa.
Non vi è dunque alcun legame necessario tra il valore dei beni di ordine inferiore o di primo ordine nel presente e il valore dei beni di ordine superiore attualmente disponibili che servono alla produzione di tali beni. Al contrario, è evidente che i primi traggono il loro valore dal rapporto tra fabbisogni e quantità disponibili nel presente, mentre i secondi traggono il loro valore dal rapporto prospettico tra i fabbisogni e le quantità che saranno disponibili nei punti futuri del tempo in cui i prodotti creati mediante i beni di ordine superiore diverranno disponibili. Se il valore futuro prospettico di un bene di ordine inferiore aumenta, a parità di altre condizioni, aumenta anche il valore dei beni di ordine superiore il cui possesso ci assicura il futuro disporre del bene di ordine inferiore. Ma l'aumento o la diminuzione del valore di un bene di ordine inferiore disponibile nel presente non ha alcun necessario legame causale con l'aumento o la diminuzione del valore dei corrispondenti beni di ordine superiore attualmente disponibili.
Quindi il principio che il valore dei beni di ordine superiore è governato, non dal valore dei corrispondenti beni di ordine inferiore del presente, ma piuttosto dal valore prospettico del prodotto, è il principio universalmente valido della determinazione del valore dei beni di ordine superiore.¹⁴
Solo il soddisfacimento dei nostri bisogni ha per noi un significato diretto e immediato. In ogni caso concreto, questo significato è misurato dall'importanza dei vari soddisfacimenti per la nostra vita e il nostro benessere. Attribuiamo poi l'esatta grandezza quantitativa di questa importanza ai beni specifici da cui siamo consapevoli di dipendere direttamente per i soddisfacimenti in questione, cioè la attribuiamo ai beni economici di primo ordine, come spiegato nei principi della sezione precedente. Nei casi in cui i nostri fabbisogni non sono soddisfatti o lo sono solo incompletamente da beni di primo ordine, e in cui i beni di primo ordine acquistano perciò valore per noi, ci rivolgiamo ai corrispondenti beni dell'ordine immediatamente superiore nei nostri sforzi di soddisfare i nostri bisogni il più completamente possibile, e attribuiamo il valore che attribuivamo ai beni di primo ordine a loro volta ai beni di secondo, terzo, e ancora più alto ordine ogniqualvolta questi beni di ordine superiore abbiano carattere economico. Il valore dei beni di ordine superiore è perciò, in ultima analisi, nient'altro che una forma particolare dell'importanza che attribuiamo alla nostra vita e al nostro benessere. Così, come per i beni di primo ordine, il fattore che è in definitiva responsabile del valore dei beni di ordine superiore è semplicemente l'importanza che attribuiamo a quei soddisfacimenti rispetto ai quali siamo consapevoli di dipendere dalla disponibilità dei beni di ordine superiore il cui valore è in esame. Ma a causa dei legami causali tra i beni, il valore dei beni di ordine superiore non è misurato direttamente dall'attesa importanza del soddisfacimento finale, ma piuttosto dal valore atteso dei corrispondenti beni di ordine inferiore.
forse essere utile a causa della brevità e della forma peculiare del presente passo.
Si assuma che il soddisfacimento meno importante reso da un'unità del bene superiore abbia un'importanza di 5 nell'Uso A, che il soddisfacimento meno importante reso da un'unità del bene inferiore nell'Uso B abbia un'importanza di 2, e che un'unità del bene inferiore renderebbe un soddisfacimento con un'importanza di 3 se dovesse sostituire un'unità del bene superiore nell'Uso A. Menger sostiene che il valore d'uso di un'unità di un bene superiore che può essere sostituito da un bene inferiore è uguale, non all'importanza del soddisfacimento meno importante effettivamente reso da un'unità del bene superiore, ma all'importanza dei soddisfacimenti dipendenti dal continuare a disporre di quell'unità. Nel caso presente, se viene perso il disporre di un'unità del bene superiore e un'unità del bene inferiore viene spostata dall'Uso B all'Uso A per prenderne il posto, i soddisfacimenti perduti dal consumatore sono: (1) un soddisfacimento nell'Uso B con un'importanza di 2, che è perduto perché un'unità in meno del bene inferiore è impiegata nell'Uso B, e (2) un soddisfacimento nell'Uso A con un'importanza di 2 (la differenza tra le 5 unità perdute perché un'unità in meno del bene superiore è impiegata nell'Uso A e le 3 unità guadagnate grazie all'impiego di un'unità del bene inferiore al suo posto). Il valore d'uso di un'unità del bene superiore è perciò 4, la somma di queste due voci. La «quota di valore» menzionata da Menger nel testo è la differenza tra il soddisfacimento meno importante che il bene superiore renderebbe nell'Uso A e il suo valore d'uso calcolato in questo modo. La «quota di valore» in questo esempio è quindi 5 meno 4, ossia 1. — TR.
B. La produttività del capitale.
La trasformazione di beni di ordine superiore in beni di ordine inferiore avviene, come ogni altro processo di mutamento, nel tempo. I momenti in cui gli uomini otterranno il comando di beni di primo ordine a partire dai beni di ordine superiore attualmente in loro possesso saranno tanto più lontani quanto più elevato è l'ordine di tali beni. Sebbene sia vero, come abbiamo visto in precedenza (pp. 71 e segg.), che l'impiego più esteso di beni di ordine superiore per il soddisfacimento dei bisogni umani determina un'espansione continua delle quantità di beni di consumo disponibili, tale estensione è possibile soltanto se le attività previdenti degli uomini si estendono a periodi di tempo sempre più lontani. Un primitivo indiano è occupato incessantemente nel compito di provvedere ai propri fabbisogni per pochi giorni alla volta. Un nomade che non consuma gli animali domestici di cui dispone, ma decide di allevarli per averne i piccoli, sta già producendo beni che gli diverranno disponibili soltanto dopo alcuni mesi. Ma presso i popoli civili una considerevole proporzione dei membri della società è occupata nella produzione di beni che contribuiranno soltanto dopo anni, e spesso soltanto dopo decenni, al soddisfacimento diretto dei bisogni umani.
Così, rinunciando alla loro economia di raccolta e progredendo nell'impiego di beni di ordini superiori per il soddisfacimento dei propri bisogni, gli uomini economizzanti possono con la massima certezza accrescere di conseguenza i beni di consumo a loro disposizione — ma soltanto a condizione che allunghino i periodi di tempo sui quali deve estendersi la loro attività previdente nella stessa misura in cui progrediscono verso beni di ordine superiore.
Vi è, in questa circostanza, un importante freno al progresso economico. La più ansiosa cura degli uomini è sempre rivolta ad assicurarsi i beni di consumo necessari al mantenimento della loro vita e del loro benessere nel presente o nell'immediato futuro, ma la loro ansia diminuisce man mano che il periodo di tempo su cui essa si estende diviene più lungo. Questo fenomeno non è accidentale, bensì profondamente radicato nella natura umana. Nella misura in cui il mantenimento della nostra vita dipende dal soddisfacimento dei nostri bisogni, garantire il soddisfacimento dei bisogni anteriori deve necessariamente precedere l'attenzione a quelli posteriori. E persino là dove non la nostra vita, ma soltanto il nostro persistente benessere (anzitutto la nostra salute) dipende dal comando di una quantità di beni, il conseguimento del benessere in un periodo più vicino è, di regola, un presupposto del benessere in un periodo posteriore. Il comando dei mezzi per il mantenimento del nostro benessere in un tempo lontano ci giova poco se la povertà e l'indigenza hanno già minato la nostra salute o arrestato il nostro sviluppo in un periodo anteriore. Considerazioni analoghe valgono persino per i soddisfacimenti che hanno soltanto l'importanza di godimenti. Tutta l'esperienza insegna che un godimento presente o uno nel prossimo futuro appare di solito agli uomini più importante di uno di pari intensità in un tempo più remoto del futuro.
La vita umana è un processo nel quale il corso dello sviluppo futuro è sempre influenzato dallo sviluppo precedente. È un processo che non può essere continuato una volta che sia stato interrotto, e che non può essere completamente risanato una volta che sia divenuto gravemente disordinato. Un presupposto necessario della nostra provvigione per il mantenimento della nostra vita e per il nostro sviluppo in periodi futuri è la cura dei periodi precedenti della nostra vita. Lasciando da parte le irregolarità dell'attività economica, possiamo concludere che gli uomini economizzanti si sforzano in generale di assicurare anzitutto il soddisfacimento dei bisogni dell'immediato futuro, e che soltanto dopo aver fatto ciò essi tentano di assicurare il soddisfacimento dei bisogni di periodi più lontani, in conformità alla loro lontananza nel tempo.
La circostanza che pone un freno agli sforzi degli uomini economizzanti di progredire nell'impiego di beni di ordini superiori è dunque la necessità di provvedere dapprima, con i beni attualmente a loro disposizione, al soddisfacimento dei propri bisogni nell'immediato futuro; poiché soltanto quando ciò sia stato fatto essi possono provvedere a periodi di tempo più lontani. In altre parole, il guadagno economico che gli uomini possono ottenere da un impiego più esteso di beni di ordini superiori per il soddisfacimento dei propri bisogni dipende dalla condizione che essi abbiano ancora a disposizione ulteriori quantità di beni per periodi di tempo più lontani dopo aver provveduto ai propri fabbisogni per l'immediato futuro.
Negli stadi iniziali e all'inizio di ogni nuova fase dello sviluppo culturale, quando pochi individui (i primi scopritori, inventori e imprenditori) compiono per primi il passaggio all'uso di beni dell'ordine immediatamente superiore, la porzione di tali beni che esisteva in precedenza ma che fino ad allora non aveva avuto alcuna applicazione di sorta nell'economia umana, e per la quale dunque non vi erano fabbisogni, ha naturalmente carattere non economico. Quando un popolo di cacciatori passa all'agricoltura stanziale, la terra e i materiali che prima non venivano utilizzati e che ora sono impiegati per la prima volta per il soddisfacimento dei bisogni umani (calce, sabbia, legname e pietre da costruzione, per esempio) conservano di solito il loro carattere non economico per qualche tempo dopo che il passaggio è cominciato. Non sono dunque le quantità limitate di tali beni a impedire agli uomini economizzanti, nei primi stadi della civiltà, di progredire nell'impiego di beni di ordini superiori per il soddisfacimento dei propri bisogni.
Ma vi è, di regola, un'altra porzione dei beni complementari di ordine superiore, che già serviva al soddisfacimento dei bisogni umani in questo o quel ramo della produzione prima del passaggio all'impiego di un nuovo ordine di beni, e che dunque presentava in precedenza carattere economico. La semente e i servizi di lavoro di cui ha bisogno un individuo che passa dallo stadio dell'economia di raccolta all'agricoltura sono esempi di questo genere.
Questi beni, che l'individuo che compie il passaggio usava in precedenza come beni di ordine inferiore, e che potrebbe continuare a usare come beni di ordine inferiore, devono ora essere impiegati come beni di ordine superiore se egli desidera trarre vantaggio dal guadagno economico menzionato in precedenza. In altre parole, egli può procurarsi tale guadagno soltanto impiegando beni che gli sono disponibili, se così sceglie, per il presente o per il prossimo futuro, per il soddisfacimento dei bisogni di un periodo di tempo più lontano.
Nel frattempo, con il continuo sviluppo della civiltà e con il progresso nell'impiego di ulteriori quantità di beni di ordine superiore da parte degli uomini economizzanti, gran parte degli altri beni di ordine superiore in precedenza non economici (terra, calcare, sabbia, legname, ecc., per esempio) acquista carattere economico (p. 103). Quando ciò avviene, ciascun individuo può partecipare ai guadagni economici connessi all'impiego di beni di ordine superiore in contrasto con la pura attività di raccolta (e, a livelli più elevati di civiltà, all'impiego di beni di ordine superiore in contrasto con i limiti dei mezzi di produzione di ordine inferiore) soltanto se egli ha già il comando di quantità di beni economici di ordine superiore (o di quantità di beni economici di qualsiasi genere, quando si è già sviluppato un vivace commercio e beni di ogni genere possono essere scambiati l'uno con l'altro) nel presente per periodi di tempo futuri — in altre parole, soltanto se egli possiede capitale.
Con questa proposizione, tuttavia, abbiamo raggiunto una delle più importanti verità della nostra scienza, la «produttività del capitale». La proposizione non deve essere intesa nel senso che il comando di quantità di beni economici in un periodo anteriore per un tempo posteriore possa contribuire di per sé, durante questo periodo, all'incremento dei beni di consumo a disposizione degli uomini. Essa significa soltanto che il comando di quantità di beni economici per un certo periodo di tempo è, per gli individui economizzanti, un mezzo per il migliore e più completo soddisfacimento dei loro bisogni, e dunque un bene — o piuttosto un bene economico, ogni qualvolta le quantità disponibili di servizi del capitale sono minori dei fabbisogni di essi.
Il soddisfacimento più o meno completo dei nostri bisogni non dipende dunque meno dal comando di quantità di beni economici per certi periodi di tempo (dai servizi del capitale) di quanto dipenda dal comando di altri beni economici. Per questa ragione i servizi del capitale sono oggetti ai quali gli uomini attribuiscono valore e, come vedremo più avanti, sono anche oggetti di commercio.
Alcuni economisti rappresentano il pagamento dell'interesse come un compenso per l'astinenza del proprietario del capitale. Contro questa dottrina devo osservare che l'astinenza di una persona non può, di per sé, acquisire carattere di bene e quindi valore. Inoltre, il capitale non ha affatto sempre origine dall'astinenza, ma in molti casi come risultato di una mera appropriazione (ogni qualvolta beni di ordine superiore prima non economici acquistano carattere economico a causa dei crescenti fabbisogni della società, per esempio). Pertanto il pagamento dell'interesse non deve essere considerato come una compensazione del proprietario del capitale per la sua astinenza, ma come lo scambio di un bene economico (l'uso del capitale) con un altro (il denaro, per esempio). Carey cade tuttavia nell'errore opposto, quando attribuisce alla parsimonia una tendenza direttamente avversa alla creazione del capitale.
C. Il valore delle quantità complementari di beni di ordine superiore.
Per trasformare beni di ordine superiore44 in beni di ordine inferiore è necessario il trascorrere di un certo periodo di tempo. Quindi, ogni qualvolta debbano essere prodotti beni economici, è necessario il comando dei servizi del capitale per un certo periodo di tempo. La lunghezza di questo periodo varia secondo la natura del processo di produzione. In un dato ramo della produzione, esso è tanto più lungo quanto più elevato è l'ordine dei beni da indirizzare al soddisfacimento dei bisogni umani. Ma un qualche trascorrere di tempo è inseparabile da ogni processo di produzione.
Durante questi periodi di tempo, la quantità di beni economici di cui sto parlando (il capitale) è vincolata,45 e non disponibile per altri scopi produttivi. Per avere a nostro comando, in un tempo futuro, un bene o una quantità di beni di ordine inferiore, non è sufficiente avere un possesso fugace dei corrispondenti beni di ordine superiore in un singolo punto nel tempo, ma è invece necessario che noi conserviamo il comando di tali beni di ordine superiore per un periodo di tempo che varia in lunghezza secondo la natura del particolare processo di produzione, e che li vincoliamo a questo processo di produzione per la durata di tale periodo.
Nella sezione precedente abbiamo visto che il comando di quantità di beni economici per dati periodi di tempo ha valore per gli uomini economizzanti, proprio come gli altri beni economici hanno valore per loro. Da ciò consegue che il valore presente complessivo di tutti i beni di ordine superiore necessari alla produzione di un bene di ordine inferiore può essere posto uguale al valore prospettico del prodotto per gli uomini economizzanti soltanto se vi è incluso il valore dei servizi del capitale durante il periodo di produzione.
Supponiamo, per esempio, di voler determinare il valore dei beni di ordine superiore che ci assicurano il comando di una data quantità di grano fra un anno. Il valore della semente, dei servizi della terra, dei servizi di lavoro agricolo specializzato e di tutti gli altri beni di ordine superiore necessari alla produzione della data quantità di grano sarà invero uguale al valore prospettico del grano alla fine dell'anno (p. 150), ma soltanto a condizione che nella somma sia incluso il valore, per gli individui economizzanti interessati, di un anno di comando di tali beni economici. Il valore presente di questi beni di ordine superiore presi di per sé è dunque uguale al valore del prodotto prospettico meno il valore dei servizi del capitale impiegato.
Per esprimere numericamente quanto è stato detto, supponiamo che il valore prospettico del prodotto che sarà disponibile alla fine dell'anno sia 100, e che il valore di un anno di comando delle necessarie quantità di beni economici di ordine superiore (il valore dei servizi del capitale) sia 10. È chiaro che il valore complessivo di tutti i beni complementari di ordine superiore richiesti per la produzione del prodotto, esclusi i servizi del capitale, è uguale non a 100, ma soltanto a 90. Se il valore dei servizi del capitale fosse 15, il valore presente degli altri beni di ordine superiore sarebbe soltanto 85.
Il valore dei beni per gli individui economizzanti interessati è, come ho già affermato più volte, il fondamento più importante della formazione dei prezzi. Ora, se nella vita ordinaria vediamo che gli acquirenti di beni di ordine superiore non pagano mai il pieno prezzo prospettico di un bene di ordine inferiore per i mezzi di produzione complementari tecnicamente necessari alla sua produzione,¹⁵ che essi sono sempre soltanto in grado di concedere, e di fatto concedono, prezzi per essi alquanto inferiori al prezzo del prodotto, e che la vendita di beni di ordine superiore presenta così una certa somiglianza con lo sconto, costituendo il prezzo prospettico del prodotto la base del calcolo,46 questi fatti trovano spiegazione nell'argomentazione precedente.47
Una persona che ha a propria disposizione i beni di ordine superiore richiesti per la produzione di beni di ordine inferiore non ha, in virtù di questo fatto, il comando dei beni di ordine inferiore in modo immediato e diretto, ma soltanto dopo il trascorrere di un periodo di tempo più o meno lungo secondo la natura del processo di produzione. Se egli desidera scambiare immediatamente i suoi beni di ordine superiore con i corrispondenti beni di ordine inferiore, o, il che è la stessa cosa in condizioni di traffico sviluppato, con una corrispondente somma di denaro, egli si trova evidentemente in una posizione simile a quella di una persona che deve ricevere una certa somma di denaro in un punto futuro nel tempo (dopo 6 mesi, per esempio) ma che vuole ottenerne il comando immediatamente. Se il proprietario di beni di ordine superiore intende trasferirli a un terzo ed è disposto a ricevere il pagamento soltanto dopo la fine del processo di produzione, naturalmente non ha luogo alcuno «sconto». Di fatto, possiamo osservare i prezzi dei beni venduti a credito salire tanto più in alto (a prescindere dal premio per il rischio) quanto più lontana nel futuro è la data di pagamento concordata. Tutto ciò, tuttavia, spiega al tempo stesso perché l'attività produttiva di un popolo sia grandemente favorita dal credito. Nella stragrande maggioranza dei casi, le operazioni di credito consistono nel consegnare beni di ordine superiore a persone che li trasformano nei corrispondenti beni di ordine inferiore. La produzione, o quantomeno una fabbricazione più estesa, è molto spesso possibile soltanto grazie al credito; di qui il pernicioso arresto e la riduzione dell'attività produttiva di un popolo quando il credito cessa improvvisamente di affluire.
Il processo di trasformazione dei beni di ordine superiore in beni di ordine inferiore o di primo ordine, purché sia economico sotto gli altri aspetti, deve sempre anche essere pianificato e condotto, in vista di un qualche scopo economico, da un individuo che agisce economicamente. Questo individuo deve eseguire i calcoli economici di cui ho appena parlato, e deve effettivamente riunire (o far riunire) i beni di ordine superiore, comprese le prestazioni tecniche di lavoro, ai fini della produzione.48 La questione di quali funzioni siano incluse in questa cosiddetta attività imprenditoriale è già stata posta più volte. Anzitutto dobbiamo tenere presente che le prestazioni tecniche di lavoro dell'imprenditore stesso rientrano spesso tra i beni di ordine superiore che egli ha a disposizione ai fini della produzione. Quando ciò accade, egli assegna loro, esattamente come alle prestazioni di altre persone, i loro ruoli nel processo produttivo. Il proprietario di una rivista è spesso un collaboratore della propria rivista. L'imprenditore industriale lavora spesso nella propria fabbrica. Ciascuno di essi è tuttavia imprenditore non per la sua partecipazione tecnica al processo produttivo, bensì perché compie non solo i calcoli economici sottostanti ma anche le decisioni effettive di assegnare i beni di ordine superiore a determinati scopi produttivi. L'attività imprenditoriale comprende: (a) procurarsi informazioni sulla situazione economica; (b) il calcolo economico — tutti i diversi computi che devono essere effettuati affinché un processo produttivo sia efficiente (purché sia economico sotto gli altri aspetti); (c) l'atto di volontà con cui i beni di ordine superiore (o i beni in generale — in condizioni di commercio sviluppato, dove qualsiasi bene economico può essere scambiato con qualsiasi altro) vengono assegnati a un determinato processo produttivo; e infine (d) la sorveglianza dell'esecuzione del piano produttivo affinché esso possa essere portato a termine nel modo più economico possibile. Nelle piccole imprese queste attività imprenditoriali occupano di solito soltanto una parte non considerevole del tempo dell'imprenditore. Nelle grandi imprese, invece, non solo l'imprenditore stesso, ma spesso diversi collaboratori, sono interamente occupati da queste attività. Per quanto estese possano essere però le attività di tali collaboratori, le quattro funzioni sopra elencate si possono sempre osservare nell'agire dell'imprenditore, anche se esse si riducono in ultima analisi (come nelle società per azioni) a determinare l'assegnazione di porzioni di ricchezza a determinati scopi produttivi soltanto per categorie generali, e alla scelta e al controllo delle persone. Dopo quanto si è detto, sarà evidente che non posso concordare con Mangoldt,49 il quale designa l'«assunzione del rischio» come la funzione essenziale dell'imprenditorialità in un processo produttivo, dato che questo «rischio» è soltanto accessorio e la possibilità di perdita è controbilanciata dalla possibilità di profitto.
Nelle prime fasi della civiltà e anche più tardi, nel caso delle piccole manifatture, l'attività imprenditoriale è di solito svolta dal medesimo individuo che agisce economicamente, le cui prestazioni tecniche di lavoro costituiscono anch'esse uno dei fattori del processo produttivo. Con la progressiva divisione del lavoro e l'aumento delle dimensioni delle imprese, l'attività imprenditoriale ne occupa spesso l'intero tempo. Per questa ragione l'attività imprenditoriale è un fattore della produzione di beni altrettanto necessario quanto le prestazioni tecniche di lavoro. Essa ha pertanto il carattere di un bene di ordine superiore, e ha anche valore, poiché, come gli altri beni di ordine superiore, è anch'essa in generale un bene economico. Perciò, ogniqualvolta vogliamo determinare il valore presente di quantità complementari di beni di ordine superiore, il valore prospettico del prodotto determina il valore totale di tutti essi insieme soltanto se il valore dell'attività imprenditoriale è incluso nel totale.
Riassumo i risultati di questa sezione. Il valore presente complessivo di tutte le quantità complementari di beni di ordine superiore (cioè tutte le materie prime, le prestazioni di lavoro, i servizi della terra, le macchine, gli utensili, ecc.) necessarie alla produzione di un bene di ordine inferiore o di primo ordine è uguale al valore prospettico del prodotto. Ma è necessario includere nella somma non solo i beni di ordine superiore tecnicamente richiesti per la sua produzione, ma anche i servizi del capitale e l'attività dell'imprenditore. Questi infatti sono inevitabilmente necessari in ogni produzione economica di beni quanto i requisiti tecnici già menzionati. Pertanto il valore presente dei fattori tecnici di produzione presi da soli non è uguale al pieno valore prospettico del prodotto, ma si comporta sempre in modo tale che rimane un margine per il valore dei servizi del capitale e dell'attività imprenditoriale.
D. Il valore dei singoli beni di ordine superiore.
Abbiamo visto che il valore di un determinato bene (o di una data quantità di beni) per l'individuo che agisce economicamente e che lo ha a disposizione è uguale all'importanza che egli attribuisce alle soddisfazioni a cui dovrebbe rinunciare se non disponesse di esso. Da ciò potremmo dedurre, senza difficoltà, che il valore di ciascuna unità di beni di ordine superiore è parimenti uguale all'importanza delle soddisfazioni assicurate dalla disponibilità di un'unità, se non fossimo ostacolati dal fatto che un bene di ordine superiore non può essere impiegato per il soddisfacimento dei bisogni umani di per sé, ma soltanto in combinazione con altri beni (i complementari) di ordine superiore. A causa di ciò, tuttavia, potrebbe sorgere l'opinione che noi dipendiamo, per il soddisfacimento di bisogni concreti, non dalla disponibilità di un singolo bene concreto (o di una concreta quantità di un dato tipo di bene) di ordine superiore, bensì dalla disponibilità di quantità complementari di beni di ordine superiore, e che pertanto solo aggregati di beni complementari di ordine superiore possano acquisire valore in modo autonomo per un individuo che agisce economicamente.
È, naturalmente, vero che possiamo ottenere quantità di beni di ordine inferiore soltanto per mezzo di quantità complementari di beni di ordine superiore. Ma è altrettanto certo che i diversi beni di ordine superiore non devono essere sempre combinati nel processo produttivo in proporzioni fisse (nel modo, forse, che si osserva nel caso delle reazioni chimiche, dove solo un certo peso di una sostanza si combina con un peso parimenti fisso di un'altra sostanza per dare un determinato composto chimico). L'esperienza più comune ci insegna piuttosto che una data quantità di un certo bene di ordine inferiore può essere prodotta a partire da beni di ordine superiore che stanno tra loro in rapporti quantitativi assai diversi. Anzi, uno o più beni di ordine superiore che sono complementari a un gruppo di certi altri beni di ordine superiore possono spesso essere del tutto omessi senza distruggere la capacità dei restanti beni complementari di produrre il bene di ordine inferiore. I servizi della terra, le sementi, le prestazioni di lavoro, il concime, i servizi degli attrezzi agricoli, ecc., sono impiegati per produrre grano. Ma nessuno potrà negare che una data quantità di grano possa essere prodotta anche senza l'uso del concime e senza impiegare gran parte dei consueti attrezzi agricoli, purché soltanto gli altri beni di ordine superiore impiegati per la produzione del grano siano disponibili in quantità corrispondentemente maggiori.
Se dunque l'esperienza ci insegna che alcuni beni complementari di ordine superiore possono spesso essere del tutto omessi nella produzione di beni di ordine inferiore, possiamo osservare assai più frequentemente non solo che dati prodotti possono essere prodotti mediante quantità variabili di beni di ordine superiore, ma anche che vi è in generale un margine assai ampio entro il quale le proporzioni dei beni impiegati nella loro produzione possono essere, e di fatto sono, fatte variare. Ognuno sa che, anche su terreni di qualità omogenea, una data quantità di grano può essere prodotta su campi di dimensioni molto diverse se coltivati in modo più o meno intensivo — cioè se ad essi vengono applicate quantità maggiori o minori degli altri beni complementari di ordine superiore. In particolare, un'insufficienza di concime può essere compensata mediante l'impiego di una maggiore quantità di terra o di macchine migliori, oppure mediante un'applicazione più intensiva delle prestazioni di lavoro agricolo. Analogamente, una quantità diminuita di quasi ogni bene di ordine superiore può essere compensata mediante un'applicazione corrispondentemente maggiore degli altri beni complementari.
Ma anche là dove particolari beni di ordine superiore non possono essere sostituiti da quantità di altri beni complementari, e una diminuzione della quantità disponibile di un certo particolare bene di ordine superiore provoca una corrispondente diminuzione del prodotto (nella produzione di un certo composto chimico, per esempio), le corrispondenti quantità degli altri mezzi di produzione non diventano necessariamente prive di valore quando questo unico bene produttivo viene a mancare. Gli altri mezzi di produzione possono, di regola, essere ancora applicati alla produzione di altri beni di consumo, e quindi in ultima analisi al soddisfacimento dei bisogni umani, anche se tali bisogni sono di solito meno importanti dei bisogni che si sarebbero potuti soddisfare se fosse stata disponibile la quantità mancante del bene complementare in questione.
Di regola, pertanto, ciò che dipende da una data quantità di un bene di ordine superiore non è la disponibilità di una quantità di prodotto esattamente corrispondente, bensì soltanto una porzione del prodotto e spesso soltanto la sua qualità superiore. Di conseguenza, il valore di una data quantità di un particolare bene di ordine superiore non è uguale all'importanza delle soddisfazioni che dipendono dall'intero prodotto che esso contribuisce a produrre, ma è uguale soltanto all'importanza delle soddisfazioni assicurate dalla porzione del prodotto che resterebbe non prodotta se non fossimo in grado di disporre della data quantità del bene di ordine superiore. Là dove il risultato di una diminuzione della quantità disponibile di un bene di ordine superiore non è una riduzione della quantità di prodotto ma un peggioramento della sua qualità, il valore di una data quantità di un bene di ordine superiore è uguale alla differenza di importanza tra le soddisfazioni che si possono conseguire con il prodotto di qualità superiore e quelle che si possono conseguire con il prodotto di qualità inferiore. In entrambi i casi, pertanto, ciò che dipende dalla disponibilità di una data quantità di un particolare bene di ordine superiore non sono le soddisfazioni assicurate dall'intero prodotto che esso contribuisce a produrre, bensì soltanto le soddisfazioni dell'importanza qui spiegata.
Anche là dove una diminuzione della quantità disponibile di un particolare bene di ordine superiore fa diminuire proporzionalmente il prodotto (un certo composto chimico, per esempio), le altre quantità complementari di beni di ordine superiore non diventano prive di valore. Sebbene il loro fattore di produzione complementare manchi ora, esse possono ancora essere applicate alla produzione di altri beni di ordine inferiore, e quindi indirizzate al soddisfacimento dei bisogni umani, anche se tali bisogni sono, forse, alquanto meno importanti di quanto sarebbe stato altrimenti il caso. Così, anche in questo caso, il pieno valore del prodotto che andrebbe perduto per noi a causa della mancanza di un particolare bene di ordine superiore non è il fattore determinante del suo valore. Il suo valore è uguale soltanto alla differenza di importanza tra le soddisfazioni che sono assicurate se disponiamo del bene di ordine superiore di cui vogliamo determinare il valore e le soddisfazioni che si conseguirebbero se non lo avessimo a disposizione.
Se riassumiamo questi tre casi, otteniamo una legge generale della determinazione del valore di una concreta quantità di un bene di ordine superiore. Posto in ciascun caso che tutti i beni di ordine superiore disponibili siano impiegati nel modo più economico, il valore di una concreta quantità di un bene di ordine superiore è uguale alla differenza di importanza tra le soddisfazioni che possono essere raggiunte quando disponiamo della data quantità del bene di ordine superiore di cui vogliamo determinare il valore e le soddisfazioni che sarebbero raggiunte se non avessimo questa quantità a disposizione.
Questa legge corrisponde esattamente alla legge generale della determinazione del valore (p. 121), poiché la differenza cui si riferisce la legge del paragrafo precedente rappresenta l'importanza delle soddisfazioni che dipendono dalla nostra disponibilità di un dato bene di ordine superiore.
Se esaminiamo questa legge alla luce di quanto si è detto prima (p. 157) sul valore delle quantità complementari di beni di ordine superiore necessarie alla produzione di un bene di consumo, otteniamo un principio corollario: il valore di un bene di ordine superiore sarà tanto maggiore (1) quanto maggiore è il valore prospettico del prodotto, se il valore degli altri beni complementari necessari alla sua produzione rimane uguale, e (2) quanto minore, a parità delle altre condizioni, è il valore dei beni complementari.
E. Il valore dei servizi della terra, del capitale e del lavoro, in particolare.50
La terra non occupa alcun posto eccezionale tra i beni. Se è impiegata per scopi di consumo (giardini ornamentali, riserve di caccia, ecc.), è un bene di primo ordine. Se è impiegata per la produzione di altri beni, è, come molti altri, un bene di ordine superiore. Ogniqualvolta si tratti, pertanto, di determinare il valore della terra o il valore dei servizi della terra, essi sono soggetti alle leggi generali della determinazione del valore. Se determinati appezzamenti di terra hanno il carattere di beni di ordine superiore, il loro valore è soggetto anche alle leggi della determinazione del valore dei beni di ordine superiore che ho esposto nella sezione precedente.
Una diffusa scuola di economisti ha riconosciuto correttamente che il valore della terra non può validamente essere ricondotto al lavoro o ai servizi del capitale. Da ciò, tuttavia, essi hanno dedotto la legittimità di assegnare alla terra una posizione eccezionale tra i beni. Ma l'errore metodologico insito in questo procedimento è facilmente riconoscibile. Che un ampio e importante gruppo di fenomeni non possa essere fatto rientrare nelle leggi generali di una scienza che si occupa di questi fenomeni è una prova eloquente della necessità di riformare la scienza. Esso non costituisce però un argomento che giustificherebbe il procedimento metodologico più discutibile di separare un gruppo di fenomeni da tutti gli altri oggetti di osservazione affatto simili nella loro natura generale, ed elaborare appositi principi supremi per ciascuno dei due gruppi.
Il riconoscimento di questo errore ha condotto, pertanto, in tempi più recenti, a numerosi tentativi di far rientrare la terra e i servizi della terra nel quadro di un sistema di teoria economica insieme a tutti gli altri beni, e di ricondurre i loro valori e i prezzi che essi spuntano al lavoro umano o ai servizi del capitale, conformemente ai principi accettati.51
Ma la violenza fatta ai beni in generale, e alla terra in particolare, da un simile tentativo è evidente. Un appezzamento di terra può essere stato strappato al mare con il massimo dispendio di lavoro umano; oppure può essere il deposito alluvionale di un qualche fiume e dunque essere stato acquisito senza alcun lavoro. Può essere stato originariamente ricoperto di giungla, coperto di pietre, e bonificato in seguito con grande fatica e sacrificio economico; oppure può essere stato libero da alberi e fertile fin dall'inizio. Tali elementi della sua storia passata sono di interesse nel giudicare la sua fertilità naturale, e certamente anche per la questione se l'applicazione di beni economici a questo appezzamento di terra (miglioramenti) fosse appropriata ed economica. Ma la sua storia non ha alcuna rilevanza quando sono in questione le sue relazioni economiche generali, e in special modo il suo valore. Queste infatti riguardano l'importanza che i beni acquisiscono per noi unicamente perché ci assicurano soddisfazioni future.52 Da queste considerazioni segue anche che, ogniqualvolta mi riferisco ai servizi della terra, intendo i servizi, misurati nel tempo, degli appezzamenti di terra quali effettivamente li troviamo nell'economia degli uomini, e non l'uso delle «forze originarie» della terra. Poiché soltanto i primi sono oggetto dell'agire economico umano, mentre le seconde, nei casi concreti, sono al più meri oggetti di una disperata indagine storica, e in ogni caso irrilevanti per gli uomini che agiscono economicamente. Quando un agricoltore prende in affitto un appezzamento di terra per uno o più anni, gli importa poco se il suo suolo derivi la propria fertilità da investimenti di capitale di ogni genere o fosse fertile fin dall'inizio. Queste circostanze non hanno alcuna influenza sul prezzo che egli paga per l'uso del suolo. Chi compra un appezzamento di terra cerca di calcolare il «futuro», ma mai il «passato» della terra che sta acquistando.
I più recenti tentativi di spiegare il valore della terra o dei servizi della terra riconducendoli ai servizi del lavoro o ai servizi del capitale devono dunque essere considerati soltanto come un esito dello sforzo di rendere la teoria accettata della rendita fondiaria (una parte della nostra scienza che, relativamente, sta nel minor contrasto con i fenomeni della vita reale) coerente con i fraintendimenti prevalenti dei principi supremi della nostra scienza. Si deve inoltre obiettare alla teoria accettata della rendita, specialmente nella forma in cui fu espressa da Ricardo,53 che essa ha portato alla luce semplicemente un fattore isolato attinente alle differenze nel valore della terra, ma non un principio che spieghi il valore dei servizi della terra per gli uomini che operano economicamente,54 e che quel fattore isolato fu erroneamente proposto come principio.
Le differenze nella fertilità e nella posizione degli appezzamenti di terra sono indubbiamente tra le cause più importanti delle differenze nel valore dei servizi della terra e della terra stessa. Ma oltre a queste esistono ancora altre cause di differenze nel valore di questi beni. Le differenze di fertilità e di posizione non sono nemmeno responsabili di queste altre cause, e tanto meno costituiscono un principio generale che spieghi il valore della terra e dei servizi della terra. Se tutti gli appezzamenti di terra avessero la stessa fertilità e ubicazioni egualmente favorevoli, secondo Ricardo non darebbero affatto rendita. Ma sebbene possa allora effettivamente mancare un singolo fattore che renda conto delle differenze tra le rendite che essi danno, è del tutto certo che né tutte le differenze tra le rendite né la rendita stessa scomparirebbero necessariamente. È anzi evidente che persino gli appezzamenti di terra ubicati nel modo più sfavorevole e meno fertili, in un paese in cui la terra è scarsa, darebbero una rendita, una rendita che non potrebbe trovare alcuna spiegazione nella teoria ricardiana.
La terra e i servizi della terra, nelle forme concrete in cui li osserviamo, sono oggetti della nostra valutazione di valore come tutti gli altri beni. Al pari degli altri beni, essi acquistano valore soltanto nella misura in cui dipendiamo dalla disponibilità di essi per il soddisfacimento dei nostri bisogni. E i fattori che determinano il loro valore sono gli stessi che abbiamo incontrato in precedenza nella nostra indagine sul valore dei beni in generale (pp. 121 e 141).55 Una comprensione più profonda delle differenze nel loro valore può quindi essere conseguita anch'essa soltanto affrontando la terra e i servizi della terra dai punti di vista generali della nostra scienza e, nella misura in cui essi sono beni di ordine superiore, ponendoli in relazione con i corrispondenti beni di ordine inferiore e specialmente con i loro beni complementari.
Nella sezione precedente abbiamo ottenuto il risultato che il valore complessivo dei beni di ordine superiore necessari per la produzione di un bene di consumo (compresi i servizi del capitale e l'attività imprenditoriale) è uguale al valore prospettico del prodotto. Là dove i servizi della terra sono applicati alla produzione di beni di ordine inferiore, il valore di questi servizi, insieme al valore degli altri beni complementari, sarà uguale al valore prospettico del bene di ordine inferiore o di primo ordine alla cui produzione essi sono stati applicati. A seconda che questo valore prospettico sia più alto o più basso, a parità delle altre condizioni, il valore complessivo dei beni complementari sarà più alto o più basso. Quanto al valore separato dei concreti appezzamenti di terra o dei servizi della terra, esso è regolato, come il valore degli altri beni di ordine superiore, secondo il principio per cui il valore di un bene di ordine superiore sarà, a parità delle altre condizioni, tanto maggiore (1) quanto maggiore è il valore del prodotto prospettico, e (2) quanto minore è il valore dei beni complementari di ordine superiore.56
Il valore dei servizi della terra non è dunque soggetto a leggi diverse da quelle che governano il valore dei servizi delle macchine, degli strumenti, delle case, delle fabbriche o di qualsiasi altra specie di bene economico.
L'esistenza delle caratteristiche particolari che la terra e i servizi della terra, così come molte altre specie di beni, presentano non viene affatto negata. In ogni paese la terra è di solito disponibile soltanto in quantità che non possono essere facilmente aumentate; è fissa quanto a ubicazione; e presenta una straordinaria varietà di gradi. Tutte le peculiarità dei fenomeni di valore che siamo in grado di osservare nel caso della terra e dei servizi della terra possono essere ricondotte a questi tre fattori. Poiché questi fattori hanno rilievo soltanto per le quantità e le qualità di terra disponibili agli uomini che operano economicamente in generale e agli abitanti di determinati territori in particolare, le peculiarità in questione sono fattori nella determinazione del valore che influenzano non solo il valore della terra e dei servizi della terra, ma, come abbiamo visto, il valore di tutti i beni. Il valore della terra non ha dunque alcun carattere eccezionale.
Il fatto che i prezzi dei servizi del lavoro, al pari dei prezzi dei servizi della terra, non possano essere ricondotti, se non con la maggiore violenza, ai prezzi dei loro costi di produzione, ha condotto alla costituzione di principi particolari anche per questa classe di prezzi. Si afferma che il lavoro più comune debba mantenere il lavoratore e la sua famiglia, poiché altrimenti i suoi servizi di lavoro non potrebbero essere apportati permanentemente alla società; e che il suo lavoro non possa procurargli molto più del minimo di sussistenza, poiché altrimenti avrebbe luogo un aumento di lavoratori che ridurrebbe il prezzo dei servizi del lavoro al precedente basso livello. Il minimo di sussistenza è quindi, in questa teoria, il principio che governa il prezzo del lavoro più comune, mentre i prezzi più alti di altri servizi del lavoro vengono spiegati riconducendoli a investimento di capitale o a rendite per talenti speciali.
Ma l'esperienza ci insegna che esistono servizi del lavoro del tutto inutili, e persino dannosi, per gli uomini che operano economicamente. Essi non sono quindi beni. Esistono altri servizi del lavoro che hanno carattere di bene ma non carattere economico, e dunque nessun valore. (A questa seconda categoria appartengono tutti i servizi del lavoro che sono disponibili alla società, per una ragione o per l'altra, in quantità così grandi da acquistare carattere non economico — i servizi del lavoro connessi con qualche ufficio non retribuito, per esempio.) Di conseguenza anche (come vedremo più avanti) i servizi del lavoro di queste categorie non possono avere prezzi. I servizi del lavoro non sono dunque sempre beni o beni economici per il solo fatto di essere servizi del lavoro; essi non hanno valore per necessità. Non è quindi sempre vero che ogni servizio del lavoro ottenga un prezzo, e ancor meno sempre un prezzo determinato.
L'esperienza ci informa altresì che molti servizi del lavoro non possono essere scambiati dal lavoratore neppure contro i più necessari mezzi di sussistenza,57 mentre per altri servizi del lavoro si può facilmente ottenere una quantità di beni dieci, venti o persino cento volte superiore a quella richiesta per la sussistenza di una sola persona. Ovunque i servizi del lavoro di un uomo si scambino effettivamente contro i suoi nudi mezzi di sussistenza, ciò può essere soltanto il risultato di qualche circostanza fortuita per cui i suoi servizi del lavoro sono scambiati, in conformità con i principi generali della formazione dei prezzi, proprio per quel particolare prezzo e non per un altro. Né i mezzi di sussistenza né il minimo di sussistenza di un lavoratore possono quindi essere la causa diretta o il principio determinante del prezzo dei servizi del lavoro.58
In realtà, come vedremo, i prezzi dei servizi del lavoro concreti sono governati, al pari dei prezzi di tutti gli altri beni, dai loro valori. Ma i loro valori sono governati, come si è mostrato, dalla grandezza dell'importanza dei soddisfacimenti che dovrebbero rimanere insoddisfatti se non fossimo in grado di disporre dei servizi del lavoro. Là dove i servizi del lavoro sono beni di ordine superiore, i loro valori sono governati (prossimamente e direttamente) secondo il principio per cui il valore di un bene di ordine superiore per gli uomini che operano economicamente è tanto maggiore (1) quanto maggiore è il valore prospettico del prodotto, posto che il valore dei beni complementari di ordine superiore sia costante, e (2) quanto minore, a parità delle altre condizioni, è il valore dei beni complementari.59
Una caratteristica particolare dei servizi del lavoro che ne influenza il valore consiste nel fatto che alcune varietà di servizi del lavoro hanno associazioni spiacevoli per il lavoratore, con la conseguenza che tali servizi saranno offerti soltanto in cambio di vantaggi economici compensativi. I servizi del lavoro di questa specie non possono quindi acquistare facilmente un carattere non economico per la società. Ma il valore dell'inattività per la maggior parte dei lavoratori è molto minore di quanto si creda generalmente. Le occupazioni della grandissima maggioranza degli uomini procurano godimento, sono quindi esse stesse veri soddisfacimenti di bisogni, e verrebbero praticate, sebbene forse in misura minore o in modo modificato, anche se gli uomini non fossero costretti dalla mancanza di mezzi a esercitare le proprie forze. L'esercizio delle proprie forze è un bisogno per ogni essere umano normale. Che ciononostante soltanto poche persone lavorino senza attendersi un compenso economico è dovuto non tanto alla spiacevolezza del lavoro in quanto tale, quanto piuttosto al fatto che le opportunità di impegnarsi in un lavoro remunerativo sono pienamente abbondanti.
L'attività imprenditoriale deve senz'altro essere annoverata come una categoria di servizi del lavoro. Essa è di regola un bene economico e, come tale, ha valore per gli uomini che operano economicamente. I servizi del lavoro di questa categoria hanno due peculiarità: (a) per loro natura non sono merci (non sono destinati allo scambio) e per questa ragione non hanno prezzi; (b) hanno come presupposto necessario la disponibilità dei servizi del capitale, poiché altrimenti non potrebbero essere svolti. Questo secondo fattore limita la quantità di attività imprenditoriale in generale disponibile a un popolo. In particolare limita a quantità relativamente molto piccole l'attività imprenditoriale che può essere svolta solo se gli individui che operano economicamente in questione hanno a propria disposizione i servizi di grandi quantità di capitale. Il credito accresce, e le incertezze giuridiche diminuiscono, queste quantità.
L'inadeguatezza della teoria che spiegava i prezzi dei beni mediante i prezzi dei beni di ordine superiore che servivano a produrli si fece naturalmente sentire anche ovunque venisse in questione il prezzo dei servizi del capitale. Ho spiegato le cause ultime del carattere economico e del valore dei beni di questa specie in precedenza, nel presente capitolo, e ho indicato l'errore della teoria che rappresenta il prezzo dei servizi del capitale come un compenso per l'astinenza dei proprietari di capitale. In verità il prezzo che si può ottenere per i servizi del capitale è, come abbiamo visto, non meno una conseguenza del loro carattere economico e del loro valore, di quanto lo sia nel caso dei prezzi degli altri beni. Il principio determinante del valore dei servizi del capitale è lo stesso principio che determina il valore dei beni in generale.60,61
Il fatto che i prezzi dei servizi della terra, del capitale e del lavoro, ovvero, in altre parole, la rendita, l'interesse e i salari, non possano essere ricondotti, se non con la maggiore violenza (come vedremo più avanti), a quantità di lavoro o a costi di produzione, ha reso necessario ai sostenitori di queste teorie elaborare, per queste tre specie di beni, principi di formazione dei prezzi interamente diversi dai principi validi per tutti gli altri beni. Nelle sezioni precedenti ho mostrato, riguardo ai beni di ogni specie, che tutti i fenomeni di valore sono identici per natura e origine, e che la grandezza del valore è sempre governata secondo i medesimi principi. Inoltre, come vedremo nei due capitoli seguenti, il prezzo di un bene è una conseguenza del suo valore per gli uomini che operano economicamente, e la grandezza del suo prezzo è sempre determinata dalla grandezza del suo valore. È quindi anche evidente che la rendita, l'interesse e i salari sono tutti regolati secondo i medesimi principi generali. Nella presente sezione, tuttavia, mi sono occupato soltanto del valore dei servizi della terra, del capitale e del lavoro. Sulla base dei risultati qui ottenuti enuncerò i principi secondo cui sono governati i prezzi di questi beni dopo aver esposto la teoria generale del prezzo.
Una delle questioni più strane che siano mai state oggetto di dibattito scientifico è se la rendita e l'interesse siano giustificati da un punto di vista etico oppure se siano "immorali". Tra le altre cose, la nostra scienza ha il compito di indagare perché e a quali condizioni i servizi della terra e del capitale manifestino carattere economico, acquistino valore e possano essere scambiati contro quantità di altri beni economici (prezzi). Ma mi sembra che la questione del carattere giuridico o morale di questi fatti sia al di fuori della sfera della nostra scienza. Ovunque i servizi della terra e del capitale rechino un prezzo, ciò avviene sempre in conseguenza del loro valore, e il loro valore per gli uomini non è il risultato di giudizi arbitrari (p. 119), bensì una conseguenza necessaria del loro carattere economico. I prezzi di questi beni (i servizi della terra e del capitale) sono quindi i prodotti necessari della situazione economica in cui sorgono, e saranno ottenuti tanto più sicuramente quanto più sviluppato è l'ordinamento giuridico di un popolo e quanto più integri sono i suoi costumi pubblici.
Può ben apparire deplorevole a un amico dell'umanità che il possesso di capitale o di un appezzamento di terra procuri spesso al proprietario, per un dato periodo di tempo, un reddito superiore a quello ricevuto da un lavoratore per l'attività più faticosa durante lo stesso periodo. Eppure la causa di ciò non è immorale, ma semplicemente che il soddisfacimento di bisogni umani più importanti dipende dai servizi della data quantità di capitale o dal dato appezzamento di terra che non dai servizi del lavoratore. L'agitazione di coloro che vorrebbero vedere la società assegnare ai lavoratori una quota maggiore dei beni di consumo disponibili rispetto a quella attuale costituisce quindi, in realtà, una richiesta di null'altro che pagare il lavoro al di sopra del suo valore. Infatti, se la richiesta di salari più alti non è accompagnata da un programma per una formazione più approfondita dei lavoratori, oppure se non si limita a perorare una concorrenza più libera, essa esige che i lavoratori siano pagati non in conformità con il valore dei loro servizi per la società, bensì in vista di assicurare loro un tenore di vita più agiato e di conseguire una distribuzione più egualitaria dei beni di consumo e degli oneri della vita. Una soluzione del problema su questa base richiederebbe però, senza dubbio, una completa trasformazione del nostro ordine sociale.62